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In lotta per il Pianeta
Intervista a Cristina Guarda su Pfas, consumo di suolo e ciclo chiuso dell’acqua
Pubblicato il 12 dic 2022
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Nell’inverno 1997 una giovane e sconosciuta attivista per l’ambiente compì un gesto esemplare: si arrampicò a 55 metri di altezza, sulla cima di una sequoia gigante, nella foresta di Headwaters, in California, e vi restò per 738 giorni. Grazie alla sua tenacia, Julia “Butterfly” Hill salvò dal disboscamento quella foresta.
Il testimone ideale di quella leggendaria impresa è stato oggi raccolto in modo diverso e multiforme da molte giovani donne attiviste in tutto il mondo.
A raccontare le loro storie, intrecciandole a quella di Julia, ci ha provato il film documentario: “Sorelle d’armi. In lotta per il Pianeta” (2022, Henri de Gerlach) distribuito gratuitamente dal canale culturale europeo online Artè.
La moderatrice dell'incontro Francine Reuter intervista Cristina Guarda (Europa Verde)
Lo scorso venerdì al Teatro Ridotto Remondini si è tenuta la proiezione pubblica del docufilm, organizzata dal circolo di Europa Verde Bassano.
Alla serata ha partecipato come invitata d’eccezione Cristina Guarda, la combattiva consigliera della Regione Veneto per Europa Verde, che ha contribuito a portare avanti le battaglie sulla contaminazione da Pfas in Veneto.
L’abbiamo intervistata mentre era in viaggio per Bassano.
Qui una sintesi della nostra conversazione.
Tu e le protagoniste del film avete senz’altro in comune l’appartenenza di genere e la giovane età ma anche il coraggio e la determinazione nella difesa dell'ambiente. L’attivismo delle protagoniste del film, però, è un attivismo che ha scelto di operare fuori dalle istituzioni. Il tuo, invece, ha scelto di operare dentro alle istituzioni. Questo, infatti, è già il tuo secondo mandato come consigliera della Regione Veneto. A 32 anni hai già raggiunto una maturità politica importante, con un percorso che ha bruciato le tappe. Come sei approdata alla politica?
In realtà, quando ho iniziato a fare attivismo, non ho mai desiderato fare politica, perché la consideravo l’esperienza più divisiva che si potesse fare. Non mi ero mai sentita attratta dalle istituzioni, pur avendone rispetto. Ero molto più concentrata su attività e iniziative di volontariato, esperienze comunitarie, in mezzo alla gente, nate per mettere insieme le persone e per unirle.
Mi è capitata l’offerta di candidarmi in un momento molto particolare della mia vita, quando ero alla ricerca di un cambiamento. Mi candidai, convinta che non sarei mai stata eletta in Regione. La presi come un’occasione per conoscere meglio il mio territorio e approfondire le esperienze extra-professionali dalle quali provenivo: quelle del micro-credito, del dialogo interculturale e interreligioso, dell’attivismo in difesa degli animali. Allora il tema dell’inquinamento da Pfas non era ancora così noto all’opinione pubblica ma già lo conoscevo, perché lo avevo studiato. Ancora non sapevo, però, quanto importante sarebbe diventato nella mia vita.
Per una fatalità inaspettata, fui quella che prese più voti all’interno della lista civica di cui facevo parte e venni eletta in Regione come consigliera. La lista civica con la quale mi ero candidata [Moretti Presidente, N.d.R.] raccoglieva persone dal mondo della cittadinanza attiva. Ma questo progetto non ha saputo incarnare il percorso che desideravo per me: un percorso incentrato sulla coerenza etica, sulla difesa ambientale e sociale, in modo condiviso. Negli anni, ho sempre scelto di lavorare in condivisione con tante persone, anche con consiglieri di estrazione politica diversa, per poi finalmente trovare in Europa Verde una famiglia politica: una casa nella quale ho sentito rispettati tutti i miei valori e le mie priorità etiche.
