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Opera Estate Festival

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Opera Estate Festival

Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Libri

Modalità lettura 2 - n.10

Una recensione di Tre orfani, nuovo racconto di Giorgio Vasta. L'arrivederci della nostra rubrica dedicata ai libri al prossimo autunno

Pubblicato il 04-07-2021
Visto 4.195 volte

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Con questa recensione, "Modalità lettura", la rubrica di Bassanonet dedicata ai libri, saluta questa terza edizione e dà appuntamento al prossimo autunno.
Tre orfani (Edizioni Casagrande 2021, 40 — in realtà 22 — pagine, 7,50 euro). Si tratta di un racconto breve scritto da Giorgio Vasta contenuto in un libricino spillato che fa parte della collana “Alfabeti Babel”, e non è un dato scontato: «I pensieri di questa collana, uniti da una profonda fiducia nella parola scritta, si presentano in forma di racconto o di saggio, di colloquio o di poesia», è dichiarato dalla casa editrice svizzera. Fiducia nella parola scritta: si è detto da più parti che si tratta di un racconto molto letterario, scritto da un lettore ben nutrito, quale di sicuro Vasta è, ma il gioco a ricomporre “La pista cifrata” in cui si cimentano volentieri i critici come gli appassionati de La Settimana Enigmistica rischia di essere interessante quanto una perlustrazione di superficie, quando la battuta di caccia-pesca ha come preda sognata, immobile sul fondo, un esploratore di alfabeti.
Lo sguardo rivolto alla copertina in rosso, dal cui margine inferiore affiorano disegnate tre sedie di foggia diversa, evoca tanto i manifesti storici di Operaestate — è solo un’interferenza da lettrice bassanese, ma il teatro però c’entra, eccome. In scena tra quelle tre sedie spaiate, nella cucina di un appartamento di Palermo collocato nel testo con tanto di via e numero civico, per curiosità poco sincroniche da Google Earth (fino a quando non ci si imbatte, nei pressi del palazzo, nelle serrande chiuse di un panificio che si chiama California e lo straniamento distrae troppo).

Torino, street art

Lì e in un giorno preciso Vasta fa accadere qualcosa: «Alle sei del mattino di giovedì 12 marzo 2020 sono entrato nella cucina ancora in penombra della casa palermitana in cui abitavo da due mesi e mezzo e, ognuno seduto su una sedia ai lati del tavolo, ho trovato Achab e Bartleby». L’autore e il personaggio che dice io quel giorno compivano cinquant’anni. Marzo 2020 è un mese che nel ricordo comune ha l’immagine di spazi chiusi e il movimento di numeri scombinati (ore lunghe, giorni brevi, il 19 che batte il 20, cifre e lancette impazzite) un mese da tè col Cappellaio matto e Lepri marzoline: fosse toccato a noi, avrebbe potuto stupirci trovare in cucina ad attenderci per il caffè Achab e Bartleby più di vedere comparire nei loro occhi il nostro riflesso? Quello che segue è il racconto di un giorno-epoca trascorso in loro compagnia all’interno dell’abitazione diventata uno strano oceano vivente in un vuoto pneumatico più celeste che blu, insieme palude e maroso. Fuori un ventre di balena, un mostro che un tentacolo di casa tenta di scandagliare attraverso lo schermo della tivù. I tre orfani, una trinità che si sente sospesa, incompiuta, si muovono e abbozzano azioni silenziose e furiose: Achab ricava un puntale acuminato da uno scopettone; Bartleby cancella dal computer, da agenda e telefono del proprietario di casa tutte le mail e gli appuntamenti, tutti i contatti, passato e futuro; l’autore legge, si lava accuratamente, coscienziosamente, come raccomandato dagli organi sanitari e di informazione. Col passare delle ore osserva sempre meno diffidente i suoi due coinquilini, diventa con Achab un ramponiere e con Bartleby un pezzo di muro; tutti mangiano qualcosa da soli e poi insieme qualcosa di speciale. Nel mezzo c’è una scrittura precisa, affilata, scrutatrice, senza rinuncia alla complessità, che ci consente di seguire l’andamento del pensiero e dell’azione anche quando si aggirano nel non-luogo e nel non-tempo, rendendoli del tutto materiali.
I personaggi creati da Melville ricomparsi a Palermo sono messi in scena nella loro natura di invenzione senza sbavature; l’io narrante si affianca al capitano e allo scrivano in modo circospetto, affascinato; la sedia che occupa sembra ospitare un ologramma misterioso più delle altre due, che accolgono uomini dalla pelle già "scritta". Tre orfani, oltre al titolo, è l’avvistamento.

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