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La Processione del Venerdì Santo apre il dibattito
Dopo i fatti avvenuti, Don Enrico chiarisce la sua denuncia: «Non è uno scontro, ma un tema di civiltà»
Pubblicato il 10 apr 2026
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È durante la Via Crucis del Venerdì Santo scorso che, nel centro storico di Bassano del Grappa, si è verificata la situazione che ha acceso il dibattito sulle parole pronunciate da Don Enrico Bortolaso durante la Veglia Pasquale.
Mentre la processione attraversava le vie cittadine, tra tavolini occupati e aperitivi, molti hanno proseguito la serata senza fermarsi, creando un evidente contrasto tra il momento religioso e la normale attività della movida. Nel corso della celebrazione del Sabato Santo, il parroco ha parlato di un Cristo percepito come «estraneo» e di una comunità segnata dall’indifferenza. Un passaggio che ha suscitato reazioni e interpretazioni diverse, tra cui quella del sindaco Nicola Finco, che ha annunciato la convocazione dei rappresentanti delle associazioni di categoria e dei pubblici esercizi. Nei giorni successivi, per fare chiarezza sul senso delle sue parole, Don Enrico ha scelto di affidarsi a noi, spiegando che il suo intervento non voleva essere una critica diretta, ma una riflessione su quanto osservato durante la processione.
«Eravamo invisibili», ha detto, evidenziando il distacco tra la celebrazione e la vita del centro. Il caso resta come spunto di riflessione sul rapporto tra momenti di fede e spazio pubblico, in una città dove, per una sera, le due dimensioni si sono affiancate senza incontrarsi.
La "movida" bassanese.
Don Enrico, partiamo dal Venerdì Santo: come ha vissuto il passaggio del rito tra la folla del centro?
«Più che un episodio singolo, mi ha colpito il clima generale: un’indifferenza diffusa. Vedere molte persone parlare e bere senza fermarsi o posare il bicchiere al passaggio del Cristo mi ha fatto riflettere. Non si tratta di pretendere una professione di fede da tutti, ma di ritrovare una sensibilità verso un momento che appartiene alla storia e all’anima della nostra comunità».
Durante la Veglia Pasquale molti hanno colto un messaggio forte nelle sue parole. Come descriverebbe il senso reale di ciò che voleva comunicare?
«Le mie parole, pronunciate durante l’omelia, della Veglia Pasquale sono state enfatizzate e, in parte, travisate. Non era mia intenzione lanciare un’invettiva o una denuncia, ma proporre una riflessione profonda. Mi è dispiaciuto constatare come un ragionamento spirituale sia stato interpretato in modo diverso dal senso con cui l’avevo formulato. Il mio obiettivo era invitare la comunità a pensare, non alimentare polemiche. Ringrazio per l’occasione di spiegare le mie parole e restituire fedelmente quanto accaduto, affinché emerga il senso reale della mia omelia».
Da dove ha preso ispirazione per parlare ai fedeli?
«Ho preso spunto dal libro di Rowan Williams, “Resurrezione”. Ho riflettuto su questo Gesù “estraneo”, da scoprire e cercare vivo nella vita quotidiana, come percorso del tempo pasquale. Non ci si può fermare al Venerdì Santo: bisogna guardare avanti con speranza. Ho citato l’indifferenza osservata durante il passaggio del rito come esempio concreto, ma il discorso era più ampio, legato alla ricerca di senso e non riferito esclusivamente a quel giorno».
Cosa è successo lungo il percorso con la Polizia Locale?
«Durante l’omelia ho fatto una battuta, dicendo: "Meno male che c'erano i vigili, se no non passavamo", perché volevo solo far capire quanto le persone fossero immerse nel proprio aperitivo e quanto noi fossimo, in quel momento, praticamente invisibili. Le mie parole sono state percepite diversamente, ma l’intento non era creare polemica: non c’è stata alcuna aggressione o blocco. Gli agenti stavano semplicemente svolgendo il loro normale servizio di scorta».
Quale atteggiamento della folla l’ha più colpita?
«Mi ha colpito vedere non posare nemmeno il bicchiere al passaggio del rito. Non è solo una questione di rispetto delle tradizioni, ma di umanità: Gesù era un “corpo estraneo” che passava tra le persone senza essere percepito».
Ritiene che ci sia un tema più ampio legato alla percezione del messaggio cristiano oggi?
«Certamente. Ho parlato di questa estraneità e indifferenza con dolore, non con rabbia. Dobbiamo riconoscere che il messaggio cristiano oggi si trova spesso immerso in un contesto di distrazione e distacco. Se non riusciamo a far comprendere ai giovani che quel “corpo estraneo” parla anche alla loro vita quotidiana, allora rischiamo di non testimoniare pienamente la gioia e la speranza del Vangelo. La sfida è portare luce e senso, con pazienza e amore, in un mondo che troppo spesso passa oltre senza vedere».
In merito agli episodi di scherno, come li ha vissuti e quali riflessioni ne trae?
«Onestamente non li avevo osservati direttamente, ero assorto nel rito sacrale. In seguito mi è stato riferito che alcune persone avrebbero deriso il passaggio della processione. Se fosse realmente accaduto, questo deve spingerci a riflettere sul senso e sul valore della cristianità per i giovani. Non si tratta di puntare il dito, ma di comprendere, comunicare e costruire un dialogo: spesso l’indifferenza parla più forte di una protesta plateale, perché rivela uno spazio di incomunicabilità che possiamo colmare con attenzione e cura reciproca».
Alcuni hanno interpretato le sue parole come una critica alla vivacità di Bassano o alla movida. Qual è la sua posizione?
«Assolutamente no! I baristi fanno il loro lavoro e i giovani hanno diritto di divertirsi. La movida c’è e ci sarà sempre. Non era una critica al divertimento, né voglio dare la colpa a chi era al bar o tra la folla: ciò che mi ha colpito davvero è stata l’indifferenza. Il mio richiamo riguarda l’atteggiamento di fronte a ciò che per noi è sacro: è una sfida d’amore per tutta la comunità, per riscoprire attenzione e rispetto reciproco».
In conclusione, che messaggio vorrebbe lasciare alla città?
«Mi auguro che la città sappia coltivare la capacità di accorgersi dell’altro, di non restare indifferente a chi ci sta accanto. Una comunità è viva quando riesce a guardare con attenzione e rispetto chi vive accanto a noi, con curiosità e apertura di cuore: è lì che si trova la vera speranza».
Le parole di Don Enrico Bortolaso restituiscono l’immagine di un uomo di Chiesa che non cerca lo scontro, ma il dialogo. La sua non è una condanna alla socialità bassanese, ma un richiamo alla sensibilità del cuore e alla consapevolezza civile. In un mondo che corre veloce, l’invito a posare il bicchiere per un solo istante non è una richiesta dogmatica, ma un gesto di rispetto necessario per una città che ambisce a grandi traguardi umani. In un tempo attraversato da tensioni e conflitti, nei gesti quotidiani si misura la qualità della convivenza: essere più sensibili verso chi ci sta accanto non è una rinuncia, ma un passo avanti.
Il rispetto non limita: educa, migliora noi stessi e rafforza la comunità. E allora la domanda diventa concreta: che Bassano vogliamo essere?
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