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Intervista a Giorgio Fontana

L’autore racconta “Per legge superiore”, il libro che presenta nell'appuntamento pomeridiano di sabato 30 giugno al Piccolo Festival

Pubblicato il 30 giu 2012
Visto 3.786 volte

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Può riassumere in breve, in piccolo, cosa ha voluto raccontare nel suo libro?

Mi piace definire il mio libro come un “romanzo di pellegrinaggio” – quello di un magistrato avanti con gli anni, Roberto Doni, che all'improvviso si trova alle strette con la propria coscienza. Ed è un pellegrinaggio sia interiore che esteriore, perché lo porta fisicamente ad affrontare e vivere delle zone della sua città, Milano, che non conosce e che gli rivelano un mondo nuovo, diverso.

Giorgio Fontana


Il protagonista del romanzo, il magistrato Roberto Doni ha uno sguardo disincantato, non è nelle carte una persona al bivio, si è sempre accontentato dell’approssimazione convinto che all’uomo non sia dato di operare con esattezza, con giustizia, l’incontro con la free lance gli fa riscoprire la bellezza della ricerca di una legge superiore.

Esatto: si tratta di un fuoco sopito con gli anni. Doni è retto, impeccabile, onestissimo: ma manca di quello spirito radioso e anche un po' ingenuo che aveva invece il suo collega Colnaghi, ucciso dai terroristi nel 1981. L'incontro con la giornalista risveglia questo impulso, ma è un risveglio doloroso e pieno di dubbi.

Come vede Milano oggi chi la guarda in prospettiva da via Padova?

È una città che sta cambiando lentamente. Credo si stia liberando della sua etichetta frusta di “città della moda” o tutte quelle altre orribili approssimazioni che l'hanno divorata negli anni Ottanta e in seguito. C'è ancora molto lavoro da fare, ma qualcosa di diverso si respira.

Il libro parla anche dei temi della non comunicazione, dell’incomprensione tra popoli e tra generazioni che vivono uno stesso luogo o una stessa casa. L’uscita dalle linee metro delle consuetudini è il vero atto eroico di Doni?

Anche. Doni è un borghesotto conservatore, che istintivamente si sente impaurito dal diverso da sé. Solo affondandoci dentro imparerà a conoscerlo.

La giornalista e la figlia del magistrato vivono in maniera diversa la loro condizione di precariato ma tutte e due la accettano consapevoli di non poter fare altrimenti, Doni invece la precarietà a un certo punto la sceglie, e forse più che per loro (per risolvere un caso difficile o per recuperare un affetto) per fedeltà alla memoria di un amico.

Sì, senz'altro fra la giornalista e la figlia di Doni c'è qualche somiglianza, e non è un caso che Doni accetti di ascoltare la prima (perché probabilmente gli ricorda la seconda, lontana e inaccessibile). Per loro – per la mia generazione – la precarietà è un dato di fatto, una condizione base. Doni invece, come giustamente fa notare, compie un atto coraggioso: si cala lentamente in una precarietà esistenziale senza che nessuno lo obblighi. Perché lo fa? Certo, un po' per la memoria di Colnaghi. E certo anche un po' per il suo bisogno d'affetto. Ma soprattutto, credo, per il proprio senso del dovere.

In quel Palazzo di Giustizia coperto di chiodi, un po’ crocifisso, è ancora possibile oggi dare il giusto valore ai fatti?

Direi di sì. Dipende, naturalmente, da quale idea di giustizia si abbia: e qui si ricomincia da capo. Quello che volevo mostrare con il mio romanzo non era affatto una soluzione al problema, ma proprio la sua ineluttabilità: continuiamo ad attaccarlo da ogni lato, a porci domande, ed è bene così.

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