Per me è stata una gran fortuna aver incontrato gli attivisti del vicentino e del bassanese, che mi hanno convinto per il loro spirito eticamente saldo, per la loro coerenza, per il loro obiettivo progettuale. Il loro coraggio nel voler testimoniare un progetto da percorrere e intraprendere insieme, nel rispetto reciproco, è riuscito a far rinascere in me un sentimento politico. Questo è stato un momento di grande gioia, perché finalmente ho sentito di essere compresa politicamente. Prima di incontrali, qualsiasi gruppo politico con cui mi interfacciavo aveva sempre delle remore su quello a cui io tenevo più profondamente. Incontravo sempre molte reticenze, sia da destra che da sinistra, nel prendersi in carico il tema ambientale e la centralità del rispetto per la persona, assumendoli come priorità e valori fondativi.
Ho scelto di restare all’interno delle istituzioni, perché se non fossi rimasta, non avrei potuto dare voce istituzionale alle importanti battaglie portate avanti dai cittadini che rappresentavo. Se non fossi rimasta, avrei negato loro la possibilità di veder concretizzati alcuni risultati che oggi sono arrivati. Adesso l’importante è cedere il testimone, dopo due mandati in Regione e preparare il terreno a chi verrà dopo di me.
Per molti il tuo nome è associato alle battaglie che hai portato avanti in Regione Veneto sulla contaminazione da Pfas (PerFluorinated Alkylated Substance ovvero sostanze Perfluoroalchiliche) nella provincia di Vicenza.
Hai preso posizione in difesa dei comitati di mamme e di associazioni del territorio, schierandoti con quelle madri, insieme alle quali hai denunciato quanto stava accadendo; hai dato voce alle loro battaglie, divulgando anche nel tuo blog i dati dei primi studi sulla relazione tra Pfas e malattie; hai scritto mozioni e promosso interrogazioni, puntando il dito contro i ritardi e le omissioni della Regione Veneto (che pure oggi si è costituita parte civile nel processo Miteni). Ti batti da anni affinché la Regione Veneto si faccia promotrice di campagne di informazione della cittadinanza, anche a scopo di prevenzione, soprattutto a tutela delle donne e dei bambini, i più vulnerabili all’inquinamento da Pfas.
A che punto è oggi il livello di informazione e di consapevolezza della cittadinanza su rischi e conseguenze della contaminazione da Pfas? Che cosa è cambiato? Che cosa deve cambiare ancora? Che peso hanno avuto e potranno avere i media?
Nel 2016 è iniziata la mia richiesta di un’attività di informazione da parte della Regione Veneto e dell’Istituzione che si occupa della Sanità in Veneto, per spiegare alla gente quali sono i parametri da tenere sotto controllo se si vive in un territorio contaminato ma anche quali sono le buone pratiche che tutti i cittadini in Veneto possono applicare affinché i Pfas non facciano loro del male. I Pfas, infatti, si trasferiscono all’uomo attraverso diversi fattori. Ad esempio, le creme cosmetiche oppure la carta da forno che utilizziamo abitualmente per cucinare e che è tra le principali cause della contaminazione del cibo che mangiamo.
Ho chiesto alla Regione Veneto di informare la cittadinanza su come si può ridurre l’esposizione a Pfas, anche nelle zone non inquinate, perché sono sufficienti solo 10 nanogrammi di Pfas nel corpo umano per farlo ammalare. Purtroppo, basta una leggera ma costante contaminazione per compromettere la salute.
Fortunatamente esistono diversi siti online e diversi giornalisti che si interessano della questione Pfas ma sono ancora troppo pochi. È per questo che serve una campagna istituzionale di informazione. Altrimenti l’inquinamento da Pfas non verrà mai preso sul serio, né in Veneto né fuori Regione. Nonostante esista un grande attivismo da parte di realtà come Pfas Land, Mamme No Pfas, G.A.S. e associazioni del calibro di Legambiente e Greenpeace, c’è ancora una grandissima disinformazione tra la gente e pochissima consapevolezza. Tant’è vero che ci sono abitanti delle zone contaminate che continuano a bere l’acqua dai pozzi, pur avendo avuto notizia del pericolo. La gente è concentrata su altre emergenze, più tangibili, più visibili.
È compito delle istituzioni far comprendere anche le emergenze che non sono visibili. Ma se le istituzioni, pur essendo a conoscenza della gravità della situazione, non informano la popolazione per evitare allarmismi, la danneggiano, lasciandola vivere in una sorta di limbo che ha dei costi sanitari e dei danni per la salute.
