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Quella strana sensazione di evasione dal carcere: brevi considerazioni a ruota libera dopo il mio primo giro al supermercato, dopo quasi due anni e mezzo, senza mascherina

Pubblicato il 03 mag 2022
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2 maggio 2022: devo segnarmelo sul calendario.
Il 1 maggio non fa testo, era la festa del lavoro e il supermercato di Bassano dove solitamente vado a fare la spesa era - giustamente, in onore dei suoi dipendenti - chiuso.
Ieri invece ha riaperto e sono andato a farvi una capatina per comprare qualcosa. All’aria aperta, anche se mi trovavo in un ambiente interno.

Foto Alessandro Tich

Gironzolare tra gli scaffali della pasta e dei biscotti senza mascherina, dopo quasi due anni e mezzo di sipario calato su naso e bocca, mi dava una strana e catartica sensazione di evasione dal carcere: quasi non potevo crederci. Anche se la clientela - come ancora accade e accadrà per lungo tempo sia all’aperto e che in tanti altri luoghi chiusi - era divisa in due categorie. Quelli con la mascherina a prescindere, secondo l’incrollabile principio della prudenza ad oltranza, e quelli senza, finalmente dispensati dall’obbligo di muoversi sotto copertura nei luoghi preposti.
Indossavano la mascherina anche gli addetti e le addette alle casse, anche se ho visto più di qualche naso reazionariamente libero. Una soluzione a metà strada tra le regole che saranno state imposte dalla direzione dell’esercizio commerciale (ma che non possono, per fortuna, essere imposte ai clienti) e il “tutti liberi” di questa nuova fase del post (?) pandemia.
Questa mattina sono invece andato alle poste centrali di Bassano, uno dei luoghi più mascherabili degli ultimi due anni, dove per pagare un bollettino postale bisognava attenersi alle regole conseguenti ai bollettini del Covid. Anche qui, atmosfera free e situazione analoga: addetti agli sportelli ancora coperti dal tovagliolo per naso e bocca; utenti divisi invece tra liberi e belli da una parte e, dall’altra, tradizionalisti dei dispositivi di protezione individuale.
È una masquerade bella e buona: un ballo in maschera che nei posti che a partire dal 1 maggio sono finalmente affrancati dall’obbligo di indossare la mascherina - non è il caso ancora, ad esempio, delle scuole (poveri ragazzi), degli ospedali, dei trasporti pubblici, dei cinema e teatri eccetera - ci vede proiettati nella libera e soprattutto diversificata interpretazione della realtà.
Ci siamo abituati a percepire la copertura su naso e bocca come una “seconda pelle”, per quanto scomoda e innaturale. Chi porta gli occhiali, come me, ha dovuto sopportare due anni di nebbia sulle lenti. Soprattutto con le FPP2, entrate in auge nell’ultimo periodo, abbiamo respirato per mesi e mesi il nostro stesso alito e cioè anidride carbonica: esperienza oltretutto sconsigliabile dopo aver mangiato una pizza alla pugliese. Eppure in molti fanno fatica a liberarsene definitivamente, laddove è consentito.
Un atteggiamento che è comunque comprensibile, figlio anche del bombardamento mediatico a cui siamo stati costantemente sottoposti sul virus. E che mi fa ripetere quanto ho già scritto in altre occasioni: la pandemia ci ha stravolto comportamenti e abitudini, ci ha instillato timori personali duri da estirpare, ha mutato l’approccio stesso delle relazioni tra persone, siamo diventati “altri” rispetto a due anni fa. E umanamente non si può tornare ad essere quelli che eravamo prima del febbraio 2020 nel giro di un mattino.
A proposito: sempre questa mattina, recandomi in redazione, ho incrociato per strada una persona (mascherata) che nel salutarmi mi ha teso velocemente il pugno chiuso.
Meglio del gomito o dell’avambraccio, comunque. È inutile che io continui a lavarmi e a igienizzarmi le mani, accanto a tre vaccinazioni anti-Covid all’attivo, se poi c’è ancora chi - dopo oltre due anni di vade retro tra consimili - non me le vuole stringere.

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