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Rinascimento in bianco e nero

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Rinascimento in bianco e nero

Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Musica

Modalità lettura 3 - n.6

Questo numero vira in Modalità ascolto ed esplora certe identità scritte e messe in musica dal cantautore Paolo Saporiti

Pubblicato il 28-01-2024
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Rinascimento in bianco e nero

“Modalità lettura” in questo numero prende in parte la rotta di “Modalità ascolto” e parlerà di un disco, il nuovo lavoro del cantautore milanese Paolo Saporiti, che porta il titolo: La mia falsa identità.
L’album è stato registrato con l’etichetta ligure OrangeHomeRecords, prodotto da Raffaele Abbate e distribuito da Believe Music Italia. Si tratta di un lavoro che ha una forte matrice autobiografica molto ben realizzato, frutto di una cura lenticolare, al cui compimento hanno collaborato sul versante musicale anche i musicisti Stefano Cabrera, dello GnuQuartet e Mario Arcari.
Saporiti è stato ospite sabato 27 gennaio con Fabio Dondelli dell’associazione di promozione sociale Uglydogs per un concerto dal vivo organizzato a Villa Angaran San Giuseppe, in città. Nel live, che rende indubbiamente merito al lavoro, è stato accompagnato al violoncello da Francesca Ruffilli, special guest un personaggio shakespeariano: Amleto.

Paolo Saporiti con Fabio Dondelli, Francesca Ruffilli e i soci di Uglydogs (foto Giorgio Crestan per MF79)