L’informazione della cittadinanza è fondamentale. L’informazione della cittadinanza è ciò che in Germania ha permesso di prevenire i danni da Pfas su donne in gravidanza e neonati, grazie ad una campagna informativa capillare, seguita dal divieto effettivo di utilizzo dell’acqua contaminata a questi particolari soggetti.
Ora l’EFSA [European Food Safety Authority-Ente europeo per la sicurezza alimentare, N.d.R.] ci ha dato delle indicazioni su qual è la dose massima settimanale di Pfas tollerabile per il nostro organismo, ingerita attraverso l’acqua e attraverso il cibo. Questo tipo di informazione dovrebbe essere divulgata, dovrebbe essere presa ad esempio da parte di tutte le istituzioni nazionali ed internazionali, oltre che regionali, per far comprendere da un punto di vista pratico che cosa significa proteggersi dai Pfas, sia in zone contaminate che in zone non contaminate.
Ma informare sulle buone pratiche non basta. Non basta informare la popolazione su quante zucchine o quante uova provenienti dalla zona contaminata si possono mangiare a settimana. Serve anzitutto ridurre l’esposizione a Pfas: le istituzioni devono ridurre e cancellare l’immissione di Pfas sul mercato, perché i Pfas fanno male all’organismo umano, qualunque sia il loro livello di concentrazione. Lo dice l’EFSA, lo dice l’OMS, lo dice l’ONU. Anche grazie alla documentazione da me condivisa, frutto del lavoro insieme ad altri colleghi consiglieri, l’ONU ha infatti ricordato che le istituzioni regionali hanno mancato nella comunicazione e nell’informazione dei cittadini. L’obiettivo prioritario che mi sono prefissata è di far cancellare l’immissione di Pfas dal mercato, a partire dal settore del tessile e da quello della cosmesi, e poi da quello della carta impermeabilizzata e del packaging per alimenti e dal settore farmaceutico.
Sei anni fa, quando chiedevo di portare avanti una campagna per l’eliminazione di perfluoralchilici nelle aziende, mi prendevano per matta. Qualche giorno fa mi è arrivata la newsletter di Patagonia, una nota azienda di abbigliamento sportivo, nella quale si annunciavano la creazione di una nuova linea di abbigliamento tecnico senza perfluoralchilici e l’obiettivo di eliminare entro il 2024 qualsiasi tipo di perflruoalrchilico dalla propria produzione. Questa azienda dimostra un vero amore per l’ambiente, con scelte di produzione frutto della ricerca, in grado di trovare soluzioni per impermeabilizzare i capi d’abbigliamento in modo sicuro e innocuo per la salute delle persone che lavorano alla produzione di questi prodotti e delle persone che li utilizzeranno. Questo per me è il modello di impresa più bello, perché dimostra che etica e mercato possono coesistere.
Ti chiedo un commento sulla spinosa questione della variante produttiva a San Lazzaro. Sulla vicenda, legata al tema del consumo di suolo, si è creato un acceso dibattito cittadino, che ha polarizzato l’opinione pubblica: chi indica come prioritaria la tutela del territorio, chi invece la creazione di nuovi posti di lavoro. Tu che cosa ne pensi?
In particolare, ti chiedo un commento sulla Legge regionale n° 14 del 6 giugno 2017, legge che – a detta di molti- sembrerebbe essere stata concepita come se il Veneto avesse una percentuale di suolo consumato uguale alla media europea (4,5%) senza considerare che, invece nella nostra Regione “il calcolo effettuato sul solo territorio pianeggiante porta a 49 i comuni con più del 30% di suolo consumato, confermando la presenza di altre situazioni critiche nei principali centri della pedemontana vicentina: Bassano del Grappa 39,14%, Thiene 38,88%, Schio 38,30” (fonte ARPAV).
Il problema è che il suolo è una delle risorse meno rigenerabili: una volta che viene compromesso da opere di cementificazione o di impermeabilizzazione, è difficilissimo riportarlo alle sue qualità originarie.
