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La spada nella roccia
Dopo la frana a San Marino, dai massi piombati sulla Ciclopista del Brenta a Piovega di Sotto emerge nuovamente l’emergenza della risoluzione della sicurezza geologica in Valbrenta, non più procrastinabile
Pubblicato il 26 gen 2024
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Caro e bellissimo territorio della Valle del Brenta: sei una frana, nel senso letterale della parola.
Qualche giorno fa, poco dopo la pioggia di massi franati sulla ferrovia e sulla strada a San Marino, ho fatto una chiacchierata con un mio vecchio amico, esperto rocciatore, che ha lavorato per lunghi anni nel campo del consolidamento in quota delle pareti rocciose.
È stato un colloquio informale, senza pretese di approfondimento giornalistico, dal quale però ho appreso alcune cose interessanti.
Uno dei massi franati sulla Ciclopista del Brenta a Piovega di Sotto
Innanzitutto, come mi ha detto il mio amico nonché già addetto ai lavori, la tendenza generale degli ultimi quindici-vent’anni nel settore delle opere montane è quella di intervenire nei punti geologicamente a rischio (e il rischio è determinato dalle perizie geologiche) piazzando delle barriere paramassi, dimensionate in base al rischio di impatto calcolato, e non più con interventi a monte e cioè di consolidamento in parete delle rocce pericolanti.
È stato il caso della frana di San Marino, dove tuttavia la barriera paramassi è stata letteralmente sgretolata dalla forza dell’enorme macigno in caduta, poi infrantosi in mille pezzi.
Inoltre, un altro aspetto della questione, come riferitomi da chi ha lavorato una vita a rinsaldare le rocce con le varie tecniche a disposizione, è l’assoluta imprevedibilità cronologica di un evento franoso negli stessi punti a rischio.
La qual cosa, passando per un attimo al campo politico, stride con la dichiarazione sulla frana di San Marino del candidato sindaco di Bassano per tutti Paolo Retinò, secondo il quale le squadre della protezione civile intercomunale dovevano essere “preparate” (a fare cosa? si chiede la signora Maria) perché “i segnali di pericolo erano noti già da tempo e non sono mancati anche nel passato recente”.
“Bisogna distinguere fra i tempi umani e i tempi geologici - mi ha spiegato chi ha avuto a che fare per decenni con la sistemazione delle pareti montane -. Non possiamo sapere quando un masso a rischio “deciderà” di cadere, se domani, se fra un mese o se fra dieci o cento anni.”
Infine, sempre dalla voce del mio amico bene informato sui fatti, il problema allargato: quello di San Marino è stato un episodio rappresentativo di tante situazioni simili in tutto il Canal di Brenta.
Sono diverse le zone a rischio nella lunga gola della vallata, a partire, e ad esempio, dall’abitato di Cismon, dove è stato individuato un rischio di caduta massi con conseguente incarico ad un geologo per un progetto di contenimento di un’eventuale frana.
Tutte queste cose mi sono state dette in tempi non sospetti, ovvero, come mi ricorda la mia agenda, lo scorso lunedì 15 gennaio.
Riparto adesso da un ulteriore presupposto.
La frana in località San Marino dello scorso 12 gennaio ha colpito in pieno anche l’opinione pubblica: per l’evento franoso in sé stesso, per il miracolo della violenta cascata di pietre che precipitando sulla ferrovia e sulla strada non ha coinvolto persone e soprattutto per il blocco che ha provocato alla mobilità viabilistica sulla SS Valsugana e ferroviaria lungo la tratta Bassano-Primolano, argomenti - questi ultimi -delle cronache dei giorni successivi.
Tuttavia, a scanso di memoria corta, l’archivio di Bassanonet mi aiuta a ricordare che nell’ultimo decennio, e oltre, il pericolo di frane sulla Statale è stato sempre incombente.
Il 17 novembre 2010, e quindi poco più di tredici anni fa, avevo scritto e pubblicato un articolo di cronaca su una caduta massi sulla sede stradale della SS 47 Valsugana in località Cismon, a seguito del cedimento della parete rocciosa sovrastante, anche in quel caso con distruzione della barriera paramassi.
Nessun ferito, fortunatamente, anche in quella occasione.
Ma quella fu una mattinata di autentica passione, con lo stop alla circolazione che sulla carreggiata in direzione Trento generò una colonna di automezzi di circa 7 chilometri, in doppia fila.
Un altro episodio di caduta massi per distacco dalla parete rocciosa sulla SS Valsugana, che io personalmente ricordo, risale alla notte tra il 16 e il 17 maggio 2020, sempre all’altezza di Cismon.
Non dico che percorrere la Statale significa rischiare tutti i giorni la lapidazione, ma affermo semplicemente che fino adesso, a fronte della casistica degli smottamenti, abbiamo scherzato col fuoco o se preferite con la roccia.
