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Silenzio di tomba
Le ceneri dei Remondini estumulate e depositate in un magazzino al cimitero di Santa Croce. La battaglia di Maria Grazia Novari, discendente indiretta della celebre famiglia, per il ritorno delle urne alla loro sepoltura e alla dignità
Pubblicato il 16 lug 2022
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Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna.
Così scrive Ugo Foscolo nel suo lungo e straordinario carme Dei Sepolcri, capolavoro della letteratura italiana che riflette sul tema della morte e del ricordo degli estinti, in risposta all’editto napoleonico del 1804 che decentrava i cimiteri dalle città e uniformava le lapidi e le sepolture dei cittadini.
Foto Alessandro Tich
Altri tempi, ovviamente. Ma la grandezza di un’opera letteraria è quella di esprimere concetti attuali e universali, qualsiasi sia l’epoca in cui viene letta e analizzata.
E l’attualità eterna di Foscolo consiste nell’idea di fondo da cui poi il poeta sviluppa i suoi pensieri in versi sull’ineluttabilità del destino dei viventi, seppur legata al contesto storico del suo tempo: quella che il ricordo e i sentimenti veicolati dalle sepolture sono strumenti attraverso i quali i defunti continuano a vivere nella memoria dei loro cari.
La famosa corrispondenza d'amorosi sensi, che è diventata anche una frase del nostro linguaggio comune.
Il problema, per giungere all’argomento di questo articolo, è che la memoria dei cari non dura per sempre. Quando passano gli anni e quando poi passano i secoli non se ne ha infine più traccia. Generazioni che si susseguono e tombe di famiglia che si tramandano, fintantoché c’è qualcuno che ne tiene cura. E quando arriva il momento in cui non c’è più nessuno a portare un fiore, appassisce anche la memoria.
Poi il tempo che fa esaurire la sabbia nella clessidra, le concessioni cimiteriali che scadono, i resti mortali senza più discendenti diretti che dopo un determinato periodo vengono esumati o estumulati e quindi traslati nei depositi del cimitero e infine nelle anonime fosse comuni. Allegria.
So di trattare una questione non particolarmente adatta al clima di spensieratezza dell’estate, ma i temi di attualità che reclamano attenzione non hanno stagione.
Tutte le considerazioni espresse nel mio preambolo ci portano al cimitero di Santa Croce di Bassano del Grappa. Un cimitero classificato come “monumentale”, inserito nel Catalogo Generale dei Beni Culturali nella categoria “Beni architettonici e paesaggistici”, di proprietà del Comune di Bassano, gestito dalla Sis e tutelato dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Verona, Rovigo e Vicenza.
Addentrarsi oltre il suo ingresso è come leggere un libro di storia della città.
Su tre lati del primo campo cimiteriale sono infatti collocate a cintura, una accanto all’altra, le cappelle sepolcrali delle grandi famiglie del passato cittadino, i cui nomi intitolano le vie e i palazzi di Bassano.
Molte di queste cappelle, anche di pregevole fattura artistica, sono in cattive condizioni, consumate dall’usura del tempo o danneggiate dall’azione delle intemperie.
Qualcuna - solo un paio, per la verità - è attorniata dai ponteggi di restauro, autorizzati dalla Soprintendenza, ma è più un’eccezione che conferma la regola: quella di un generale abbandono al loro destino delle ultime dimore degli illustri bassanesi, in attesa che il Comune prenda finalmente in carico un intervento definitivo di ripristino delle tombe storiche che giustificano - oltre alla facciata in stile neogotico, attualmente sotto restauro - l’appellativo “monumentale” conferito al cimitero.
C’è però una cappella che più di tutte è interessata da una vicenda molto particolare.
Si tratta dell’edicola sepolcrale posizionata sul lato ovest del camposanto e classificata al numero 49 nella mappa cimiteriale. Il tempietto si trova al centro di un caso che salta subito agli occhi per un foglio di carta affisso sulla grata d’ingresso della storica tomba di famiglia. Sul foglio c’è scritto: “Il ritorno dei Remondini. A quando in questa loro ultima dimora anziché in “deposito”? M. Grazia Novari”.
