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Neri Pozza e la sua educazione cattolica

Esce nel centenario dalla nascita un’opera inedita dell’illustre uomo di cultura vicentino

Pubblicato il 23-02-2012
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I due romanzi che compongono il libro, L’ultimo della classe e L’educazione cattolica, sono accostati ad arte in questa nuova pubblicazione di Angelo Colla che esce nel centenario dalla nascita di Neri Pozza.
Mentre in questi giorni Torino festeggia per la stessa ricorrenza l’editore Giulio Einaudi, i Vicentini rendono omaggio al loro concittadino illustre che ha dedicato una vita intera alla promozione della cultura – anch’egli fondatore di un’importante casa editrice –, alle lettere e all’arte, accogliendo tra i libri di casa L’educazione cattolica.
Il nuovo volume è stato curato dal critico letterario Marco Cavalli e contiene una nota al testo di Giulia Basso. La pubblicazione accosta la riedizione riveduta di un famoso romanzo scritto da Pozza e un inedito che parlano insieme di giovinezza e di precetti dell’educazione, di guerre e di civiltà. L’ultimo della classe, edito da Marsilio nel 1976, selezionato al Premio Campiello nel 1986 e ristampato nel 2000 da Mondadori per le scuole, è presentato dunque in un’edizione nuova: nel lavoro di revisione del romanzo, in fedeltà alle disposizioni lasciate da Pozza, si è tenuto conto di correzioni, aggiunte, emendamenti operati dall’autore – un corpus di note custodite da Angelo Colla, che è stato il suo segretario personale – con l’intento di restituire ai lettori non un volume rifinito, ma l’opera finita dello scrittore. L’educazione cattolica è un inedito, anch’esso redatto secondo le indicazioni di Pozza, dove Salvatore-Neri prosegue il racconto iniziato ne L’ultimo della classe degli anni della sua formazione. Nei due romanzi il continuum della narrazione è evidente, anche se le parti possono vivere di vita autonoma, i rimandi di un testo all’altro sono presenti, e in alcune pagine compaiono dei disegni con i lati destro e sinistro invertiti che fanno intuire chiaramente la disposizione approntata per una stampa unica finale. L’arte, e il regalo, di chi ha curato oggi il testo, stanno nei tocchi elargiti facendo muovere sulla carta ancora una volta, in oltraggio solo alla morte, le “dita di legno” (come le chiama Ugo, il padre del protagonista, ricorda Cavalli) scelte appositamente per la prosa dedicata alla memoria dallo scrittore.

In entrambi i romanzi Pozza è riuscito con queste dita e con mano sapiente a fare sentire la continuità tra il grande e il piccolo, a farli prendere per mano. “Antelucano” e “baliverna”, ville nobiliari e capannoni-laboratorio sono affratellati nel testo senza attrito. Il racconto del piccolo Salvatore procede a passo d’uomo in luoghi conosciuti, vicini (Monte Berico, le contrade, la campagna, il Monte Grappa, Recoaro) e in ambienti che sono stati per tanti casa e famiglia fino a un paio di generazioni fa: la strada, la scuola, l’oratorio. Seguendolo si sale sui vagoni della Vacca Mora, si percorrono gli eventi tragici del primo Novecento – l’intero racconto copre il periodo difficile che va dal 1916 al 1934 –, il viaggio scandito da un tempo narrato che non corre, che appartiene alla vita quotidiana, e si ascoltano tante storie che con la leggerezza di una conversazione a tavola nutrono, perché parlano di temi universali: il rapporto dell’uomo con la religione, con l’educazione, con la civiltà.
C’è tanta idea di colpa, più che di speranza, in questo piccolo mondo cattolico e nei piccoli e grandi eventi che gli girano intorno. La speranza Neri Pozza la affida alla giovinezza, al ragazzino eroe: è lui che riesce, muovendo in fretta mani e piedi, a uscire sano dai contagi. Affamato com’è di sapere, di bellezza e di cultura Salvatore si nutre in casa ma assaggia, e gradisce o sputa, anche il cibo di fuori – è uno scultore francese, Martin, che, fornendo altri attrezzi al ragazzino, gli dice tanto, che lo aiuta a vedere.
La sua salvezza Salvatore se la costruisce da sé, come è scritto nella seconda di copertina, “grazie a una duplice vocazione: all’artigianato artistico e alla vita laica”, restando debitore solo di un grazie, non di una grazia.

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