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Dr Jekyll e Mr Blues
Scienziato, musicista e sportivo. Incontro a La Bassanese con il prof Mauro Ferrari, padre della nanomedicina, da 40 anni negli USA, luminare della ricerca sulle nanotecnologie applicate alla cura del cancro
Pubblicato il 22 mar 2022
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Dr Jekyll e Mr Blues. Non posso che definire così il professor Mauro Ferrari, ricercatore e professore universitario di origine friulana ormai da quarant’anni residente in pianta stabile negli Stati Uniti, considerato il padre della nanomedicina per i suoi studi sulle nanoparticelle applicate alla cura delle malattie e in particolare del cancro.
Una persona come noi prima di tutto, prima ancora che un luminare nel suo campo, che quando parla - e adesso anche quando scrive - fa di tutto per sfatare il luogo comune dello scienziato rinchiuso nella sua torre d’avorio, preso solamente dai suoi numeri e dalle sue formule. Cordiale, alla mano, arguto, coinvolgente: incontrarlo e soprattutto interagire con lui è un’esperienza arricchente e fuori dagli schemi, come mi conferma una sua ex studentessa italiana all’Università di Berkeley, in California, seduta in prima fila tra il pubblico alla libreria La Bassanese in città.
Dr Jekyll e Mr Blues perché sono due dei tre punti cardine della sua personalità: la scienza, la musica e lo sport. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che quando il prof. Ferrari dirigeva il prestigioso Methodist Hospital Research Institute a Houston, in Texas, durante il giorno era a capo di uno dei più importanti centri di ricerca medica degli Stati Uniti, mentre il sabato sera girava i locali (“anche i più malfamati”, riferisce al pubblico) a suonare il sax baritono nella blues band di Johnny Texas Boy e Milton Hopkins.
Il professor Mauro Ferrari (foto Alessandro Tich)
È solo una delle tante storie comprese nell’incalzante raccolta di episodi, aneddoti e incontri importanti della sua carriera raccontati nel suo primo libro “Infinitamente grande Infinitamente piccolo”, edito da Mondadori. Sottotitolo: “Io, la nanomedicina e la vita intorno”. Sottotitolo che dà già la chiave di lettura del volume, scritto con taglio brillante e sorprendentemente creativo: quello della storia di una vita, dentro la quale nasce, si sviluppa - anche attraverso numerosi fallimenti - e prende un indirizzo definitivo la sua missione da scienziato. Ovvero “trasformare il proprio dolore in qualcosa di positivo per gli altri”. Un obiettivo nobile, ma concreto nei fatti, nato come “reazione a un abbandono”: quello della prima moglie Marialuisa, sconfitta da un cancro quand’era ancora molto giovane.
Incontro il professor Ferrari - uomo dal curriculum scientifico e accademico impressionante - a La Bassanese, dove su iniziativa del sempre attivissimo libraio Marco Bernardi si tiene un incontro con il “gigante della nanomedicina” prendendo spunto dal suo libro fresco di stampa. Sono stato chiamato a fare da conduttore e moderatore, mentre l’illustre ospite è appena arrivato dagli States: la sera prima era ancora a Los Angeles, ora è per la prima volta a Bassano dopo essere arrivato dal suo Friuli.
Luogo dove torna regolarmente: giramondo per professione e in perenne spostamento anche per andare a trovare i cinque figli sparsi per il Nord America, lo studioso prende l’aereo una volta al mese per ritornare a Udine a incontrare la mamma.
Niente jet lag da fuso orario: Ferrari parte in quarta sin dall’inizio della nostra chiacchierata davanti al pubblico.
Lo intervisto sugli aspetti del suo libro che mi hanno più colpito: la musica e lo sport (ha praticato il basket da giovane e ora si cimenta nella corsa lunga in montagna) come metafora della ricerca scientifica, l’importanza dei fallimenti per costruire i successi, il perché delle sue tre colonne della scienza che per lui sono “conoscenza, motivazione e amore”. Inevitabile la domanda su cosa sia la nanomedicina e a che punto siamo con le nanotecnologie applicate alla cura dei tumori, in particolare dei cancri con metastasi del fegato e dei polmoni, la “sfida della vita” per il ricercatore italiano in USA.