Mi dispiace che il dibattito su questo tema si polarizzi, perché questo significa che non abbiamo ben presente quanto prezioso ed importante sia il suolo per la vita e per la sopravvivenza di un territorio. Perché ci serve questo suolo? La sua integrità è fondamentale per garantire la sicurezza idrogeologica, tema che nel bassanese dovrebbe essere particolarmente sentito, visto che è una delle zone più piovose e più a rischio proprio dal punto di vista idrogeologico. ll suolo ci aiuta a ricaricare l’acqua di falda, cosa importantissima, soprattutto in periodi di siccità come quelli che sempre più spesso attraversiamo. Ma, soprattutto, il suolo ci serve per mangiare, perché da buon suolo esce del buon cibo. Se continuiamo a consumarlo, serviranno decenni per poterlo “rinaturalizzare”.
In Veneto abbiamo quasi 11.00 capannoni dismessi [su un totale di 92 mila capannoni esistenti -fonte Confartigianato Vicenza e Università IUAV- N.d.R.]. Possiamo valutare se esiste la possibilità di riutilizzare questi capannoni. Possiamo fare un censimento attraverso i Comuni per capire come e dove ristabilire un equilibrio, dal punto di vista dell’utilizzo degli edifici esistenti e di tutela del suolo agricolo. Possiamo pensare che, se non c’è nessuna alternativa alla realizzazione di una nuova attività in una determinata zona, chi consuma suolo debba essere obbligato ad impegnarsi nella rinaturalizzazione di almeno il doppio del suolo consumato.
Possiamo chiedere al mondo industriale - che finora non ha solo dato ma ha anche ricevuto grandi benefici da questo territorio, dalle sue risorse naturali e dalle famiglie che lo abitano- di restituire quanto ha ricevuto, impegnandosi a rinaturalizzare altre aree delle quali si potrà beneficiare tra quaranta o cinquant’anni e, nel frattempo, impegnandosi a creare aree verdi in grado di percolare acqua, di mangiare anidride carbonica grazie agli alberi, di mitigare il rumore, di mitigare l’inquinamento dell’aria. Questo è il ragionamento politico che va fatto. Il compito della politica è quello di riequilibrare gli scompensi ambientali causati dall’uomo. Oggi dalla nostra parte abbiamo anche la conoscenza e la tecnologia.
La legge regionale sul consumo di suolo nei suoi princìpi ci dice questo: dobbiamo tutelare il suolo, una risorsa fondamentale di cui ancora si ha poca coscienza. Paradossalmente, però, questa legge è stata creata in modo da non disturbare lo status quo di quelle categorie che fanno fatica a fare una transizione verso il riutilizzo. In Veneto ci sono già molte imprese nel campo dell’edilizia che hanno sposato la passive house e la active house. Ma ci sono tante altre aziende che questa evoluzione fanno fatica a farla. Ed è per quest’ultimo tipo di aziende che è stata messa a punto questa legge, con deroghe che inibiscono gli effetti della riduzione del consumo di suolo. Una di queste deroghe è la pratica SUAP; l’altra è quella che consente alla Regione Veneto di non considerare come consumo di suolo la costruzione di opere strategiche come la Superstrada Pedemontana Veneta, principale causa della massimizzazione del consumo di suolo in Veneto in questi anni.
C’è un deficit culturale alla base di questa legge che, in linea di principio, afferma di voler difendere il suolo ma che, di fatto, consente di non considerare come consumo di suolo opere che invece sono certamente molto più impattanti e dannose di quanto lo sarebbe l’ampliamento di una casetta per fare una stanza in più. Questa legge è stata equilibrata male. Era stata proposta una revisione, ma non così coraggiosa come invece avrei voluto. A mio parere, infatti, è necessario cancellare tutte le deroghe e obbligare alla rinaturalizzazione per ogni metro quadrato di terreno consumato, a saldo zero. Purtroppo, appena si è saputo della proposta di revisione, molti Comuni e molte aziende si sono opposti. Il risultato è che è stata accantonata dalla maggioranza. Io invece continuo a sostenere la necessità di tornare al testo originario, cancellando le deroghe.
Sei da poco rientrata da Copenaghen, dove ti trovavi per partecipare al European Green Party. Come è andata in Europa? Quali sono le questioni che hai messo sul tavolo?
