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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Rethinking Bassano
Vade retro Recovery: le contro proposte di Sergio Los per uscire dal torpore dell’urbanistica quotidiana
Pubblicato il 04 nov 2021
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A scoppio ritardato: le idee per uscire dall’immobilismo dell’ordinaria urbanistica pubblicate ai primi di luglio nell’articolo Recovery Future non sono piaciute a Sergio Los.
O forse è piaciuta solo la provocazione in termini di ritorno alle idee (riforestazione, parco tecnologico e restyling della zona dei Ponti), ma non certo la parte concernente l’origine dei fondi che potenzialmente sarebbero serviti per dare corpo ai cantieri. Sta di fatto che anche il professore bassanese di composizione architettonica multi-scala allo IUAV di Venezia, collaboratore e studioso del grande Carlo Scarpa, e architetto conosciuto in giro per il mondo, ci “sta” ad aggiungere il suo carico culturale da novanta per un “rethinking” Bassano. «Lei aveva chiesto un esercizio di fantasia per usare i fondi europei.
Il progetto per la “Bassano del 2050” deve avere obiettivi che vanno ben oltre l’ordinaria amministrazione. Non potremo certo ristrutturare i marciapiedi come hanno considerato anche la pavimentazione del nuovo ponte palladiano».
(E siamo già ad una stoccata, prima di partire). Come s’immagina l’urbanistica bassanese del dopo pandemia?
«Immagino una città che, accogliendo l’invito di vari studiosi di sostenibilità, tra i quali mi riconosco, consideri le città intermedie la culla di una vera transizione ecologica. Un argomento apparentemente scandaloso e controcorrente, ma che consente di tenere insieme ecologia, inclusione sociale, architettura, economia e cultura. Innanzitutto con un progetto di innovazione sociale prima che urbanistico. Una città che si proponga come prototipo di una forma di vita compatibile con l’ambiente circostante vivo, che intenda diventare auto-sussistente e che progressivamente sperimenti una democrazia deliberativa».
Pensavo di parlare di economia e urbanistica, siamo finiti subito nell’altissima politica.
«Bisogna poter pensare a progetti audaci di rigenerazione della nostra architettura civica: ovvero la rete di spazi urbani, pedonali e veicolari reciprocamente correlati ma distinti. Uno schema di massima del piano potrebbe già essere discusso. Di questo progetto bisognerebbe però saper cogliere la capacità di creare un’immagine diversa, dirompente, che spinga a superare le limitate visioni con cui oggi si costruiscono gli strumenti urbanistici. Finalizzati ormai esclusivamente alla gestione dell’uso quotidiano delle lottizzazioni».
(E siamo a due stoccate). Ritorniamo al punto di partenza, non ho capito perché è contrario all’uso del Recovery Fund.
«I fondi sono volti a indebitare le prossime generazioni per supportare quel sistema che ho definito “Macchina Termo-Industriale”, abbreviato in MTI, che opera da secoli nel colonizzare il mondo. Ma che oggi perfino il “Grande reset” del World Economic Forum, “Radici Future” di Confindustria e la “Transizione ecologica” del nostro governo, presuppongono vistosamente incompatibile con Gaia, il pianeta vivente. Occorre cercare un progetto che salvi Bassano da tale eventualità. Com’è possibile eludere quei fondi? Come sostiene Albert O. Hirschman in Lealtà, defezione, protesta: “Un modello non è mai sconfitto dai fatti, per quanto sgraditi, ma da un altro modello”».
In che senso?
«Per nostra fortuna, la vita del pianeta ha reagito e mostrato la propria contrarietà e la potenza del suo disaccordo. Così la MTI deve arrendersi alla propria rivelata, velleitaria irrazionalità. Le conseguenze di quel mutuo europeo sarebbero vincolanti e mirate a costruire quell’Italia termo-industriale che proprio ora anche gli altri iniziano ad abbandonare perché chiaramente insostenibili».
