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Paolo Massimiliano PaternaPaolo Massimiliano Paterna
Giornalista
Bassanonet.it

Libri

Qualcuno era democristiano

La fine dell’unità politica dei cattolici tra Prima e Seconda Repubblica

Pubblicato il 16-01-2026
Visto 171 volte

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“Qualcuno era comunista”, recitava Giorgio Gaber negli anni ‘90 elencando tutti i motivi che poterono avvicinare al partito di Berlinguer.
In altri pezzi del suo Teatro canzone, Gaber non risparmia le sue critiche verso le realtà politiche di cui è testimone, né grazia i fogli della stampa, e le sue affermazioni non sono mai banali o gratuite.
Qualcuno era democristiano titola il libro di Luigi Marcadella e Lauro Paoletto, Editrice Ave, 2024, e si è tentati di continuare la frase, magari con “...nonostante la Dc di Alcide De Gasperi non somigliasse a quella di Aldo Moro”; oppure “...nonostante dal ventre unico della Dc siano emerse personalità opposte nel nuovo bipolarismo della Seconda Repubblica.” O ancora “...per salvare l’Italia dallo stalinismo, come stabilito dalle sfere di influenza demarcate dagli accordi di Yalta del 1945”, ed ancora e ancora.

Oltre lo Scudocrociato: la diaspora di un’identità e il silenzio del centro.

È un titolo intelligente che lascia spazio alla sensibilità umana, o al peggio politica, del lettore per risolvere una affermazione in realtà non seguita da tre punti. Ed intelligente è il libro per forma - già alla sua terza ristampa, vanta una presentazione nell’Aula Convegni di Palazzo Carpegna di Roma -, contiene le interviste dei due autori a Arnaldo Forlani, Pierluigi Castagnetti, Gerardo Bianco, Marco Follini, Pier Ferdinando Casini, Clemente Mastella, Rosy Bindi, Franco Frigo, Luigi D’Agrò, Settimo Gottardo, Paolo Giaretta e Achille Variati. Dodici incontri che offrono una serie di interpretazioni politiche, talvolta differenti, talora opposte, e che assieme compongono un libro di testimonianze, pubblicato nell’anno del trentennale della fine della Democrazia cristiana.
Il testo è suddiviso in una parte nazionale ed una dedicata alla Dc del Veneto ed al suo passaggio a Partito popolare regionale, in risposta alla politica autonomistica. Il volume presenta inoltre una cronistoria di eventi italiani e relativi al partito tra gli anni 1989 e 1994, un glossario dei nomi citati, oltre che uno stralcio di un intervento di Mino Martinazzoli, ultimo segretario dal 12 ottobre 1992 al 18 gennaio 1994, promotore del tentato rinnovamento a Partito popolare, riprendendo il nome scelto nel 1919 da Don Luigi Sturzo.
Affermava Martinazzoli: “Noi abbiamo alle spalle 45 anni di democrazia italiana. Sono stati 45 anni caratterizzati dalla presenza del più forte, del più radicato Partito comunista dell’Occidente. […] Oggi il comunismo è finito in Europa. Un muro crollato a Berlino nel 1989 ha sottolineato il crollo di un tramonto di cenere, di macerie dall’ideologia più disumana che abbia attraversato il secolo europeo: per troppo amore dell’umanità hanno ucciso troppi uomini, e oggi si dice in Italia che, archiviato il comunismo, potrebbe essere archiviata anche una forza di ispirazione cristiana. Noi rispondiamo che le cose non stanno così. Spieghiamo che siamo stati anticomunisti perché eravamo democratici cristiani, non che siamo stati democratici cristiani perché eravamo anticomunisti…”