Adesso, dopo la frana di San Marino, quel tratto di Valsugana è chiuso al traffico per consentire il ripristino della carreggiata, della ferrovia, delle strutture danneggiate della galleria ferroviaria artificiale e delle barriere paramassi, che si spera calcolate meglio in rapporto alla forza dei massi in caduta.
Ma ripristinare il sito di una frana risolve a posteriori il caso specifico e non a priori il problema generale.
È come tappare una falla su una barca o su una nave: chiudere il buco non evita il rischio che se ne apra un altro.
E la nuova falla si è verificata soltanto pochi giorni dopo la frana di San Marino.
Come ben sappiamo dalle notizie di cronaca, mercoledì 24 gennaio alcuni grossi massi sono piombati sulla Ciclopista del Brenta, il piccolo paradiso a due ruote (ma è anche un percorso pedonale) del nostro territorio.
L’episodio è accaduto in località Piovega di Sotto, detta “Cornale” per la celebre birreria-ristorante ivi ubicata, che ricade nel territorio comunale di Enego.
E il sindaco di Enego Marco Frison, con un’ordinanza urgente e immediata, ha disposto la chiusura della pista ciclabile, fino a data da destinarsi, tra la località Piovega (Cornale) e il ponte di Primolano.
Va detto subito che non è il primo accadimento franoso che interessa la Ciclopista e che anzi non è praticamente nulla in confronto all’enorme smottamento abbattutosi sul percorso ciclabile nella notte tra il 7 e l’8 aprile del 2018: oltre 40.000 metri cubi di materiale roccioso rovinati nel tratto in prossimità dell’abitato di Primolano, in località Pianello, al confine col Trentino. Raccontano le cronache dell’epoca: “Nel fiume massi grandi come case di sei piani”.
Precedentemente, nel 2012, proprio nel giorno di Pasquetta, un altro fronte di roccia staccatosi dalla montagna aveva danneggiato la stessa pista ciclabile del Brenta sempre in località Pianello.
Dopo la caduta massi di mercoledì scorso, il sindaco Frison ha invocato sulla stampa la necessità di “un lavoro complessivo di contrasto ai dissesti idrogeologici”, non mettendo in atto interventi emergenziali bensì “un intervento onnicomprensivo, intercomunale e interregionale tra Veneto e Trentino, per mettere in sicurezza le strade e piste ciclopedonali che attraversano la Vallata”.
“È l’ennesima dimostrazione - ha dichiarato il primo cittadino eneghese al Giornale di Vicenza - che la nostra montagna si sta sgretolando per cause varie, non ultimo il cambiamento climatico.”
E proprio l’infausto mix tra fenomeni climatici e conformazione del territorio trova nella Valbrenta una zona ad alto quoziente di insidiosità.
Quattro anni fa, il 4 agosto 2020, a Solagna, è bastato un intenso acquazzone estivo per provocare dall’alto verso il basso un improvviso disastro di acqua, di fango e, nelle fasce di paese un po’più a monte, anche di pietre.
Ergo: la sicurezza dai pericoli di frane e più in generale di dissesti idrogeologici nella Valle del Brenta non è uno dei problemi del nostro territorio, è diventato “il” problema.
Ragionando da uomo della strada - che sia Strada Statale, oppure no - ritengo che lo Stato, per il tramite della Regione, dovrebbe prendersi in carico la questione, che va ben oltre le capacità di intervento dei singoli Comuni.
C’è un pezzetto d’Italia che sta andando periodicamente a rotoli, servirebbero misure e investimenti adeguati per un Piano Marshall, a step progressivi, di ripristino complessivo delle pendici montane a ridosso delle case e delle strade della Vallata.
Ritengo anche che i nostri parlamentari “bassanesi”, di cui scarseggiano le notizie, debbano a loro volta perorare una causa di riassetto ambientale della Valle non più procrastinabile e pressare a tale scopo il Governo e i ministri di riferimento, occupandosi di vivibilità in sicurezza del territorio e non solo di Tribunali.
Sto vaneggiando? Potrebbe anche darsi, tuttavia è arrivato il momento di lanciare anche delle provocazioni.
Peraltro, so bene che i tempi della politica non corrispondono a quelli della vita reale: ricordo che la questione della Variante della SS Valsugana, con tutti i progetti che si sono accavallati nei decenni, si sta trascinando da almeno mezzo secolo.
Ma non possiamo aspettare che frani il prossimo masso o che si stacchi il prossimo pezzo di parete rocciosa per ritornare a scrivere le stesse cose.
Dovrà pur esserci qualcuno in grado di tirare fuori la spada nella roccia, per spezzare una volta per tutte questo rischioso incantesimo.
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