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Il canto della ragazza olandese

Messo in scena da La Piccionaia-I Carrara in occasione della Giornata della Memoria, La ragazza olandese ha commosso il pubblico del Teatro Remondini

Pubblicato il 29-01-2013
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Sono dodici i diari che incombono sul palcoscenico appesi a fili rosso sangue, ed è loro il compito di narrare la Storia. Etty Hillesum, scrisse gli undici quaderni del suo diario tra il 1941 e il 1943, anno in cui venne internata ad Auschwitz – venne assegnata al Kanada, la baracca dove venivano raccolti e smistati gli abiti e gli averi sottratti agli internati – e lì, assieme a tanta altra gente, la ragazza olandese fu assassinata nei forni crematori. I numeri delle vittime di quella carneficina, elencati in apertura dello spettacolo, dovrebbero essere sufficienti a impressionare e a indignare chi ascolta, eppure, come viene detto più tardi, un numero fa meno tragedia, un numero non è già più una persona. Le cifre non bastano, bisogna riuscire a narrare le storie e a dare un volto e una voce a chi le racconta, cosa che diviene sempre più difficile man mano che i testimoni spariscono e la memoria passa la mano alle cerimonie di commemorazione.
Il diario scritto da Etty per 38 anni non era riuscito a trovare un editore. Nell'81, uscì nella prima edizione olandese accompagnato da alcune lettere dell’autrice: ora è tradotto in tutto il mondo. Giuseppe Bovo ha scritto Il dodicesimo quaderno, un diario immaginato degli ultimi 83 giorni di Etty, e dal libro ha poi tratto un testo teatrale “La ragazza olandese”, che ha ispirato lo spettacolo messo in scena da La Piccionaia-I Carrara al Teatro Remondini in occasione della Giornata della Memoria.
Membro del Consiglio Ebraico, Etty Hillesum nel primo periodo dell’occupazione nazista aveva una certa libertà di movimento e avrebbe avuto la possibilità di nascondersi e di fuggire in tempo, scelse invece di condividere il destino imposto alla sua comunità, pur consapevole del piano di sterminio che si stava attuando nei confronti degli Ebrei. Il percorso teatrale, in tre quarti d’ora, procede sul racconto di Etty, interpretata da Paola Rossi, che legge, scrive e dialoga con le compagne di prigionia (Anna Novello, Lucia Ferraro, Valentina Rocco) con una serenità e una lucidità che avrebbero solo qualcosa di angelico se le sue parole non fossero in realtà il frutto di una profonda attività di meditazione. Il dramma che quelle donne hanno vissuto sta sullo sfondo, nel pozzo nero del forno crematorio, a galla resta intatta la loro umanità legata a gesti quotidiani, semplici, corali e urbani: la sistemazione dei vestiti e di assicelle di legno che niente possono più costruire; i giochi con frammenti di specchi; la ricerca di un pezzo di pane perduto, rubato dalla madre alla figlia – si sa “la distinzione tra carnefici e vittime non è mai del tutto chiara e netta”.

un momento dello spettacolo "La ragazza olandese", in primo piano Paola Rossi

La tragedia vera, di cui la rappresentazione dà ben conto, sta nel bianco dei vestiti di queste donne, nel loro narrare la loro storia già da anime morte. “Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”, scrive Etty nei suoi diari: lo spettro della morte per mano umana la uccide, ma non riesce a scalfire l’amore per la vita che trasuda dalla narrazione della sua breve esistenza molto fisica, davvero terrena, perché sempre rapportata agli altri – pure il Dio che permette l’esistenza di Auschwitz è un Dio che ha bisogno anche di lei per continuare a esistere. Le anime bianche a conclusione dello spettacolo sono scese in platea per diffondere le loro esortazioni alla speranza, alla fiducia nell’uomo, in un coro che diventa unanime e pieno di bellezza, così privo com’è di odio: un canto antico di sorellanza.

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