Dobbiamo fare uno sforzo di rimanere tra il Brolo, la stazione dei Treni, le periferie e al massimo arrivare al quartiere dimenticato di Rubbio.
«La crisi imposta dai cambiamenti climatici costituisce per le città intermedie, della dimensione appunto di Bassano con i suoi 40.000 abitanti, un’occasione unica per ripensare sé stesse in una prospettiva di maggiore vivibilità, di sostenibilità e di rigenerazione urbana. I media parlano di transizione ecologica prospettando alcuni provvedimenti per usare energie alternative in modo da ridurre l’impatto ambientale della Macchina Termo Industriale. È necessario comprendere che non bastano certo alcuni assestamenti, come quelli elencati nei media, per rendere compatibile quella MTI alle condizioni richieste dalla vita del pianeta».
Stiamo andando ancora troppo “alti”, dobbiamo incalzare l’agenda dei decisori locali.
«Giusto, ma dobbiamo pure comprendere che quello su Bassano non sarebbe la trovata di un “creativo”. Bassano si trova di fronte a due visioni. Nel primo caso usare i denari del PNRR, per allinearsi alla versione anglosassone moderna della MTI, che si riduce a cercare di mitigarne gli effetti incompatibili con l’ambiente circostante. Altrimenti, seconda opzione: perseguire una visione alternativa, ovvero la rigenerazione urbana verso quella città intermedia che è stata per quasi tutto il suo millennio di vita. Aggiornandola, naturalmente, ma basandosi sempre sulle proprie risorse, che sono molto più ricche e potenti di quanto possano immaginare i suoi attuali cittadini. È semplice dimostrarlo».
Non è che ci infiliamo in una discussione da accademici? Tra una sagra e l’altra non sempre c’è tempo per dare retta a chi parla di futuro.
«Abbiamo in archivio una vasta raccolta di materiali, progetti, ricerche che possiamo mettere a disposizione. È il sistema globale che necessita di ridurre la propria interdipendenza e iperconnessione, rafforzando le stabilità locali con l’autonomia delle città intermedie come Bassano, invece di lasciar crescere le globalizzanti megalopoli. Si tratta di una trasformazione che riduce la centralizzazione, le disuguaglianze e non richiede grandi investimenti».
Proviamo a dirne uno.
«Gli agglomerati urbani soprattutto di media dimensione sono stati straordinari sistemi di civilizzazione culturale e multi-economica. Ancor di più oggi il rilancio economico dei territori passa da città-stato intermedie dinamiche, attente ai processi di controllo da parte delle comunità civiche per mantenere, attraverso democrazie deliberative, una partecipazione educativa alla civicità».
Un suo vecchio pallino, la città auto-sussistente.
«Le città, e Bassano potrebbe diventare uno straordinario esemplare, possono recuperare la loro capabilità di auto-sostentarsi, a partire dalle economie del quotidiano, alle quali dovremmo dare la precedenza, per aumentare progressivamente tale autonomia, che passerebbe dall’attuale dipendenza dell’ordine del 85% a quella futura del 15%. Nel 2007 abbiamo effettuato, come Associazione CIVICITY, uno studio per un laboratorio internazionale qui a Bassano, coinvolgendo diverse università. Anche questo potrebbe diventare un progetto convergente sul tema: Bassano la città del 2050. È disponibile anche una pubblicazione dello IUAV».
Nel 2007, se non sbaglio, si parlava già di realizzare a Bassano un Quartiere Culturale.
«Un Quartiere Culturale per far comprendere la differenza fra comunicazione figurativa e intrattenimento estetico, capace di confrontarsi con le reti economiche globali in un modo completamente nuovo. E soprattutto in grado di portare nel presente la grande tradizione artistica della città. Bassano ha un’origine militare che contraddistingue i suoi primi secoli di vita, ma già nel XV secolo arriva Francesco dal Ponte, il padre di Jacopo, detto il Bassano, attivo per diverse generazioni e che – insieme ai Remondini e a tanti altri artisti - marca la svolta di Bassano che diviene un centro di cultura figurativa operante fino al XIX secolo. Le connessioni di Bassano con le altre città del Veneto, organizzate in una rete fatta non solo di collegamenti territoriali, ma anche di eventi culturali e artistici, rende questa proposta molto fattibile. Molte di queste risorse sono già disponibili, ma sono organizzate in modo settoriale, non coordinato».
