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Altro che “tegola” sulla Vardanega: la richiesta a Nardini dell'impresa appaltatrice è stata una mossa che inchioda il Comune alle proprie responsabilità
Pubblicato il 21 apr 2018
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Il caso Nardini-Vardanega, di cui ci siamo occupati ieri, sta ubriacando la città.
È ormai diffusa la consapevolezza che l'incredibile fiction (perché ormai la realtà è stata ampiamente superata) del restauro del Ponte stia arrivando ad un punto definitivo di svolta, e non necessariamente nella direzione di una ripresa dei lavori secondo cronoprogramma e soprattutto secondo progetto esecutivo. Ma di questo si occuperanno le cronache future e non certo le proiezioni del presente, trattandosi di guazzabuglio senza precedenti a prova di qualsiasi sfera di cristallo.
È pur vero, tuttavia, che le azioni future sono anche figlie delle azioni presenti: causa-effetto, premessa-conseguenza, la dinamica è sempre la stessa. E il rifiuto della Ditta Bortolo Nardini Spa, che ha negato alla Nico Vardanega Costruzioni Srl l'accesso in grapperia per dopodomani, lunedì 23 aprile, è uno di quei momenti che rivoluzionano, in vista delle puntate successive, lo svolgimento della trama.
Fonte immagine: primapaginadiyvs.it
La storia è ormai ampiamente di pubblico dominio (ne fanno fede le migliaia di letture del nostro special report “L'ultima goccia”) ma la riassumiamo in poche righe.
L'altro ieri, giovedì 19 aprile, la Vardanega ha trasmesso un'improvvisa comunicazione a Nardini nella quale ha richiesto alla proprietà dell'azienda di distillati e liquori l'accesso ai locali della grapperia sul Ponte con riferimento “ai prossimi lavori di posizionamento della trave bailey sulla spalla del Ponte lato Bassano” e allo scopo di effettuare “le valutazioni operative legate ai prossimi lavori di consolidamento della parte sommitale della muratura secondo le indicazioni del progetto esecutivo e le note integrative del progettista”. Una richiesta che implicava una risposta immediata: “In assenza di un Vs negativo riscontro - avvertiva la ditta appaltatrice del restauro del Ponte - potremo intervenire il prossimo lunedì 23 aprile 2018 con la disponibilità di uomini e attrezzature per tutte le valutazioni del caso.”
La replica immediata della Bortolo Nardini Spa non si è fatta attendere e in data di ieri, con una lettera a firma del presidente e amministratore delegato Angelo Nardini, la proprietà della distilleria ha risposto picche. Niente da fare e non se ne parla nemmeno. Accesso negato, come scrive Angelo Nardini nella comunicazione, per due motivi: perché “nessun rapporto diretto sussiste” tra la Nardini e la Vardanega e perché (attenzione, attenzione: è il passaggio-chiave) “non sussistono le condizioni per alcun accesso/intervento”. La lettera di diniego della proprietà privata si conclude con un fermo invito alla Vardanega Costruzioni “ad astenersi dall'assumere iniziative autonome nei confronti della nostra Società, che intrattiene i suoi rapporti unicamente con l'Amministrazione Comunale nell'ambito e con i limiti delle previsioni dell'Accordo con questa intercorso”.
Per chi arrivasse oggi per la prima volta a Bassano del Grappa dal pianeta Marte, il sopracitato scambio di corrispondenza via pec potrebbe apparire come una severa reprimenda all'impresa di Possagno: esclusa ineluttabilmente dall'accesso in grapperia e neppure presa minimamente in considerazione, trattandosi di elemento “terzo” e quindi estraneo rispetto al rapporto diretto e privilegiato - sancito dall'apposito accordo siglato il 3 marzo 2016 - tra la Ditta Bortolo Nardini Spa e l'Amministrazione comunale.
