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Scacco Matteo
Prima analisi a botta calda sul netto successo del sindaco uscente Matteo Mozzo a Marostica
Pubblicato il 15 mag 2023
Visto 9.544 volte
E così, come ho riportato nell’articolo precedente, Matteo Mozzo ha fatto il bis.
A Marostica il sindaco uscente ha vinto per distacco la Partita a Scacchi contro il suo avversario Giorgio Santini: percentuale di voti del 62,86% per il primo e del 37,14% per il secondo. Scacco Matteo.
Risultato conseguito già a metà pomeriggio, dopo la chiusura dei 14 seggi alle ore 15, e proclamazione celebrata alle ore 19 nella sala dell’ex Opificio Baggio. Mozzo di nuovo vestito con fascia tricolore.
Matteo Mozzo festeggia con candidati e sostenitori l’avvenuta elezione
I suoi sostenitori, Luca Zaia per primo, abbattendo qualsiasi scaramanzia ne avevano pronosticato la vittoria, come se fosse già prevista dalle sacre scritture.
Ma in realtà, visto che le liste contendenti erano solo due e non più quattro come cinque anni fa, il rischio di una beffa andava realisticamente messo in preventivo.
La cosa non è accaduta, ma non per questo la vittoria del sindaco non è meritoria di un’analisi a botta calda sui motivi che l’hanno resa possibile.
Una prima, superficiale valutazione dell’esito del voto può far ricondurre una parte del successo di Mozzo al fatto di essere stato sostenuto anche nel nome ufficiale della sua lista dai due partiti di centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia, che in questo momento (molto più FdI della Lega) vanno per la maggiore.
Ma la mia pluriennale esperienza giornalistica in materia di elezioni mi insegna che la logica delle elezioni politiche, dove il simbolo è decisivo, è completamente diversa da quella del voto amministrativo. Alle comunali il cittadino vota prima la persona, quella che più gli aggrada nel vederla con la fascia tricolore, al di là degli schieramenti che possono influire ma fino a un certo punto. Se a un elettore - poniamo il caso, di centrodestra - un candidato sindaco non va a genio, per le più diverse e spesso imprevedibili ragioni, non voterà per lui neanche se fosse sostenuto dalla Meloni in persona.
Sono altre le alchimie che costruiscono il consenso e che sfuggono ai più, dipendendo anche e soprattutto dal modo in cui è stata impostata e condotta la campagna elettorale, che costruisce le sue fortune o i suoi incidenti di percorso nell’incontro diretto coi cittadini.
Va anche detto che Mozzo ha potuto contare sul supporto di una certa influente “nomenklatura” marosticense, che opera in centro storico ma che risiede anche nelle frazioni. Prova ne sia il dichiarato sostegno nei suoi confronti dei vertici della Pro Marostica, associazione che entro le Mura scaligere, e non solo, ha molto di più di quella che viene chiamata voce in capitolo.
Ma anche questo è un elemento che non condiziona più di tanto il pensiero di voto della signora Maria e del signor Bepi in versione marostegana.
Il vero Fattore X è un altro. In quanto sindaco uscente, Matteo Mozzo sapeva benissimo che il consenso nei seggi sarebbe stato primariamente l’espressione di un voto sui suoi cinque anni di mandato. È come un esame di promozione: può andare diversamente dalle attese anche se hai studiato.
Un sindaco uscente che non abbia creato sconquassi e che si ripropone al giudizio dei cittadini parte sempre favorito sulla carta: il problema è far coincidere il vantaggio teorico con i reali umori dell’elettorato, che possono variare fino all’ultimo se non persino all’interno della cabina elettorale.
A voler guardare il pelo nell’uovo, quello del sindaco riconfermato è stato un successo mozzo, nel senso di “non intero” come la colonna mozza sull’Ortigara: nel suo Comune si è recato alle urne meno del 50% (49,33%) degli aventi diritto al voto.