Ed è qui che emerge il mondo dell’“infinitamente piccolo”: l’universo delle nanoparticelle che possono veicolare i farmaci anticancro in modo mirato e selettivamente efficace nelle cellule tumorali superandone le barriere con la tecnica, come spiega l’autore in parole semplici, del “Cavallo di Troia”. Senza che in questa sede io ne scriva oltre, perché la materia è complessa ed è chiaramente spiegata da chi di dovere, e cioè dal prof Ferrari, nel libro. Con la significativa constatazione che per arrivare a un risultato clinicamente applicabile nella terapia del tumore metastatico ci sono voluti 29 anni di ricerche accanto a una lunga sequenza di porte bussate nelle stanze dei potenziali investitori.
Ora - come rivela lo studioso all’incontro bassanese e come accenna solo brevemente nel volume, in quanto notizia arrivata in sede di revisione editoriale - grazie una cordata di investitori formata da un gruppo italiano e da un venture capital californiano, il farmaco nano-veicolato ML-016 per la cura delle metastasi polmonari e epatiche potrebbe finalmente entrare in clinica nel giro di un anno.
Quello che anche colpisce leggendo le pagine di “Infinitamente grande Infinitamente piccolo” è il racconto delle tante opportunità che Mauro Ferrari ha avuto per la progressione della sua carriera negli Stati Uniti, a partire da Berkeley dove ha iniziato come professore di Ingegneria dei Materiali e Ingegneria Civile e fino ad oggi.
Ma anche delle opportunità da lui offerte a sua volta ai suoi migliori allievi e a tanti altri brillanti giovani studiosi da diverse parti del mondo che hanno fatto e fanno tuttora parte dei suoi consistenti staff di ricerca. È un racconto di valorizzazione dei talenti e di un sistema scientifico e universitario che riconosce i meriti, cosa che non viene invece applicata qui in Italia. Lo stuzzico quindi sulla “fuga dei cervelli” dal nostro Paese e la questione viene ripresa anche dalle domande del pubblico. Il prof conviene, sulla sua esperienza, che l’Italia è ancora il Paese del Colosseo e non un Paese che investe sul futuro. Molto triste. Very sad.
Ma Mauro Ferrari, come pure racconta nel suo libro, è anche lo scienziato che nel gennaio 2020 era stato nominato dalla Commissione Europea alla presidenza dell’ERC, il Consiglio Europeo di Ricerca. Presidenza durata per soli tre mesi. A marzo 2020 ha sbattuto la porta e se ne è andato via, in rotta di collisione con Bruxelles per la gestione dell’emergenza Covid.
La vicenda è finita sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, ma a Bassano il prof rivela un retroscena inedito. Quello del suo carteggio con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che all’arrivo in Europa del Coronavirus, come da suo messaggio email, non sapeva che pesci pigliare (Ferrari lo rivela con altre parole, più colorite, che qui non posso riferire).
Il presidente dell’ERC le ha quindi presentato un programma scientifico speciale di intervento basato su un approccio multidisciplinare al contrasto del virus.
“Va bene, ora lo trasmetto ai miei cardinali e ai miei vescovi”, gli ha risposto l’euroUrsula, riferendosi ai funzionari di Bruxelles. Ma è a questo punto che il piano si è arenato: inconcepibile, per il Consiglio scientifico dell’ERC, spalmare le risorse in modo diverso dovendo garantire i finanziamenti europei alle singole branche scientifiche, separate tra di loro. Risultato finale: dimissioni immediate del presidente Ferrari, senza se e senza ma. Sarà anche una persona affabile e spiritosa, ma i suoi principi sono inalienabili.
Questo e tanto altro compone l’eclettica personalità di questo scienziato sui generis, studioso di giorno e bluesman di notte, che va in giro a fare conferenze di divulgazione scientifica con la Rythm and Blues Band di Cividale del Friuli con cui si cimenta anche come cantante, che appena può sfida l’impossibile correndo maratone in montagna, che paragona la ricerca scientifica a una partita di basket “che dura tutta la vita” e che nel libro chiede seriamente al lettore di scrivergli una canzone per il Festival di Sanremo.
Fuori dagli schemi, per l’appunto. Come dimostra ampiamente anche il clima di grande e informale coinvolgimento che ha saputo creare all’incontro di Bassano.
Goodbye, Mauro. Ha ragione la tua ex studentessa di Berkeley, seduta in prima fila: incontrarti è stato un piacere.
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