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Redazione
Bassanonet.it
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The End
Clamoroso: la Vardanega comunica ufficialmente l'interruzione dei lavori sul Ponte. L'impresa affossa il progetto, presenta il conto e chiede al Comune di chiudere il contratto in autotutela per evitare pesanti azioni giudiziarie
Pubblicato il 28 apr 2018
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The End. Fine delle trasmissioni. Con una lettera trasmessa in data odierna (venerdì 27 aprile) via pec al sindaco di Bassano Riccardo Poletto, al segretario generale Antonello Accadia, al dirigente Lavori Pubblici Walter Stocco, al Responsabile Unico del Procedimento Diego Pozza, al Direttore dei Lavori Viviana Bonato e all'Amministrazione comunale, la Nico Vardanega Costruzioni Srl ha comunicato ufficialmente l'interruzione dei lavori per il ripristino e consolidamento del Ponte degli Alpini.
“In questi giorni ed a seguito dell'ingiusta attivazione della procedura di risoluzione contrattuale - esordisce la corposa comunicazione di 15 pagine complessive -, abbiamo richiesto al direttore dei lavori alcune precisazioni del progetto nella speranza di poter recuperare, per quanto possibile, una sufficiente operatività del cantiere.”
“Purtroppo, nonostante le ripetute sollecitazioni - prosegue l'impresa -, non abbiamo avuto alcuna risposta e non possiamo che prendere atto dell'impossibilità a continuare proficuamente i lavori.”
Foto Alessandro Tich
La ditta, dunque, si chiama fuori. La misura è colma. Presenta il conto e chiede all'Amministrazione comunale di chiudere il contratto in autotutela per evitare pesanti conseguenze giudiziarie. E consapevole “della gravità della comunicazione”, elenca le numerose motivazioni che hanno portato alla clamorosa decisione. Il contenuto del documento è il definitivo atto d'accusa su quelle che per l'azienda possagnese sono state le carenze progettuali, le criticità del contratto e le mancanze dell'Ufficio di Direzione dei Lavori che hanno reso l'intervento sul Ponte “non fattibile”.
Circa l'andamento del cantiere, oltre a ricordare i vari interventi eseguiti nella finestra estiva 2017, l'appaltatore rileva che “la direzione dei lavori ha mancato al suo obbligo di cooperazione”. E ciò rappresenta una “circostanza ancora più grave visto che l'attività dell'impresa era rivolta alla soluzione di evidenti carenze progettuali”.
Quali carenze progettuali? Eccole qua. N.1: il ponte Bailey (la trave di sostegno dall'alto per il ripristino delle stilate) non si poteva porre in opera per insufficiente resistenza sia della spalla in sinistra idraulica sia della pila n.2. N.2: l'impalcato doveva essere sollevato di quantità di cui non c'era traccia sul progetto. N.3: il legname reperibile sul mercato non poteva avere l'umidità prescritta dal progetto. N.4: il necessario puntellamento delle pile n. 1 e n. 2 imponeva delle modifiche alle travi reticolari di fondazione.
Ma questo è solo l'inizio. All'apertura della successiva finestra invernale, dopo la realizzazione delle ture, l'impresa “ha subito iniziato a pianificare i lavori di consolidamento della spalla in sinistra idraulica”. Peccato che quella spalla, di proprietà Nardini, non fosse disponibile.
“L'indisponibilità della spalla, comunicata successivamente all'esecuzione delle ture direttamente dai proprietari, unitamente alla carenza di informazioni da parte della DL - puntualizza la Vardanega -, ha di fatto reso impossibile qualsiasi lavorazione fatta eccezione per la manutenzione delle opere provvisionali.”
Siamo ai confini della realtà, ma purtroppo questa è stata la realtà.
La comunicazione dell'appaltatore è un affondo totale su contratto e progetto.
La ditta sottolinea che “il progetto esecutivo non è rappresentativo dello stato di fatto”. Ricorda che il progettista Claudio Modena, nella sua relazione del 5 maggio 2017, riconosceva che il progetto esecutivo era stato redatto due anni prima quando “non si erano ancora manifestati i fenomeni di cedimento evidenziati il corrispondenza della pila n.3”. Vardanega ribatte che “i cedimenti si sono verificati tra marzo e settembre 2015, addirittura prima dell'approvazione del progetto preliminare (22/9/2915)”.