«Un racconto dove emerge la consapevolezza del mio percorso che riesce a prendere forma in maniera nuova, fondendo l’amore per la musica e la mia esperienza teatrale», ha dichiarato l’autore, e nei diciannove brani che compongono i due capitoli in cui è suddiviso il disco, “Lo sfratto” e “La zattera”, emergono con forza queste due componenti, oltre a un certo coté letterario d’elezione che passa con leggerezza nell’orizzonte di tanti testi.
Sotto l’aspetto strettamente musicale, l’album è caratterizzato da atmosfere spesso pacate create ad arte dagli arpeggi eseguiti alla chitarra acustica: predispongono all’ascolto delle storie di una sorta di trovatore d’altri tempi e creano un interessante attrito con i testi, articolati in versi molto belli, a tratti poetici, ma dal contenuto inquieto, contemporaneo. A completare il quadro, c’è naturalmente la voce modulata di Saporiti, a volte un po’ portatrice della saudade brasiliana alla Toquinho, altre volte graffiata e rock, col vibrato alla Renga, in alcuni momenti impegnata in un falsetto etereo. Sono presenti nelle tracce importanti di orchestrazioni — con gli archi in primo piano, fa la sua comparsa anche un coro lirico — e apporti dell’elettronica; rilevanti i contributi di Alberto N. A. Turra alla chitarra elettrica e di Lucio Sagone, alla batteria.
Guardando al prodotto nell’insieme, considerandolo alla stregua di un’autobiografia di quelle che sarebbe possibile leggere — sapendo comunque che non è un’operazione congrua, quando la scelta dell’autore è quella di esprimersi attraverso il linguaggio della canzone — è interessante l’alchimia che è stata creata tra l’elemento musicale, la voce che si fa strumento e “racconta” e le storie che Saporiti ha messo in rappresentazione.
Riguardo ai contenuti, si tratta “di fatti, non di verità” (dalla bella Grandi verità: sono i fatti quelli che raccontano una vita, quella dell’autore ma ovviamente non solo). Di sponda, nei testi si delinea la visione di un mondo popolato e difficile, come mette in evidenza la scelta della titolazione dei capitoli: il primo “Lo sfratto”, parla canonicamente dell’estromissione delle persone da un domicilio, ma si riferisce anche a un dolce tipico di Pitigliano, prodotto in un ex luogo di dolore che è diventato un panificio-pasticceria (dalle note di copertina: Pitigliano è detta la “Gerusalemme toscana”, e gli Sfratti sono dolci realizzati a forma di piccolo bastone, per ricordare l’oggetto che il messo governativo usava per segnalare agli abitanti — bussando alle porte — che era giunta l’ora di raggiungere il resto della comunità nel ghetto, durante la cacciata del XVII secolo); i pasticcieri pensarono così di creare un dolce che potesse tenere viva quella memoria; il secondo cita il celebre quadro di Théodore Géricault, che raffigura l’esito cruento di un naufragio.
Tornando alle modalità di racconto e ai linguaggi con cui è stato espresso: sono stati realizzati quattro videoclip tratti da singoli scelti contenuti nel disco, firmati da Alessandro Adelio Rossi e Davide Saporiti, Sans Film, Marta Reina e Federico Iris Osmo Tinelli: in Vince lei, che parla dell’amore per la musica ma ha un fondo scuro, e che evoca in alcuni passaggi Grace, di Jeff Buckley, Saporiti muta aspetto come una sorta di Gregor Samsa; la struggente Sai nuotare benissimo, per davvero dedicata all’artista statunitense morto nel 1997, uno del Club dei 27, è ambientata tra cieli nevosi e acque lacustri dove si muove in solitudine una bellissima creatura-fumetto che girovagando irradia una vicinanza, un calore che sarebbe bello poter definire umani; ultimo in ordine di tempo, è uscito Lucciole, titolo e immagini sono dichiarative, vi si parla di schiavitù e di libertà, di solitudine e di sorellanza; un discorso a parte merita Sei Bellissima/La dignità di Elena. Il videoclip è stato realizzato animando i bellissimi disegni di Marta Reina, una narrazione nella narrazione: un mondo in bianco e nero, come gli articoli dei quotidiani d’allora, è vivo nella canzone di Saporiti, che rievoca una vicenda tragica che ha coinvolto la sua famiglia nel 1956 (data che l’artista affianca al 1973, sua data di nascita, in Un sogno ancora da inventare — per capirne la portata emotiva).
L’incombere di un’ala nera, sinistra, è uno degli elementi che si ritrova in più punti nelle canzoni, aspetto sottolineato spesso dalla musica degli archi come nelle immagini cantate. Girovagando tra i testi: si nominano la stanchezza, la noia parente dello spleen, la solitudine di cui non si muore più, il vomito. Saporiti tra le altre cose, all’interno dei paragrafi delle canzoni scrive: ho il male di me, muore un’altra balena, crociate tra le nuvole come vuoti a perdere, parti di sé morte e sepolte in battaglia, Elena (come Ofelia) tra le orchidee, baci di Giuda, la violenza come un modo antico per stare in contatto con gli altri, forse era meglio arruolarsi e ammazzarsi, capelli tinti col nero della sera, coppie che cancellano tutto quello che sembrava vero… fino a dire anche la falce nera, che diventa titolo di un pezzo che incede come una marcia funebre. Eppure, la percezione dell’opera nel suo insieme non è temporalesca, anzi, chi scrive, parla, canta e suona sembra in pace, nella sua musica ci sono dolcezza e movimenti flautati, i ritmi cullano e salgono crescendo vitali, di stampo rock.

Questa sua falsa identità è complessa, articolata. I segni particolari sono ben annotati.
Sì, questa considerazione riassume tutto quello che volevo offrire in pasto al pubblico. La molteplicità dell’identità, il suo continuo modificarsi all’interno di confini ben delineati, il corpo e la persona. Lasciando però niente al caso. Conoscendo, studiando, affrontando ostacoli e aspetti dell’ignoto. Lavorando la sofferenza, il lutto, la depressione. L’inconscio, in principio, e ora l’universo e la creatività in senso lato. Credo che un errore sia stato commesso nel cercare di rendere univoco un concetto che non è mai stato tale, per definizione ed esperienza personale, escludendo metafore che oggi anche la fisica quantistica e la scienza, la filosofia, sembrano voler sintetizzare. Siamo fatti di tante identità, in continua trasformazione, e il solo pensiero di categorizzare e rinchiudere in classificazioni è figlio di un vecchio spettro, il fantasma positivista e tecnicistico del controllo che ha lavorato e ancora lavora per discriminazioni e incasellamenti, togliendo vita e sogno, mortificando l’umanità. Identità nazionale, confini, espropriazione, ghettizzazione… Io arrivo da un’esperienza che si è manifestata: mio padre è stato internato, perché soffriva di schizofrenia. Gli hanno messo la camicia di forza e solo la legge Basaglia gli ha evitato l’elettro-shock. Ricordo, in piazza, gli occhi gettati addosso ai tremori delle sue mani, dettati dagli psicofarmaci. La sua incapacità di girare il cucchiaino nella tazza di caffè, al bar. La paura. Ho convissuto con lo stigma e la nomenclatura (psichiatrica e non) da quando ero bambino, la necessità di controllo e di allontanamento, nel nome della preservazione dello statu quo, di un equilibrio o supposto tale soggettivo ed egocentrico, non inclusivo dell’altro, della parte scomoda della società, da parte della famiglia, della persona, della Chiesa, dello Stato. Insomma, l’ho studiata per anni (volevo fare lo psicoanalista) ma appena ho potuto ho preferito vivere e continuare a reinventarmi così come faccio, con la musica, e tutto quello che può coadiuvare il processo: teatro e psicoanalisi, ricerca. Questo il mio scopo, essere vivo, continuare a sognare e lasciarmi trasformare da quello che incontro che magicamente continua a contribuire alla mia evoluzione. Ho un compito: crescere e, se possibile, raccontarlo agli altri. Una sorta di traccia da lasciare ai posteri o ai contemporanei per poter cambiare ed essere uomini migliori.

