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Se il colore è di casa
“Mauro Capitani e quegli amici del Novecento”. Allo spazio INIZIO di Palazzo Finco a Bassano, una mostra dedicata al maestro toscano e agli altri due maestri della pittura del '900 Gastone Breddo e Silvio Loffredo
Pubblicato il 29 mag 2017
Visto 3.386 volte
Che ci fanno tre grandi artisti (uno toscano del Valdarno, l'altro padovano e per molti anni direttore dell'Accademia di Belle Arti di Firenze, il terzo parigino di nascita ma fiorentino di adozione) nelle terre di Ezzelino?
Fanno quello che gli interpreti del colore devono fare: fornire stimoli e suggestioni a chi si accosta alle loro opere, che indipendentemente dallo spazio e dal tempo - e cioè i luoghi e gli anni in cui sono state prodotte - instaurano un dialogo e un confronto, in grado sempre di rinnovarsi e in quanto tale senza epoca, con il pubblico che le scopre, con la città che le accoglie e con l'ambiente espositivo che le rende visibili.
È questo il filo conduttore della mostra “Mauro Capitani e quegli amici del Novecento. Tre artisti nelle terre di Ezzelino. Gastone Breddo, Mauro Capitani e Silvio Loffredo”, allestita fino al 10 giugno dall'associazione culturale INIZIO negli spazi di Palazzo Finco in via Zaccaria Bricito a Bassano del Grappa.
Il maestro Mauro Capitani all'inaugurazione della mostra (foto Alessandro Tich)
In esposizione una quarantina di dipinti, tra i quali alcuni autografi di Capitani (classe 1949 di San Giovanni Valdarno, Arezzo) e una selezione di opere di Gastone Breddo (Padova 1915 - Firenze 1991) e Silvio Loffredo (Parigi 1920 - Trebiano, La Spezia 2013) provenienti dalla sua collezione.
Quello di Mauro Capitani non è un nome qualsiasi: è considerato infatti uno dei maestri della pittura italiana del secondo Novecento e uno dei maggiori “coloristi” in ambito italiano. Proprio quest'anno festeggia i cinquant'anni di carriera artistica, iniziata con la prima personale nel 1967. Il suo curriculum pullula di riconoscimenti: nell'importante monografia “Mauro Capitani - Sulle rotte del mio tempo” curata da Giovanni Faccenda, l'autore definisce la sua opera “una tavolozza tra le più prepotentemente ispirate degli ultimi trenta anni”.
Tra le altre cose, è incluso nella collana “Storia dell’Arte Italiana del Novecento” di Giorgio Di Genova e nel 2013 il Comitato Tecnico Scientifico del “Catalogo dell'Arte Moderna”, ex Catalogo Nazionale Bolaffi, gli ha dedicato la copertina della prestigiosa pubblicazione.
Un onore che, prima di lui, è spettato a personalità creative del calibro di Carrà, Guttuso, Sassu, Burri. E per i cinquant'anni di attività sta per essere pubblicato un poderoso volume per “rileggere” la sua opera, con presentazione di Antonio Paolucci.
La sua padronanza del colore lo porta ad esprimersi oltre la tela, nelle forme più diverse - dai gioielli alle ceramiche e dalla moda fino alle carte dei tarocchi -, senza schemi e senza confini. Per una innata e poliedrica propensione a reinventarsi e a rimettersi in gioco ogni volta. Ma con un preciso credo stilistico e un elemento che nella sua pittura riemerge a più riprese come un vigoroso fiume carsico: il legame con la propria terra di origine, quel Valdarno in cui l'autore sottolinea - all'inaugurazione della mostra di Bassano, introdotto da Federica Finco - di “avere la fortuna di vivere”. Radici che non si staccano mai dal pennello: per quel “legame col territorio” che, come osserva ancora Capitani nel suo intervento inaugurale, “era proprio anche di Jacopo Bassano”.
Ma il maestro toscano, nell'esposizione a Palazzo Finco, non è da solo.
Si è portato dietro, infatti, anche due “amici”. I quali non ci sono più, ma continuano a parlare con i loro dipinti.
Il primo, in ordine alfabetico, è Gastone Breddo: artista padovano, formatosi alle Accademie di Venezia e di Bologna, pluriennale direttore dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel clima culturale di Virgilio Guidi e Giuseppe Santomaso iniziò a dipingere con stile astratto-concreto, maturando intorno al ‘60 un’espressione naturalista, con accenti materico-informali. Tema ricorrente riferito ad una realtà simbolica è il “Cartoccio” elemento espresso attraverso un impianto post-cubista. Ha partecipato alle più importanti manifestazioni d’arte italiane ed estere. La sua opera è considerata tra le pagine più significative dell’arte italiana del ‘900. Suoi lavori sono nella Galleria degli Uffizi e nei Musei Vaticani d’Arte Moderna.
Il secondo è Silvio Loffredo, che dopo aver studiato all'Accademia di Firenze e di Roma con Amerigo Bartoli si è formato sostanzialmente nell'area di Ottone Rosai.
La sua pittura si è mossa da accenti francesi, sino ad evolversi in una cultura di respiro europeo espressionistico, vicino al mondo di Oskar Kokoschka, che ha scritto anche di lui. Artista dalla fantasia irrefrenabile, anche come incisore si è mosso in un ambito vicino all’astratto, avvalendosi di una ricca cromia e al tempo stesso richiamandosi a temi figurali come i noti Battisteri ripetuti quasi all'infinito, i bestiari, figure di donne e gatti.
Ha partecipato alle più importanti manifestazioni d’arte che ovunque hanno messo in evidenza la sua alta natura di artista europeo.
Per l'evento di Bassano, Mauro Capitani non ha voluto quindi presentarsi da solista, ma accostandosi anche alla pittura di queste altre due grandi figure.
E non a caso: il maestro è infatti più che mai impegnato in una attenta rilettura di una parte del Novecento e dell'opera di quegli altri maestri con i quali ha condiviso numerose esperienze espositive, ma soprattutto quei “veri valori dell'arte e dei suoi contenuti” che la distinguono dalle stravaganze, dall'inganno e dalla pochezza presenti nella grande abbuffata della “Non Arte” di oggi. Una netta e dichiarata presa di posizione a favore di “una cultura tutta da rileggere e troppo in fretta oscurata a vantaggio di una nuova espressione mercantile, priva di storia, che ha sostituito la conoscenza e il buon gusto, con l'aggressività avida di un mercato prettamente cinico”.
Nella mostra bassanese i tre artisti sono chiamati a dialogare con la storia e le bellezze della città, in uno scambio di suggestioni che si fa poetico in riferimento agli affreschi ezzeliniani, presenti proprio a Palazzo Finco, celebri per le due figure di Federico II, che nobilmente tiene un fiore in mano, e di sua moglie Isabella.
Un piccolo grande scrigno di arte medievale, a pochi metri da casa Dal Corno, sulla cui facciata Jacopo Bassano dipinse il grande affresco oggi conservato al Museo Civico nella Sala Dapontiana. Da queste parti, dunque, il colore è di casa: per Mauro Capitani, e per i suoi amici del Novecento, davvero il massimo.
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