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Lo sappiamo tutti e siamo tutti d’accordo. Bassano senza il Ponte è come un cielo senza stelle, come un prato senza fiori, come un lago senza acqua o come l’Inter senza Lukaku. Non se ne può fare a meno. Da cinque anni e passa a questa parte siamo stati abituati a vedere il nostro Monumento Nazionale in condizioni stabili di difficoltà per le vicissitudini di un cantiere infinito: puntellato, turato, smontato, transennato, imbragato. Il Ponte era sempre con noi, ma abbandonato ai suoi destini di paziente in rianimazione.
Adesso si sta avvicinando la conclusione dell’Odissea e Ulisse sta per ritornare ad Itaca per riabbracciare Penelope, che è la sua città che lo ha aspettato fino adesso.
C’è ancora un po’ da soffrire: da mercoledì prossimo 20 gennaio è in programma la grande chiusura al transito fino al 12 febbraio per consentire alla Inco, la ditta appaltatrice, la posa nell’impalcato della trave reticolare, ultimo intervento di rilievo prima delle rifiniture conclusive e soprattutto prima dell’inaugurazione in pompa magna del Ponte restaurato annunciata per la prossima primavera.
Il Ponte come si presenta oggi dopo lo smantellamento delle impalcature
Oggi intanto il manufatto è stato temporaneamente riaperto dopo che in questi giorni sono stati eseguiti i lavori di smantellamento degli ultimi ponteggi di cantiere.
Adesso il monumento si presenta senza tutte quelle impalcature che lo hanno a lungo ingabbiato, prima sul lato Bassano e poi sul lato Angarano, per i lavori di ripristino della balaustrata e del piano di calpestio. Finalmente libero. E in men che non si dica le foto del Ponte restituito alla sua “forma pura” hanno conquistato i social, con una sequela di commenti di ammirazione sul monumento ritornato “bello, dritto, pulito e sgombro”. “Spettacolo”, “stupendo”, “splendore”, “meraviglia”, “finalmente”: sono solo alcune delle parole di elogio espresse nei confronti del Grande Vecchio dal popolo bassanese di Facebook. Una corale esternazione di condivisione di valori e di partecipazione identitaria che in questa fase storica votata all’egoismo da pandemia è un bel segnale della voglia di ritornare al piacere dei sentimenti collettivi. Ma anche del desiderio di ritornare a “impadronirsi” di questo inestimabile bene comune sospeso tra le due rive del Brenta, meta di incontri e di passeggiate, azzerando tutte le vicende che hanno contraddistinto la sua travagliata ricostruzione. Del percorso ad ostacoli che ha costellato il quinquennale iter del progetto e del restauro non importa infatti più niente a nessuno.
L’importante è avere nuovamente un Ponte da esibire al mondo, inebriati dalla sua bellezza esteriore e stimolati dalla naturale italica propensione a dimenticare.
Cosa volete che importi il fatto che tutta l’anima delle stilate è fatta di acciaio inossidabile, rendendo di fatto il monumento un cyborg rivestito di legno? È l’involucro di legno quello che si vede, e che ritorneranno a fotografare i turisti. Si straccerà mai qualcuno le vesti per la circostanza che le stilate dovevano essere solamente ripristinate e sono state invece segate via di netto e ricostruite da zero? Ci si ricorderà, una volta restituito il Ponte alla città, dell’enorme quantità di soldi che questo restauro è costato anche in termini di attività extra-cantiere? E ci sarà mai qualcuno - per scendere ai dettagli - che ad esempio andrà a fare le pulci alla differenza di inclinazione dei nuovi saettoni rispetto a quelli vecchi che secondo gli ex fustigatori del restauro avrebbe nientemeno che cambiato la geometria delle stilate?
Sono tutte domande retoriche, perché tutte queste cose si sono già perse nell’oblio.
Per non parlare della trave reticolare di impalcato, tormentone supremo della Pontenovela accompagnato dai tormentoni accessori della spalla Nardini e della relazione Rizzo.
Sotto il pavimento, quando torneremo a camminare sul Ponte a restauro concluso, sarà nascosta una trave reticolare “variata” e sganciata dalle due spalle, praticamente inutile rispetto alla funzione originaria che era stata prevista dal progettista strutturale ingegner Claudio Modena. Ma questo è l’ultimo dei nostri pensieri: giunti ormai a questo punto, sfiniti da anni di discussioni e polemiche, anche se l’impalcato venisse imbottito da una trave di polistirolo o da uno strato di gommapiuma andrebbe bene lo stesso.
Il pensiero comune vuole soltanto che il Ponte di Bassano ritorni ad essere il Ponte di Bassano, conciliando i vantaggi della memoria a breve termine con la percezione idealizzata che vogliamo avere di lui. E allora viva il Ponte, bello, dritto, pulito e sgombro, refrattario alle discussioni, dimentico del suo recente passato e ambasciatore di una nuova era in cui i rostri saranno ricordati solo come i becchi degli uccelli rapaci e i saettoni ritorneranno ad essere solamente dei fulmini generati dai grossi temporali.
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