“La questione rilevante - incalza l'azienda di Possagno - è rappresentata dal fatto che il progetto esecutivo non contiene alcuna indicazione di riallineamento verticale e/o orizzontale delle pile necessario per recuperare i cedimenti.” Si contesta che “la DL, più volte sollecitata a superare questa grave carenza progettuale per inadeguata valutazione dello stato di fatto, non ha mai dato alcun seguito alle istanze dell'impresa”.
Le conseguenze di questo stato continuativo di incertezza progettuale?
Sono tre. N.1: non è stato possibile fare la progettazione esecutiva della trave reticolare di impalcato “per l'evidente incertezza geometrica dei nodi di connessione”. N.2: non è stato possibile definire le altezze delle colonne lignee. N.3: non è stato possibile impostare i lavori di ripristino e consolidamento delle pile. A ciò si aggiunge “l'estremo pericolo in cui versano le pile, riconosciuto dallo stesso Modena” che ha imposto di provvedere al puntellamento urgente delle due stilate messe in asciutto mentre “niente è stato fatto per le altre due pile”.
Pensate che basti? Macché. Ci mancherebbe.
L'impresa rileva inoltre che “il progetto esecutivo presenta delle anomalie sulla fornitura dei materiali lignei” (si legga al riguardo il nostro articolo “Il chiodo nel legno”) e soprattutto che “il progetto esecutivo non ha la disponibilità degli immobili interessati dai lavori”. È uno degli aspetti centrali di questa trama degna del Teatro dell'assurdo.
La contestazione, ovviamente, si riferisce alla non disponibilità della spalla Nardini, che interessa la proprietà immobiliare dell'azienda della grappa, su cui abbiamo già scritto fiumi di parole. Vardanega dichiara che il contratto siglato il 3 marzo 2016 tra Comune di Bassano e Ditta Bortolo Nardini Spa - con la nota richiesta di verifica strutturale dei fabbricati prima dell'inizio dei lavori sulla spalla sinistra - “distrugge in radice l'approvazione del progetto esecutivo del novembre 2015 e di fatto annulla qualsiasi disponibilità degli immobili come ha giustamente evidenziato la proprietà dell'immobile in sponda sinistra con la lettera del 24 aprile 2018”. Ve lo avevamo detto, nel nostro articolo, che quella lettera di risposta della Nardini alla richiesta di sopralluogo dell'impresa era l'ultima goccia. Come volevasi dimostrare.
Cosa vuol dire, in termini pratici, non disporre della spalla del Ponte sul lato Bassano? Vuol dire, come spiega l'appaltatore, che la circostanza “ha impedito all'impresa di eseguire i lavori di consolidamento alla spalla” e “ha impedito alla DL di rispondere alla richiesta dell'impresa del giugno 2017 per tutte le definizioni relative alla progettazione esecutiva della trave Bailey e al suo posizionamento sulla spalla lato Bassano.”
“In pratica - rimarca l'esecutore dei lavori chiamando in causa una delibera ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) del 30 settembre 2014 -, la mancata disponibilità della spalla ha impedito una buona parte delle lavorazioni della prima metà del Ponte e costituisce senza alcun dubbio una fattispecie di errore progettuale, riconducibile all'inadeguata valutazione dello stato di fatto.” È lo spunto dell'attacco frontale alle figure di riferimento del Comune.
Il documento afferma che “l'ufficio della direzione dei lavori certamente ha giocato un ruolo fondamentale nella deriva che ha subito l'appalto”. Rileva ed elenca “decisioni assunte dal direttore operativo mai approvate dal direttore dei lavori” e contesta “la quasi totale inattività del direttore dei lavori sulle questioni principali del progetto e del contratto”. C'è n'è anche per il vicesindaco Roberto Campagnolo, ovvero per “l'ingerenza dell'assessore di riferimento sia sul cantiere sia con frequenti interviste sulla stampa con argomentazioni discutibili e sopportate da questa impresa con crescente disappunto e fastidio”. E ancora gli ulteriori incarichi al consulente di supporto al RUP con compiti di supervisione della Direzione Lavori e del Coordinatore per la Sicurezza e al consulente incaricato della verifica strutturale sulla spalla Nardini “dopo oltre due anni dall'approvazione del progetto e della sottoscrizione dell'accordo col Comune e dopo oltre un anno dalla consegna dei lavori”. Questi ed altri aspetti, che in questa sede vi risparmiamo, hanno determinato per la ditta “un ventaglio di anomalie che ha disorientato ogni tentativo di recupero del progetto verso direzioni fattive”.