Quanto ha fatto capo alla sua esperienza col teatro per mettere in rappresentazione questo lavoro nei suoi aspetti autobiografici?
La mia scrittura è sempre stata autobiografica. Faccio parte di quel gruppo di cantautori (definiti confidenziali negli anni ‘60 e ‘70) che ha preferito ammettere subito la verità, piuttosto che mascherarla utilizzando personificazioni fittizie. L’Arte è verità e spesso la verità per essere tale deve essere autobiografica, senza trucchi o metafore, allegorie, anche se le strade sono molteplici e non accetto regole al riguardo. Uno fa quello che sente. C’è chi si identifica e ha bisogno dei personaggi, chi invece usa soltanto il suo di metro. Io sto cercando di evolvere anche in questo aspetto e pian piano voglio allargare le mie fonti. Durante gli anni della pandemia, la morte, l’impossibilità di fare e agire sul concreto mi hanno costretto a immaginare un piano: lavorare a fondo su di me, per ripartire ancora più denso e pieno. Così ho pensato all’Amleto e a L’ultimo nastro di Krapp di Beckett e ho chiesto a Irina Casali (della milanese Comuna Baires) di volermi aiutare nel processo. Abbiamo costruito un monologo originale, che si muoveva tra le opere succitate e le mie canzoni, le mie storie e lentamente ho integrato i vari aspetti in quello che ora è il mio concerto in duo con violoncello. Anche per quanto attiene Francesca Ruffilli però, amo che alcuni aspetti del suo bagaglio classico affiorino (Bach e Bettinelli nella fattispecie) e tutto deve contribuire alla rappresentazione di questa “Falsa identità” che poi di falso ha ben poco se non nulla, la possibilità di costringerla all’univocità, come accennavo prima.

È una maschera anche quella del cantautore?
Sul concetto di maschera non ho lavorato, e non voglio dire cose che non conosco bene. Ma quello che posso intendere e dire, di mio, è questo: io credo che siamo una miriade di cose e che soltanto i fatti, le nostre azioni, le nostre scelte possano definirci. I pensieri sono azioni. So che questo processo è costante e so che ogni volta in cui qualcuno mi ha costretto a definire qualcosa, io poi mi sono trovato costretto ad allentare la presa e a distruggere proprio quei confini, letterali e meno che fossero. Ho paura delle definizioni. Le temo. Mi piace molto l’idea di un Dio o di una energia musicale eterea che invocando e giocando con le lettere può dare vita e creare il mondo; l’essere umano, un Golem, Adamo o chiunque altro si voglia citare o scomodare. L’uomo sa inventare, sa creare, e questo mi interessa, anche nella sua pericolosità. Per questo poi tutto diventa e si fa etica e politica. Non tecnica o tecnologia tout court. Ma questo è un altro argomento. Amo il bello in ogni sua declinazione, soprattutto quella del pensare e del sentire, dell’immaginare.