La scritta trae spunto dal progetto “Il ritorno dei Remondini” che ha coinvolto qualche anno fa gli studenti di Bassano e di Nove in azioni e rappresentazioni di rievocazione della grande famiglia di imprenditori bassanesi. Ma il suo significato è tutt’altro.
La cappella numero 49 era infatti - e poi capirete perché uso il verbo al passato - l’edificio di sepoltura di alcuni componenti delle ultime generazioni della famiglia Remondini, che grazie alla più grande impresa editoriale d’Europa diede lustro nel mondo alla città di Bassano dalla metà del ‘600 alla metà dell’800.
La signora Maria Grazia Novari è invece una discendente indiretta della celebre famiglia.
La sua bisnonna paterna Virginia era difatti una Remondini, sorella di Federico Remondini, esponente di spicco del cosiddetto ramo “delle Grazie” della famiglia, sindaco di Bassano dal 1869 al 1871, uno degli illustri nomi immortalati sulle lapidi della cappella.
I Remondini fanno dunque parte del Dna famigliare dell’autrice del foglio affisso all’ingresso, anche se il vero casato da cui Maria Grazia discende nel ramo paterno è quello dei Roberti, altra storica famiglia bassanese.
Sua nonna Guerrina Roberti, figlia di Nicolò Roberti e di Virginia Remondini, aveva sposato il nonno Nicolò Novari, maggior generale dei Carabinieri, pluridecorato per meriti militari e civili, sindaco di Nove e illustre cittadino novese. È da qui che si dipana la linea di discendenza diretta della intraprendente signora, che coi defunti Remondini della cappella numero 49 a Santa Croce condivide pertanto e solamente quella che si potrebbe definire una parentela alla lontana. Eppure non c’è persona più vicina di lei alle sorti di quelle anime dal cognome così importante e dal destino così triste.
Da almeno una quindicina se non da una ventina d’anni, infatti, quel tempietto sepolcrale è vuoto. Le urne di quei Remondini senza più discendenti diretti sono state estumulate e depositate sine die nel magazzino del cimitero. Il tutto, come lamenta la signora Novari, “nell’indifferenza generale”. Silenzio di tomba.
Da qualche anno Maria Grazia - che abita a Breganze ma è legatissima a Bassano e a Nove dove da bambina è cresciuta nel palazzo dei nonni Roberti/Novari - ha intrapreso una sua personale battaglia civile per chiedere il ritorno dei Remondini di Santa Croce alla loro tomba e per restituire loro il decoro di una degna sepoltura. Mi dice che lo fa esclusivamente “per orgoglio”, per una questione di principio sulla quale non ha alcun interesse diretto, né tanto meno nei confronti della storica cappella cimiteriale.
“A me quel manufatto non interessa per niente - conferma testualmente la signora Novari in una sua memoria scritta -. Quando sarà la mia ora io andrò a Nove dove ci sono tutti i miei e il bisnonno e nonna Roberti. Io sto solo DANDO VOCE a chi non può più.”
Chi non può più esiste ancora nelle scritte delle lapidi all’interno del tempietto numero 49, che sulla facciata reca gli stemmi della famiglia Remondini.
Maria Grazia - con cui mi sono dato appuntamento a Santa Croce - apre la grata e mi fa entrare all’interno dell’edicola. Come molti altri tempietti la condizione è in degrado, con alcune chiazze scure che evidenziano la caduta degli intonaci.
Ma la vera pagina di storia è scritta sulle pareti, dove si perpetua il ricordo di pietra di chi ha trovato riposo in quell’ultima dimora.
Nella cappella numero 49 c’è la lapide di Federico Remondini (1817-1882), “specchio di integrità e fermezza, a nobili sentimenti informato della famiglia e della patria”, accomunata a quella della moglie Teresa Albrizzi Remondini, mancata nel 1905, “mente eletta acuto ingegno cuore generoso”. C’è la targa lapidea di Carlo Remondini, “sindaco di Bassano dal 1907 al 1909”, figlio di Federico, spentosi nel 1925, che “nobiltà di natali con nobiltà di mente e di cuore illustrò”. Struggente il ricordo marmoreo di Pietro Remondini, fratello di Carlo, rapito da “fulmineo morbo” nel 1886 in terra straniera, a Colonia in Germania, a soli 27 anni di età.