Il libro di Marcadella e Paoletto si interroga ed interroga sopratutto riguardo alla fine di quello che per cinquant’anni era stato il “partito della nazione”: “La parabola finale dell’impero democristiano si è consumata lungo i sei tormentati anni che vanno dal 1989 (ultimo congresso) al 1994 (scioglimento del partito): un arco di tempo che, seppur breve ha segnato, tuttavia, in modo profondo anche larga parte delle vicende della Seconda Repubblica. […] Nell’aprile 1993, pochi mesi prima dell’Assemblea costituente del 22 gennaio 1994 con cui si concludeva la storia della Democrazia cristiana per dar vita al Partito popolare italiano, lo Scudocrociato poteva ancora contare su circa 60.000 amministratori comunali, di cui quasi 4.000 sindaci, 16.500 assessori, più di 39.000 consiglieri. Oltre a questi, la Dc disponeva ancora di un migliaio di consiglieri provinciali, quasi 40 presidenti di Provincia, circa 260 assessori provinciali. I consiglieri regionali erano quasi 400, un centinaio tra assessori e presidenti di giunta regionale. Un vero e proprio esercito politico e amministrativo che dava corpo all’impero democristiano.”
“Qualcuno era comunista” si, quasi tutti gli altri erano democristiani.
“Sappiamo tutto della Dc, ma non sappiamo perché è finita” si chiedeva, Ciriaco De Mita.
Nella sezione dedicata alle conclusioni, i due autori propongono una chiave di lettura personale, maturata a partire dai molti spunti raccolti nelle interviste. La storia dei democratico-cristiani tedeschi è ancora in corso con l’Unione cristiano-democratica (Cdu) a livello nazionale e con l’Unione cristiano-sociale (Csu), allora perché in Italia è finita? Dalle interviste riemergono il sequestro di Aldo Moro ed il termine della solidarietà nazionale, la fine del comunismo stalinista e la caduta del muro di Berlino, interventi americani, Tangentopoli, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’affermarsi di nuovi partiti e l’inizio della Seconda Repubblica.
Chiosano i due autori: “[...]Dall’analisi di quegli anni e seguendo le riflessioni dei nostri interlocutori, ci siamo convinti che senza Tangentopoli il finale sarebbe stato senz’altro molto differente. È stata la questione morale a fungere da detonatore e a far saltare in aria quello che era stato, per quasi 50 anni, il partito architrave del sistema politico italiano […]i leader democristiani non riuscirono a cogliere la domanda di rinnovamento proveniente dall’elettorato moderato italiano, innescata “esternamente” dai profondi cambiamenti internazionali che erano maturati nel volgere del Novecento e “internamente” dal fatto che la Dc, avendo raggiunto ed esaurito il suo scopo sociale, doveva assolutamente ripensarsi nei contenuti, nelle forme e nel linguaggio. Fu proprio in quel passaggio della storia che il partito perse la sua sfida contro il tempo (la velocizzazione dei processi della politica italiana è iniziata proprio in quegli anni) e che, in “mezzo al guado”, fu spazzato via dal ciclone Tangentopoli.
[…]Ripercorrendo l’ultimo miglio della storia democristiana è ad oggi ancora molto potente la suggestione evocata pensando a come sarebbero potute andare le cose per la Dc senza l’assassinio di Aldo Moro. […]È storicamente accertato che la questione morale non riguardò solo la Dc, bensì tutto il sistema politico italiano, ma è altrettanto evidente che i rappresentanti dello Scudocrociato (del partito nazione), in quel tornante della storia, ebbero una responsabilità tutta particolare. […] Con l’avvento di Tangentopoli una parte del paese si illuse che fosse sufficiente affidarsi agli “uomini della Provvidenza” (i magistrati da un lato e qualche leader politico dall’altro).”

La analisi del Marcadella e del Paoletto procede lucidamente sino al momento attuale per sondare il ruolo dei laici credenti nell’Italia del XXI secolo.

Il libro è certamente stimolo per riflessioni e approfondimenti personali ulteriori, indispensabili per l’individuo che voglia sviluppare un giudizio indipendente, anche per ben comprendere il volto sfuggente del mondo d’oggi, laddove i programmi scolastici ministeriali non sondino, ben che vada, oltre la Seconda Guerra Mondiale. Un esempio potrebbe essere la CED (Comunità europea di difesa) appoggiata da Alcide De Gasperi, argomento quantomai attuale, ma risalente già agli anni ‘50 e culminante col Trattato del 27 maggio 1952, firmato dai rappresentanti dei Paesi aderenti alla CECA, ai fini di una crescente integrazione militare europea, mai entrato in vigore per la mancata ratifica da parte della Francia ed all'allargamento della NATO alla Repubblica Federale di Germania.

“Questi nostri tempi di sconvolgimenti, sono tempi assai degni di storia ma non di memoria” cantava Giorgio Gaber, e già negli anni 70...

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