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Due-tre settimane fa, in piena campagna per le elezioni politiche, passando davanti ai tabelloni elettorali di viale Venezia a Bassano del Grappa, mi sono accorto di un insolito e involontariamente bizzarro accostamento di messaggi. Un singolare miscuglio di affissioni pubbliche fronte strada. Un cartellone pubblicitario, collocato proprio davanti ai pannelli di metallo adibiti ad ospitare i (pochi) manifesti dei partiti e dei candidati, reclamizzava gli “sconti fino al 50%” effettuati da un noto ipermercato della nostra città, con una freccia di colore rosso diretta sulla destra.
E proprio immediatamente sulla destra del cartellone pubblicitario - quasi che quella réclame fosse idealmente collegata alla propaganda elettorale - erano affissi quattro manifesti del Partito Democratico, il primo dei quali raffigurante la candidata bassanese per l'uninominale alla Camera Rosanna Filippin. Siccome mi piacciono le foto strane, con elementi in contrasto, ho scattato col telefonino l'immagine che vedete qui sopra.
L'ho fatta così, en passant, puro sfizio da Tich curioso. Ora però, al termine della diffusione dei risultati del voto del 4 marzo, l'ho pubblicata su Bassanonet.
Foto Alessandro Tich
Perché quel messaggio commerciale sui ribassi dell'ipermercato affiancato ai manifesti di propaganda Dem ha assunto, col senno di poi, un valore profetico. Riferito ad un partito che dal 40,81% dei consensi alle elezioni europee del 2014 è crollato oggi al 18,72% alla Camera e al 19,12%. al Senato. Un tracollo, per l'appunto, del 50%.
Saldi di fine stagione, se è vero che Renzi ha deciso di togliere il disturbo anche se solo dopo la formazione del nuovo governo. Perché (ed è una delle tante stranezze del Bordellum-Rosatellum senza premio di maggioranza), per quanto tramortito dalla epocale batosta, in linea puramente teorica il Partito Democratico potrebbe partecipare ad un governo di larghe intese, nel caso in cui questa si rivelasse l'ultima spiaggia tentata dal Colle per evitare di ritornare subito al voto con questa legge elettorale da schifo.
Ma sarebbe un pugno nello stomaco per i milioni di italiani che in un modo (Movimento 5 Stelle) o nell'altro (Lega) hanno chiesto il cambiamento. Con ulteriori prevedibili conseguenze nel caso di poco augurabili elezioni-bis.
Renzi ha dichiarato che il PD “sarà all'opposizione” e non farà accordi con nessuno.
Ci mancherebbe che il segretario dimissionario in pectore, dopo una débâcle di questa entità, affermasse che il PD “sarà nella maggioranza”. Ma le strade della politica sono infinite e già nella passata legislatura - nell'impossibilità di definire una maggioranza elettorale di governo - abbiamo visto come è andata a finire, per intervento del Quirinale, dall'esecutivo Letta in poi. Con la non secondaria differenza che nel 2013 il centrosinistra era quasi al 30% (PD 25,43%) a pari merito col centrodestra e a cinque punti percentuali in più rispetto al Movimento 5 Stelle.
Ma questi sono aspetti dell'attualità politica che esulano dalla presa d'atto che il Partito Democratico, in questo momento, è un paziente in rianimazione.
È ancora troppo presto per analizzare con lucidità e a mente fredda le ragioni che hanno spinto una fetta così grande dell'elettorato a mollare gli ormeggi dal PD verso altri lidi, pentastellati in primis. Non è facile del resto esaminare un ferito ancora in stato di choc. Ma una veloce diagnosi va comunque tracciata.
Matteo Renzi, nella sua parabola, è responsabile della scelta di avere trasformato il PD in un partito del leader, ispirandosi probabilmente a quel Berlusconi al quale non si è mai ideologicamente contrapposto, dimostrando propensioni di onnipotenza già da quando, agli inizi, aveva realmente il Paese in mano. Come nella pubblicità della banca dell'ex Cavaliere, ha costruito un partito attorno a sé e attorno alla cerchia dei suoi fedeli pasdaran che ne hanno condiviso la scalata al potere, generando il partito parallelo degli scontenti che se ne sono andati sbattendo la porta. Da capo del governo ne ha fatte (o non fatte) di tutte: per dirne solo un paio, non ha rottamato le ingiustizie della legge Fornero, con la Buona Scuola si è inimicato quella categoria degli insegnanti che per antonomasia votava prevalentemente a sinistra, col bonus-tormentone degli 80 euro ha prodotto più polemiche che consensi per gli assurdi meccanismi della sua restituzione.
Nel 2016, sotto il suo governo, l'Italia ha dovuto affrontare il picco di emergenza degli sbarchi di migranti. Non è stata colpa sua, ma la gestione dell'emergenza ne ha ulteriormente scalfito l'immagine di premier non in grado di battere il pugno sul tavolo con l'Europa. Nello stesso periodo scoppiava il drammatico scandalo del tracollo delle banche popolari venete, lasciando sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori ignorati da un esecutivo che è sembrato molto più attento alle vicende di Banca Etruria.
Ha tentato anche di riformare la Costituzione, a colpi di legge Renzi-Boschi, col referendum del 4 dicembre 2016 a seguito del cui esito ha rassegnato le dimissioni da Palazzo Chigi dopo oltre due anni e 9 mesi di governo. Non però ancora dalle stanze dei bottoni del partito, su cui ha esercitato una leadership a senso unico fino alle candidature per le elezioni del 4 marzo. Riscontri di cronaca a parte, non è questa la sede per esercitare un giudizio politico sull'uomo che dal palco della Leopolda voleva cambiare l'Italia e ha finito solamente col cambiare il suo partito.
Non serve: il giudizio lo hanno già dato gli elettori. Il PD, dal suo apice storico delle europee, ha applicato gli sconti fino al 50% e dovrà chiedersi il perché. Serve una nuova classe dirigente in grado di ripartire dagli errori commessi per evitare che si arrivi alla svendita totale.
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