E in effetti, da come la vicenda è stata riferita da un organo di informazione televisiva, l'impressione è che Bassano sia abitata dai marziani. Qualcuno ha intitolato che lo stop della Nardini al sopralluogo è stata un'“altra tegola sulla Vardanega”, rafforzando la sensazione, alimentata dall'Amministrazione comunale, che tutti i ritardi, le incongruenze e i blocchi (Nardini compreso) del martoriato intervento di restauro siano responsabilità esclusiva dell'impresa esecutrice. Talmente esclusiva che, come già riportato in anteprima su questo portale, ancora lo scorso 30 marzo il Comune ha formalmente avviato il procedimento di risoluzione del contratto d'appalto, ex art. 136 D.Lgs. n. 163/2006, dando il via a una nuova serie di fuochi incrociati tra Direzione Lavori e RUP da una parte, e ditta appaltatrice dall'altra. Anche di questo provvedimento e soprattuto dei suoi sviluppi, tuttavia, si occuperanno le cronache future: e sarà un futuro prossimo.
Rimaniamo perciò nell'attualità di queste ore. Sulla quale va chiarita una cosa una volta per tutte: il “no” di Nardini all'accesso per il sopralluogo non è stata una tegola sulla Vardanega. Perché quel “no”, di fatto, la Vardanega se lo è cercato. Non si potrebbe spiegare altrimenti l'improvvisa richiesta dell'impresa, equivalente a una domanda retorica. E cioè a una domanda con la risposta già incorporata: “no”.
Vardanega conosce perfettamente i contenuti dell'accordo siglato tra la Nardini e il Comune che per condizioni generali, tempi di esecuzione, modi, limiti e responsabilità pende nettamente a favore controparte privata. Sa benissimo che ogni passaggio dell'intervento sulla spalla sinistra e fabbricati adiacenti deve essere preventivamente concordato tra Nardini e Comune, eppure si è rivolto ai proprietari della grapperia su iniziativa autonoma. È assolutamente edotto del fatto che le operazioni attinenti al cantiere del Ponte sulle aree e fabbricati di proprietà Nardini possono essere eseguite in due sole finestre temporali nel corso dell'anno, eppure ha chiesto di fare un sopralluogo per “sondaggi esplorativi” in un periodo diverso da quelli consentiti dall'accordo.
E come risposta ha ricevuto un netto rifiuto che - per i presupposti di cui sopra - era previsto e scontato.
Ma è proprio questo il risultato che l'impresa esecutrice è riuscita ad ottenere: non affermato a parole ma con prova scritta, nero su bianco. E cioè la conferma che l'area di progetto e di cantiere dell'intervento di ripristino e consolidamento del Ponte degli Alpini non è completamente cantierabile, non è totalmente libera da persone e cose e non è pienamente nella disponibilità dell'appaltatore. Non corrisponde, in altre parole, alle condizioni previste per legge sull'affidamento di un cantiere negli appalti pubblici e dichiarate nel verbale di consegna dei lavori del 2 marzo 2017. Un atto pubblico che rischia di trasformarsi in molto di più di un peccato originale e che la ditta di Possagno potrebbe sfruttare a proprio favore in caso di controversia giudiziaria per raggiunta risoluzione del contratto.
L'improvvisa e inattesa richiesta dell'impresa guidata da Giannantonio Vardanega alla Ditta Bortolo Nardini Spa, in definitiva, non è stata solamente “una astuta provocazione del tutto irrituale” - come ha scritto ieri in un suo commento su Bassanonet l'architetto Antonio Guglielmini - ma anche una mossa, anticonvenzionale ma non illegittima, per inchiodare di fatto l'Amministrazione comunale alle proprie responsabilità, per quanto la medesima non le voglia ancora ammettere, al netto degli ulteriori grossissimi problemi relativi alla fattibilità del progetto esecutivo dalla stessa approvato.
Un'azione a sorpresa che per tattica e strategia ricorda l'omerico Cavallo di Troia.
La qual cosa calza a pennello in una storia, come quella del restauro del Ponte di Bassano, che è ormai diventata una autentica Odissea.
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