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La Mucchina
Nuovo viaggio sentimentale tra gli animali della Fiera Franca d’Autunno di Bassano, sempre più vuota e sempre più triste
Pubblicato il 07 ott 2021
Visto 9.694 volte
Ma dove siete state tutto questo tempo, mie care mucchine? È da due anni che non vi vedevo e mi fa piacere rincontrarvi. Mi trovo di nuovo alla Fiera Franca del bestiame di Bassano, ovvero Fiera Franca d’Autunno, tradizionale anteprima della Fiera Franca del weekend in centro storico, edizione della “ripartenza” (si fa per dire) dopo l’annullamento dello scorso anno per l’emergenza Covid. Accesso con green pass obbligatorio: all’entrata non te lo controlla nessuno ma, come avverte il cartello, ci sono “controlli green pass a campione all’interno dell’area”.
Ad ogni modo, eccomi qua. Per me è un must, non posso fare a meno di farlo, dai tempi in cui portavo i figli ancora piccoli a visitare questo colorito zoo sull’asfalto di viale de Gasperi. Come ogni anno ci vado alle 8 di mattina, per un inebriante inizio di giornata al profumo di salsicce e di panino onto.
Ma mi accorgo subito che è una Fiera sotto tono. Innanzitutto c’è poca gente: a quest’ora, negli anni passati, facevi già fatica a camminare. Più curiosi e famiglie che addetti ai lavori, ma era comunque una moltitudine di visitatori. Inoltre - ma questa è una costante degli ultimi anni - ci sono sempre meno animali. E sul tratto del de Gasperi classicamente interessato dalla manifestazione, tra il parcheggio Gerosa e la rotatoria che porta a Santa Croce, decine e decine di metri dell’area espositiva sono deserti. Colpisce soprattutto il vuoto nel recinto dedicato al tradizionale concorso del Bue Grasso, dove al momento sono collocati solo due animali. Anche in questo caso il raffronto con gli anni passati - quando a quest’ora il recinto era già pieno di “concorrenti” - è inesorabile.
Foto Alessandro Tich
E alle 11, e cioè all’orario-clou delle premiazioni, i capi in concorso saranno in tutto 5. Imbarazzante. Anzi: che cringe, come direbbero i ragazzi di oggi.
C’è insomma poco da rallegrarsi e il cielo grigio e fino a poco prima piovoso completa il quadro di malinconia generale.
Anche tra le bancarelle sul primo tratto della fiera provenendo dal centro città ci sono degli spazi vuoti che gli altri anni non c’erano. Sono presenti, più che altro, i chioschi di gastronomia che poi rifocilleranno il popolo anche nella Fiera del weekend. Il “Giotto della Porchetta” è lì al suo posto, puntuale come una rata del mutuo. E con lui gli altri somministratori di panini, di piadine e di patatine fritte. Come mi capita, tra le bancarelle di articoli vari cerco di scovare in anteprima qualche curiosa assurdità che poi ritroverò agli stand degli imbonitori del sabato e della domenica in centro.
Ma non scovo un bel nulla. Annoto solo la scritta del cartello in bella vista sopra un banco: “Per oggi motoseghe a prezzo bomba”. Non è il mio target.
Quello che faccio di solito alla Fiera Franca del bestiame è una sorta di viaggio sentimentale tra questi animali in esposizione. Ci sono anche i cavalli (pochi), qualche asinello e quest’anno anche i galli e le galline: ma sono le mucche le bestie a cui sono più affezionato. Perché questi mansueti ed eroici bovini destinati a dare latte o a fare carne mi ispirano da sempre un senso di compassionevole vicinanza. Non proprio ai livelli del “T’amo, o pio bove” di Carducci, ma il tentativo è quello.
Tale è il trasporto nei confronti di questi quadrupedi che quasi mi dimentico che siamo all’interno di una fiera e cioè di un assai più prosaico mercato del bestiame dove - almeno in teoria - si dovrebbe vendere e comprare. Davanti a una fila di vitelloni già legati alla transenna, mentre il loro proprietario è ancora impegnato a far scendere dal camion quelli che restano, un “interessato” chiede al giovane aiutante dell’allevatore quanto costano i capi esposti. Risposta: “Mìe euro, mìe euro scarsi.”
“Ah però - chiedo al potenziale e poi mancato acquirente -, 1000 euro per una mucca?”.
“Sì - mi conferma il mio interlocutore - e quee da latte ‘e costa 500. Ze aumentà tuto. Tegnirle in stalla costa e non te resta gnianca da lavarte el muso.” Questo sì, che è parlare chiaro. Perché, come mi spiega ancora il mio “informatore”, tenere in stalla un animale così significa dargli tutti i giorni da mangiare “forajo e sorgo” e a lungo andare la cosa diventa assai costosa.
E in fatto di costi, un altro allevatore che sta lì nei paraggi mi dice che quest’anno non ha portato nessuna bestia. Un po’ per le condizioni del tempo, ma soprattutto perché lui era (uso appositamente il verbo al passato) un partecipante al concorso del Bue Grasso.
“L’anno scorso gavevo un bel esemplare par el concorso, ma la fiera no i a ga fata - mi dice sconsolato -. Quest’anno no go portà gnente. Tegnire do anni in stalla una bestia costa schei, tanti schei.”
Se il buongiorno si vede dal mattino, anche quest’anno gli affari saranno pochi e del resto l’offerta è quella che è. Verso le 9 me ne vado via con la certa e mesta consapevolezza di avere assistito a edizioni della Fiera Franca d’Autunno migliori, ma anche con l’intima soddisfazione di avere incontrato ancora una volta questo animale che per me rappresenta un disinfettante e igienizzante per lo spirito: La Mucchina.
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