Nei testi delle canzoni ci sono echi di opere artistiche e letterarie. Come si arriva alla sintesi evocativa di un verso cantato, che giocoforza semplifica, è votato alla perdita?
Una delle cose più belle che mi sono state dette nell’ultimo periodo è questa: quando ti vedo cantare, vedo il tuo corpo che si aggiusta, prende forma, prima di emettere tutto quello che emette. Questo è il mio processo ed esercizio interiore quotidiano, disciplinato: ascoltarmi e lasciare sfogo a tutto quello che ho dentro, nutrendolo il più possibile. Questo è vivere per me. E questo è creare, per me. Per fare ciò ho lavorato per anni su me stesso, sotto tutti i profili — estetico, atletico, emotivo, analitico e razionale — per far sì che ogni volta che apro la bocca, la valvola che ho riscaldato, quella stessa, possa emettere tutto il mondo che ho a disposizione in quell’esatto momento. Così affronto anche la vita di tutti i giorni. Con le difficoltà di tutti nel gestire lo iato che esiste tra il mio mondo interiore e lo scarto esterno. Ma questo è il bello, la possibilità e la necessità di adattamento. L’intelligenza e la sensibilità. E lavorarci sopra. Una volta ho pensato anche all’isolamento, come soluzione definitiva, ma amo vivere tutto, compatibilmente con i miei gusti e sapori più profondi. Leggere e ascoltare sono i miei sport preferiti. Anche se mi alleno, con disciplina, quotidianamente. La seconda cosa più bella l’ha detta un collega qualche giorno fa: sei arrivato a un ottimo punto di sintesi. Già. Lo penso anch’io. Bisogna continuare a sognare, lasciarsi permeare, lavorare sull’apertura e sulla verità, poi tutto viene da sé, basta continuare a ripetere e riscaldarsi, affidandosi al processo.

Questo lavoro arriva a 50 anni, con un cammino importante alle spalle, dopo una pandemia: contiene anche punti di vista disincantati ma non privi di poesia sul sociale.
Certo! Vivo nel mondo, anche se me ne tengo a parte. Mi accusano di essere autoreferenziale, ma tuttalpiù e alla peggio sono individualista. Credo che ci sia un errore nella lettura e nel comprendere il mio punto di vista. Innanzitutto ritengo che un artista, la sua ricerca, debba essere solitaria il più del tempo, ma a contatto stretto con maestri e figure di riferimento in grado di illuminare (parlo anche di dischi e di libri), non di togliere. È un lavoro delicato e non protetto. Quindi se da una parte lavori per l’apertura, dall’altra devi proteggerti e vestire un’armatura ma sempre permeabile, perché l’esterno è fondamentale per la sopravvivenza. L’ Arte sta nell’equilibrio osmotico. Trovare la misura e giocarci. Dentro e fuori, in un dialogo sottile e consapevole continuo. Per il resto è tutto tempo perso, la normalità uccide l’Arte e ci sono figure ed esseri umani deleteri, da cui bisogna saper rifuggire, quantomeno imparare a difendersi. Purtroppo abbiamo passato il limite a livello sociale ed è tutto rovinato, corrotto e bisogna ripartire, ricominciare. Non da zero, perché di figure luminose ve ne sono, soltanto dovremmo avere la forza di riconoscerle e investirle di responsabilità, perché ne hanno voglia anche loro, e lasciarci guidare. Comunque, di base, credo che regni l’equilibrio, finché si va avanti; e si va avanti perché l’equilibrio vince. Quando non sarà più così, non avremo neanche il modo di percepirlo, e sarà una questione di millisecondi. Non è detto che non possa essere un’esperienza memorabile.

Tra i progetti in corso?
Una rilettura preziosa del disco, in termini fisici di stampa: pensiamo a un vinile. Una cassetta audio, abbandonata in un cassetto; un nuovo video, e delle riprese del live — perché le merita — e tante altre date (spero sempre di più, ma non è facile). Vorrei tanto poter fare uno scatto verso l’alto e che qualcuno di accorgesse di me e di tutto questo lavoro che è stato fatto e che mi mettesse nella condizione di poter lavorare e crescere ancora. Sono convinto che tutto debba e possa migliorare enormemente. Ma ho bisogno di aiuto. Soltanto il pubblico e il confrontarsi con i grandi numeri e a tratti la quantità, può aiutare il processo di consapevolezza, in termini esponenziali; di sicuro non continuare a rimanere relegato e nascosto in un angolo.

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