“A fronte di questo quadro desolante di anomalie - evidenzia la lettera -, è del tutto fuori luogo immaginare una possibilità di risoluzione del contratto per grave inadempimento, grave irregolarità e grave ritardo, visto che non si può certo imputare all'impresa l'attuale situazione in cui si trova il cantiere.” “Inutile confermare - ammonisce il testo - che l'impresa si opporrebbe in ogni sede ad una risoluzione in danno che certamente sarebbe un abuso e forse per molti potrebbe apparire anche come un maldestro tentativo di rimandare ad una sentenza certamente lontana nel tempo l'assunzione delle responsabilità dell'Amministrazione.”
Parole pesantissime. Ma che fanno da anticamera alla proposta di una soluzione.
E allora le cose stanno così. Per la Nico Vardanega Costruzioni Srl “è ormai chiaramente definito e unanimemente accertato che i lavori non possono procedere a regola d'arte”. L'impresa pertanto, non potendo risolvere il contratto ma nello spirito di limitare al massimo i danni, “ritiene corretto interrompere i lavori e assegnare ad altri cantieri le maestranze, i macchinari e le attrezzature”. Tutto ciò allo scopo “di contenere i danni alle sole spese generali che per questo appalto sono pari a 474.258,30 euro/850 giorni”.
La ditta, ai sensi delle normative vigenti, resta quindi in attesa che l'Amministrazione proceda alla risoluzione del contratto “riconoscendo i lavori eseguiti, i materiali utili, il mancato tornaconto nella misura del dieci per cento fino ai quattro quinti dell'importo contrattuale e i danni causati.”
A tale scopo viene allegata una articolata e dettagliata distinta del conto da pagare.
Totale (danni esclusi): 1.340.476.59 euro.
“Certamente il caso del contratto del Ponte Vecchio - commenta l'appaltatore - ha subito notevoli forzature i cui effetti non sono più rimandabili.” E si sottolinea “lo svilimento delle procedure di approvazione dei tre livelli di progettazione” (cioè preliminare, definitivo e esecutivo, “compressi nel breve periodo di circa 60 giorni”) che sono stati ridotti “a mera formalità” e “non hanno certamente prodotto un progetto all'altezza del Ponte Vecchio di Bassano”. E la mancata verifica sulla disponibilità dei luoghi, prevista dall'art. 106 del DPR 207/2010, “sia per la stipula del contratto prima che per la consegna dei lavori poi, è una delle cause che ha portato il lavoro sul binario morto dell'inattività”.
L'impresa dichiara che “non ha potuto fare altro che tentare, purtroppo senza esito, di riportare il contratto nell'alveo della fattibilità”. E adesso ritiene necessario che l'Amministrazione, in autotutela, “proceda all'applicazione della legge e provveda a chiudere questo contratto nel rispetto del diritto”. E se la cosa non accadrà, allora saranno fuoco e fiamme. “L'impresa, non potendo risolvere il contratto, trascorso inutilmente un periodo ragionevole - conclude la lettera -, farà ricorso agli Enti gerarchicamente superiori e competenti al controllo e alla repressione per gli ambiti di legittimità, di contabilità e di rispetto della normativa sui lavori pubblici.”
La vicenda avrà dunque ancora sviluppi e strascichi. Ma la risoluzione del contratto - nell'uno o nell'altro modo e con le relative conseguenze - è l'unica via d'uscita e la storia dell'appalto della Vardanega per l'intervento di ripristino e consolidamento del Ponte di Bassano, per il quale si è perso un anno a colpi di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, fa scorrere i titoli di coda.
The End.
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