Un dato piuttosto triste per una cittadina importante come Marostica.
Ma se è vero che mai come in questi casi gli assenti hanno sempre torto e non possono recriminare, è altrettanto evidente che per quel cittadino di Marostica su due che è andato a votare il giudizio sul sindaco uscente, sulla base di quanto fatto negli ultimi cinque anni e anche di come Matteo Mozzo si è proposto e si è posto nel farlo, si è tradotto in un consenso notevole.
Chi vi scrive ha avuto l’incarico di moderare, nella serata di giovedì scorso, il confronto elettorale tra Matteo Mozzo e Giorgio Santini, ospitato nella sala multimediale dell’ex Opificio Baggio e promosso e organizzato dal mandamento di Marostica di Confcommercio e dal raggruppamento di Marostica di Confartigianato.
Sala gremita di pubblico, come era giusto che fosse nel penultimo giorno di campagna elettorale, e non solo di commercianti e imprenditori artigiani.
Un confronto elettorale - va specificato subito - è un incontro che ha regole differenti rispetto a un dibattito, politico o televisivo che sia. Stesso tempo a disposizione dei candidati sindaci, con tanto di cronometro, per rispondere e stesse domande predisposte per i due competitor, oltretutto già conosciute dai medesimi in anticipo per poter preparare per tempo le risposte.
Le sette domande poste a Mozzo e a Santini vertevano su altrettante tematiche di maggior interesse per le imprese e per le categorie economiche che le rappresentano: rigenerazione urbana, tutela e sviluppo del commercio di vicinato, sostegno al mondo produttivo, viabilità, turismo, sicurezza e abusivismo.
Adesso che posso finalmente scriverlo, vi dirò che nelle risposte mi è piaciuto di più Santini, che da ex senatore nonché membro della commissione Bilancio del Senato e soprattutto da ex noto sindacalista di lungo corso è molto preparato sulle questioni dell’economia, dell’impresa e del lavoro.
Poi è arrivato il momento delle domande del pubblico, tra cui molti cittadini non imprenditori e non iscritti quindi alle associazioni di categoria, scritte su apposite schede consegnate al moderatore, inerenti i più svariati problemi e argomenti e poste pertanto “a sorpresa” ai due aspiranti primi cittadini.
È qui che a mio avviso Giorgio Santini ha perso il vantaggio ai punti conquistato con le risposte sull’economia, non per “cosa” ha detto, ma per il “come”.
Più di una volta Santini, pur esordendo reiteratamente con la formula “non voglio polemizzare, ma…”, ha attaccato l’amministrazione Mozzo sulle questioni poste dal pubblico, facendo uscire di più la sua anima di consigliere di opposizione uscente che non quella di candidato sindaco. E, col senno di poi, questo atteggiamento non si è rivelato vincente.
Non penso che un confronto elettorale come questo, per quanto molto atteso e partecipato, abbia deciso le sorti del voto di Marostica.
Anche se diversi anni fa, a Valdobbiadene, proprio un confronto elettorale da me moderato fra i tre candidati sindaci dell’epoca le ha decise per davvero, facendo perdere al voto il candidato super favorito.
Io non so se Santini abbia preso di mira l’amministrazione del suo avversario anche negli altri appuntamenti della campagna elettorale. Qualora lo abbia fatto, nonostante la sua consolidata esperienza politica, allora ha commesso un errore.
Criticare l’amministrazione uscente ci sta e fa parte del gioco, ma non fino al punto da far prevalere il tono delle polemiche sulla validità delle proposte alternative.
L’elettore medio, per quanto la polemica anche gratuita sia la linfa della vita virtuale nei social, nella vita reale preferisce un approccio ai contenuti più equilibrato.
Mozzo ha vinto anche per questo: ha fatto passare l’immagine di un giovane sindaco amico di tutti, e quei tutti in gran parte lo hanno premiato.
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