Mi hanno detto che sono energia allo stato puro, perché ho seguito le discussioni di ogni singolo emendamento e di ogni singola mozione presentata: quella sulla salute mentale; quella sui diritti delle persone con disabilità; quella sul sostegno alle donne in Iran; quella sulle manifestazioni in Cina; quella sulla popolazione ucraina; quella sulla gestione dell’energia rinnovabile; quella sulla tutela delle risorse ambientali e poi ho seguito una serie di altri interventi per decidere la linea politica dello European Green Party. Sono felicissima di esserci stata, perché ho avuto modo di collaborare con i giovani Greens europei, che sono la linfa del partito, in Europa e in Italia. Sono giovani molto preparati e pronti a spendersi per un obiettivo comune.
Ho portato il tema della produzione di batterie senza litio, con materiali e tecnologie disponibili nell’Unione Europea e l’obiettivo di raggiungere non solo la sicurezza ambientale ma anche l’autonomia dell’Europa nel settore dello energy storage.
Ho portato il tema del ciclo chiuso dell’acqua, uno dei miei cavalli di battaglia, che porto avanti in regione Veneto dal 2016 ma che continuano a bocciare, nonostante sia meraviglioso quello che ci consentirebbe di fare. Grazie al ciclo chiuso dell’acqua, infatti, realizzabile sia ad uso privato che ad uso industriale, l’acqua può essere trattata e depurata in loco senza disagi e costi aggiuntivi, venendo riutilizzata all’interno del ciclo produttivo, a ciclo continuo, invece di venir scaricata nei fiumi. Si creano comunque fanghi di depurazione ma meno pericolosi di quelli attuali, generati all’interno di depuratori che gestiscono in maniera centralizzata acque provenienti da aziende diverse, che contengono quindi inquinanti diversi.
Quella del ciclo chiuso dell’acqua è una strategia efficace anche per ridurre il prelievo di acqua dalle falde. Vale la pena ricordare che la nostra falda, una delle più grandi d’Europa, si sta riducendo di 1 metro all’anno, contro i 30 centimetri di qualche anno fa, perché si è creato un disequilibrio. Il prelievo di acqua di falda da parte del settore industriale e degli acquedotti ad uso agricola, infatti, è diventato superiore alla capacità di far percolare l’acqua e di ricaricare la falda, anche a causa del consumo di suolo e della siccità.
Quali sono fondamentalmente le motivazioni per le quali da anni a questa parte in Regione ti bocciano la proposta di introdurre il ciclo chiuso dell’acqua per le aziende venete?
Ogni volta cambiano. Quest’anno per esempio, avrei voluto impiegare un’intera misura dei soldi del PNRR non per aiutare esclusivamente un unico settore, quello conciario, a fare un nuovo acquedotto ma per realizzare il ciclo chiuso per le imprese del Veneto. Ma per la Giunta regionale questa non è una strategia utile.
Ho proposto di incentivare l’attività di ricerca, avviando dei progetti sperimentali. A Prato, ad esempio, esiste già un intero distretto industriale che funziona a ciclo chiuso e, a livello nazionale, ci sono fondi erogati a chi promuove l’adozione del ciclo chiuso. Mi è stato risposto che non è compito della Regione Veneto fare ricerca e sviluppo. Il risultato è che la Regione Veneto continua a sborsare soldi per ridurre l’inquinamento dei fiumi e il problema della siccità, con indennizzi alle aziende agricole ma non ritiene opportuno risolvere il problema a monte. Così, continuiamo a pagare la depurazione chimica delle acque, un procedimento complicato, che ha dei costi altissimi; e continuiamo a pagare operazione di mitigazione di inquinamento delle acque.
Ricordiamoci che la Regione del Veneto ha il compito di applicare il piano di tutela delle acque, di definire le future strategie per difendere le risorse naturali. Eppure ha deciso di non prendersi in carico il problema. Riordiamoci che è la politica a dover ispirare il settore industriale, obbligandolo se necessario e incentivandolo ad agire in questa direzione.
A proposito: in Europa tutte le mie proposte sono state approvate. Quindi, adesso sto lavorando con alcuni esponenti dell’European Green Party per portare avanti questi progetti.
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