Opera Estate
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Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Libri

Modalità lettura 2 - n.6

Una recensione di Acque morte, romanzo di William Somerset Maugham: in viaggio nel paesaggio della disillusione

Pubblicato il 02-05-2021
Visto 3.799 volte

Opera Estate

Acque morte, scritto nel 1932 da William Somerset Maugham (Adelphi Editore, traduzione di Franco Salvatorelli, 2008, 5ª edizione, pagine 224, 12 euro) è annunciato nella quarta di copertina come “il romanzo perfetto” dello scrittore. Senza svelarne la trama se non a smozzichi e pizzichi, è un libro che porta in viaggio in Estremo Oriente, parla di un medico radiato dall’Albo che vive ormai mimetizzato nell’isoletta di Fuchu e che si sposta via mare a Takana, un’isola dell’arcipelago malese e poi sull’isola vulcanica di Kanda, dove una burrasca ha portato fuori rotta il Fenton, il piccolo bialbero australiano del capitano Nichols su cui era salito al seguito dell’equipaggio di Fred Blake, questi un giovane bellissimo in odore di tubercolosi (ma non sembra proprio) che solcava mari e oceani col suo skipper.
Leggendo, si ha la tentazione di andare a controllare sull’atlante se esistono davvero questi luoghi, ma come sempre non è così importante. Più interessante è sfogliare in rete le immagini di una piantagione di noce moscata, spezia che noi conosciamo a palline da grattugiare o già ridotta in polvere racchiusa in barattolini di plastica, perché le sue foglie fanno da sfondo e da ombra a una serata romantica piena di passione e poi di seguito a una morte improvvisa che lascia però poco sgomenti i conoscenti del defunto. Più interessante ancora è andare a cercare i versi dell’antico poema portoghese su cui si cimenta da tempo con un’ossessione dai contorni oppiacei il colto inglese che abita l’isola, di nome Frith, padre di un’adolescente smaliziata che Maugham rende subito antipatica: la ninfa Louise.
C’è anche un gigante buono, il danese Erik Christensen, a ricordare un’Europa che si è intromessa in questi luoghi senza chiedere permesso e senza remore, che ha sfruttato fino all’osso e malamente tante terre del paradiso che sanno vendicarsi e essere infernali, ma sono miraggi di cui i buoni come Erik restano per sempre perdutamente innamorati. I monsoni, con la calma al centro della tempesta che ha sempre tanto affascinato Maugham, arrivano anche in questo romanzo a soffiare la loro ira su terre selvagge e primordiali e uomini vecchi anche se giovani, disillusi e stanchi della vita. Il medico inglese, il dottor Saunders, è dedito alla droga ed è lui — recita la presentazione Adelphi — a farci attraversare questo monsone romanzesco avvolgendoci nei fumi che tanto ama sino a che fatti e moventi fino a un attimo prima nebulosi e oscuri diventano d’improvviso «chiari come i disegni geometrici del quaderno di un bimbo – quadrati, rettangoli, cerchi, triangoli».

laguna a Torcello (foto Laura Vicenzi)

Saunders è inquadrato all’inizio come una specie di Brucaliffo blu, il personaggio di Alice nel paese delle meraviglie che fuma un narghilè seduto su un fungo, e ha un po’ il suo atteggiamento anche quando mette all’opera i suoi talenti, la sua sapienza nella medicina. Pare che nulla gli importi, neanche i successi nell’arte che ha abbracciato e che se l’è scrollato di dosso nel mondo occidentale: capace di piegare la sofferenza e di salvare le vite non ha saputo piegarsi come si deve alle regole della professione e come un bambino si è andato a cercare un posto dove stare indisturbato in castigo, un altrove qualunque, un pantano da acque morte.
Sono tutti un po’ così i personaggi maschili del romanzo, bambini traditi nel gioco che amano. Le donne che vi compaiono, non sono poche, ne ricordiamo saldamente quattro a fine lettura, sono invece rappresentate come serpenti tropicali: col fiato caldo e velenoso, soffocanti, ipnotiche, letali.
“Romanzo perfetto” forse perché c’è un po’ di tutto o quasi, Acque morte tocca o blandisce tanti generi letterari (il romanzo di viaggio, il genere storico, quello romantico, il noir, il giallo, fa la sua comparsa anche un poema), forse “tutto o quasi” diventa un po’ troppo, soprattutto quando si vede arrivare all’orizzonte la quadratura del cerchio, ma a un narratore esperto e amato come Maugham, che porta in viaggio nei suoi libri con tanta facilità e naturalezza, ci si arrende a fare da passeggeri contemplativi più che volentieri.

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