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I conti del Superbonus
Salvifico per tenere a galla l’economia o letale per la finanza pubblica? A quattro anni dall’introduzione del bonus, adesso cosa succede? Intervista all’economista Leonzio Rizzo (Università Ferrara)
Pubblicato il 31 mag 2024
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Dice il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che “bisogna tornare sulla terra” in tema di conti pubblici e bonus. Secondo il titolare di via XX Settembre, l’obbligo di spalmare i crediti del Superbonus in 10 anni serve semplicemente per arginare una valanga (“Superbonus come Vajont” lo ha definito), altrimenti ingovernabile per le casse dello Stato.
Nei giorni scorsi, in visita elettorale a Bassano, l’ex premier Giuseppe Conte era intervenuto duramente sul cosiddetto “decreto spalmacrediti”: "Stanno ormai governando da quasi due anni e hanno modificato per 6 volte quella legge. Io l’ho gestito solo per qualche mese e sono andato via nel 2021. Non puoi fare ora una retroattività mettendo nei guai famiglie e imprese, è vergognoso” (fonte archivio Bassanonet).
Leonzio Rizzo (Università Ferrara)
In ogni caso, a fronte delle molte correzioni sull’impatto per la finanza statale delle misure collegabili al Superbonus 110%, a fine aprile l’Istat ha comunicato che il deficit definitivo della pubblica amministrazione per il 2024 si attesterà al 7,4% del Pil.
Con il passare dei mesi, tuttavia, il quadro finanziario dei costi-benefici per l’economia rispetto alle misure di stimolo all’edilizia si fa via via più chiaro. Con Leonzio Rizzo, professore di Scienza delle Finanze all’Università di Ferrara, proviamo a mettere qualche punto fermo sugli effetti economici dell’”esperimento” Superbonus”.
Il costo complessivo del Superbonus per lo Stato è totalmente definito?
«Sono circa 160 miliardi di euro i costi del Superbonus, ovvero Sisma più Ecobonus. Sono previsti ulteriori costi di circa 12 miliardi di euro spalmabili in 10 anni, che dovrebbero interessare solo le detrazioni e non più le cessioni dei crediti».
Quali sono stati gli effetti globali sull’economia di questo provvedimento?
«Abbiamo letto varie stime in questi anni, alcune totalmente prive di fondamento. Sicuramente non è vero che lo Stato spendendo 100 euro ne ricava 300, sono numeri inventati. In realtà, ipotizzando una tassazione media del 30%, è più ragionevole pensare che lo Stato per ogni 100 euro di euro di spesa ne incassi circa 30 in termini di entrate fiscali. Di sicuro, dal punto di vista della crescita del Pil se lo Stato spende 100 per il bonus ne contabilizza 100 nel Pil. Più in generale, l’effetto moltiplicatore per l’economia di misure a sostegno dell’edilizia si aggira dall’1 al 1,2%. Bisogna spiegare però gli effetti sul deficit e sul debito pubblico».
Prego.
«Dal 2020 abbiamo contabilizzato le spese del Superbonus sul deficit statale, mentre gli effetti sul fabbisogno finanziario pubblico si vedranno ancora da qui ai prossimi 4 anni, l’orizzonte di tempo entro il quale le banche riscuoteranno i loro crediti. Un’altra questione ancora riguarda l’effetto complessivo sullo stock totale di debito pubblico a seguito del Superbonus».
Il Superbonus è stato pensato nel 2020, in piena pandemia: a distanza di 4 anni e con ben 33 modifiche legislative apportate, qual è il suo giudizio generale?
«L’idea di sbloccare gli investimenti con fondi pubblici durante le crisi è sempre stata valida, è un’idea di stampo keynesiano. Se i privati non fanno investimenti, entra in gioco lo Stato, questa è la ratio. Non serve essere economisti però per capire che il problema si è posto con un sussidio pensato nella misura del 110% dell’investimento fatto».
Perché?
«Il presupposto di poter prendere soldi in più, oltre all’investimento, ha innescato un’esplosione irrazionale della domanda. Ha creato inoltre un forte impatto sull’inflazione, decuplicando i costi dei materiali e sfalsando per qualche tempo tutto il funzionamento del comparto edilizio. Non facendosi carico dei costi, per i proprietari degli immobili qualsiasi prezzo era accettabile».
Appurato che il Superbonus ha mandato fuori rotta la spesa pubblica, qual è stato allora il beneficio di questa misura per l’economia italiana?
«Il beneficio, oggi ancora difficilmente quantificabile, ha riguardato la messa in sicurezza di una parte del patrimonio immobiliare. A questo si deve aggiungere l’azione di efficientamento energetico su case e condòmini, peraltro sulla scia di quello che sta predisponendo anche la normativa europea».
Se gli incentivi pubblici sono valutati anche in base al contributo dato alla collettività, che valutazione politica dà al 110%?
«Bisognerebbe disaggregare il moltiplicatore per le varie categorie di reddito. La sensazione è che la misura sia andata a beneficio dei redditi medio-alti. È evidente che quando lo Stato distribuisce risorse pubbliche devo farlo proporzionalmente al reddito o rispetto ad altri indicatori come per esempio l’Isee. A chi guadagna 200 mila euro all’anno non puoi concedere il 110%: i lavori di ristrutturazione è in grado di farseli anche senza aiuto. È una lezione che dovremo imparare anche quando affronteremo l’impatto della direttiva UE sulle case green».
In che senso?
«Chi non è in grado di efficientare dal punto di vista energetico la casa perché non ha un reddito adeguato deve essere aiutato, chi è in grado economicamente di farlo non ha bisogno di aiuto. Le detrazioni devono essere fatte sulla base dei redditi. Da settembre 2023 lo stop alle detrazioni per i redditi alti ha praticamente azzerato le pratiche per le case unifamiliari. Ricordiamoci che con il Superbonus abbiamo ristrutturato anche i castelli».
Si può dire che è stata la misura di legge meno progressiva degli ultimi anni?
«Come detto i dati non ci sono ma il sentore è questo. Chi guadagna 1-1.200 euro al mese non corre il rischio di iniziare una costosa ristrutturazione senza certezze. Chi ha un reddito alto invece è sicuramente più propenso a rischiare. C’è però un altro tema sociale e riguarda le case popolari, in molte situazioni totalmente inadeguate, obsolete, in alcune aree addirittura fatiscenti. L’accesso alle misure del Superbonus è stato vicino allo zero».
Si paragonano gli effetti e i costi di una misura come Industria 4.0 rispetto al Superbonus. Sono raffronti che reggono?
«Sono due cose diverse. Per quanto concerne l’effetto moltiplicatore, ovvero la capacità di espandersi nell’economia, misure di politica industriale come Industria 4.0 si aggirano sul 1,2-1,3%. Ma è l’impostazione ad essere stata diversa, Industria 4.0 e più recentemente Industria 5.0 sono state pensate con un “rubinetto”. È stato previsto un plafond massimo e un criterio per la distribuzione dei fondi in base alle richieste. Il 110% non aveva un vincolo di bilancio, tutti indistintamente potevano averne diritto».
In definitiva, con il Superbonus l’economia italiana ci ha perso o ci ha guadagnato?
«Ora come ora, guardando i conti, ci stiamo perdendo. Però ci sono ancora molte questioni poco chiare. Per esempio: da settembre a novembre 2023 sono stati spesi circa 40 miliardi di euro per il Superbonus, ma non si sono visti sull’incremento del Pil. È un bel rebus».
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