I binari della Ferrovia e la Stazione tagliano Bassano in due. È possibile pensare a un progetto che connetta, finalmente, quell’area al centro?
«Il progetto citato interessava le caserme in centro e l’area del Vecchio Ospedale che ora è un parcheggio e che allora - ma il problema è tuttora molto attuale - doveva costituire una specie di “Nuovo ponte palladiano” per superare la ferrovia. È la seconda spaccatura nord–sud a dividere la città dopo il Brenta, e che esige un raccordo, qualcosa che, come il ponte, unisca integrandole, parti divise della città. Pensando che subito oltre la ferrovia vi è l’area delle Smalterie e la caserma Monte Grappa, da riqualificare secondo il nuovo progetto».
Vi è la forza di fare un progetto così complesso, a lungo termine? La politica, anche locale, viene giudicata purtroppo sul piccolo cabotaggio.
«Bassano dovrebbe diventare una specie di polo tecno-artistico di formazione e ricerca sulla innovazione sociale o comunitaria. Un punto di riferimento per i settori produttivi del territorio circostante, di sostegno alle nuove iniziative imprenditoriali, ma anche di produzione di conoscenza che possa fare di Bassano una esemplificazione per le economie di un’area più vasta della città intermedia auto-sussistente».
Scusi, ma dove si trovano questi uomini di buona volontà?
«Un progetto di questo tipo è democratico, partecipato, passa attraverso la preliminare costruzione di una rete di attori locali: istituzioni, imprenditori, enti di formazione, terzo settore. Un fattore strategico indispensabile affinché i progetti innovativi possano davvero camminare. È un progetto che genera economia distribuita e disponibile localmente. I dati in questo senso sarebbero sorprendenti».
Con quali criteri si possono rigenerare le nuove reti di architettura civica bassanesi?
«L’energia costerà sempre di più, su questo nessuno ha dubbi. Ma pochi conoscono il peso della climatizzazione artificiale dell’intero patrimonio edilizio. Bassano potrebbe avere un progetto di progressiva bio-climatizzazione per adeguare l’architettura ad una migliore qualità ambientale. Diversamente dalle tante tecniche di risparmio energetico degli edifici, questo intervento migliorerebbe anche le strade, le piazze e perfino le aree verdi sarebbero finalizzate a migliorare il clima degli spazi aperti».
La famosa città intelligente.
«Un’intelligenza che non si riduca solo al wifi diffuso per strada o a forme d’innovazione tecnologica per l’illuminazione pubblica, ma piuttosto che tenga insieme progetti diversi e tutti finalizzati all’unico obiettivo del miglioramento delle condizioni ambientali e di drastica riduzione degli impatti ambientali».
Gli ultimi indizi per la sua declinazione di questa visione sull’ottava città del Veneto?
«Un disegno generale che preveda un’appropriata articolazione delle aree verdi coltivate, dove possiamo anche passeggiare oltre che coltivare. Con un paesaggio migliorato, integrato con un piano di mobilità pedonale e veicolare sostenibile e accessibile, dove il trasporto pubblico svolge un ruolo molto più rispondente alla nuova vita locale. La riqualificazione delle aree agricole per adeguarle all’alimentazione completa della città, e anche per climatizzare gli spazi aperti; strade ombreggiate e protette dai venti invernali le renderebbero molto più frequentate. Insomma, un progetto comunicato, pubblicizzato, in modo che tutti ne siano consapevoli perciò responsabili oltre che capabili di partecipare per discutere proposte e non soltanto proteste. Diventerebbe così per la comunità civica una specie di patto costitutivo».
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