Nel famedio di famiglia c’è anche il nome della sorella di Carlo, contessa Sofia Vanzo Mercante nata contessa Sofia Remondini (1857-1935), “schiva d’ogni ambizione, di chiara intelligenza e vasta cultura”, riunita nell’eterno riposo al marito conte cav. Giulio Vanzo Mercante (1853-1937).
Esistenze che oggi si riflettono solo sulla nuda pietra, perché quei defunti ora sono altrove.
Con Maria Grazia Novari e un cortese addetto della Sis vengo accompagnato nel magazzino del cimitero di Santa Croce, situato proprio all’ingresso. Una piccola stanza, con una botola di ferro sul pavimento. “Sotto - mi spiega l’operatore cimiteriale - c’è la fossa comune.”
Quante cose si imparano ogni giorno nel mio mestiere.
Su alcune mensole alla parete sono assiepate e accatastate una accanto all’altra file di cassette di metallo, che racchiudono le urne di estinti sfrattati dalla propria casa a seguito di concessioni cimiteriali scadute.
Dodici cassette in particolare recano la stessa scritta, incollata col nastro adesivo: “Tomba 49 (Remondini Carlo), totale di 12 salme di cui 10 ignote”. Dieci cassette su dodici, anche se provenienti da quella cappella, portano quindi la scritta “salma di ignoto” e al posto del nome l’occupante dell’urna è indicato da un numero.
Chi sarà il numero 6? E chi il numero 10? E chi sono gli altri ignoti dello stesso gruppo?
Tra questi c’è forse anche Antonio Remondini, che commissionò la tomba di famiglia nel 1828 per accogliervi la salma del secondo figlio maschio Bartolomeo Antonio?
È qui ed è così che sono quindi relegati in deposito due sindaci di Bassano e i loro diretti congiunti, ultime generazioni di un ramo della famiglia che ha reso grande la nostra città e a cui la città ha intitolato un Museo.
Chissà cosa avrebbe scritto Ugo Foscolo al cospetto di tale visione.
Maria Grazia Novari è una signora distinta, affabile e molto cordiale.
Ma dietro la sua bonarietà si cela in realtà una tenacia incrollabile. Lei stessa si definisce “ostinata come un mulo”.
Sulla questione del ritorno dei Remondini alla loro tomba ha già coinvolto due amministrazioni comunali: quella del sindaco Poletto e quella del sindaco Pavan.
Ha bussato più volte alle porte del Comune, ha incontrato o chiamato in causa con carteggi via email questo e quell’assessore e questo e quel funzionario per esprimere “tutto il suo rammarico per la sorte indegna delle ceneri dei componenti di questa famiglia”.
Ha condotto personalmente ricerche genealogiche sui Roberti e i Remondini per riannodare le fila della sua storia familiare e si è impegnata con passione a perseguire la sua causa con il fiuto di un segugio e l’energia di un caterpillar.
Ha interessato del caso studiosi e ricercatori, tra cui il compianto Agostino Brotto Pastega che, come riferisce Maria Grazia, definì “uno scempio” quanto riservato ai Remondini a Santa Croce. Più volte ha trovato come risposta il solito silenzio di tomba ma più il Palazzo la faceva rimbalzare tra un ufficio e l’altro come una pallina da flipper, più ha continuato e continua tutt’ora a non mollare la presa.
Il suo grande sogno nel cassetto va oltre il problema contingente dei resti mortali in deposito: ed è l’auspicio che un giorno tutti i Remondini estumulati da altri sepolcri vengano riuniti tutti insieme nel tempietto di Santa Croce, quasi a creare un piccolo Pantheon alla memoria della famiglia che per oltre due secoli ha scritto la storia di Bassano. Ma questa è una speranza che attualmente va oltre la dimensione del fattibile.
Ciò che invece appare realizzabile, sempre che ci sia la volontà politica di realizzarla, è la restituzione delle ceneri dei Remondini “delle Grazie” al posto che loro spetta.
“Io chiedo una cosa sola - mi ribadisce Maria Grazia Novari -. Mettiamo a posto la cappella e rimettiamoli dentro.”
Sarebbe un modo per restituire ai Remondini ora in magazzino - foscolianamente - eredità d’affetti, ma soprattutto un gesto di riconoscenza della città.
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