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Piccola guida sulla legge di riforma costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci col Referendum del 4 dicembre. E intanto a Bassano tre “Incontri Democratici” mettono a confronto favorevoli e contrari
Pubblicato il 15 nov 2016
Visto 3.769 volte
Oh, benòn: le elezioni americane ce le siamo lasciati alle spalle e ora possiamo finalmente concentrare la nostra attenzione sul prossimo appuntamento con le urne, che questa volta ci riguarda direttamente.
Ebbene sì: si avvicina infatti il D-Day del Referendum costituzionale di domenica 4 dicembre. In quella data saremo chiamati al voto per esprimere il nostro parere sulla legge costituzionale - nota anche come ddl Boschi - che apporta diverse sostanziali modifiche alla Costituzione Italiana e che nella fattispecie reca “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.
Già approvata dal Parlamento, la riforma costituzionale - come previsto dalla Costituzione stessa - deve tuttavia essere sottoposta al vaglio definitivo del giudizio popolare. Il 4 dicembre i cittadini dovranno decidere se approvare (votando “Sì”) o se respingere (votando “No”) le modifiche previste dal testo di legge costituzionale. La riforma potrà quindi entrare in vigore solo se il Referendum costituzionale avrà esito positivo, e cioè in caso di vittoria del “Sì”.
Fonte immagine: investireoggi.it
Il Senato “ristretto”
Si tratta di una riforma-monstre, dal momento che è costituita da 41 articoli.
Ma i punti salienti sono comunque bene evidenziabili.
La legge costituzionale, in sostanza, rivoluziona innanzitutto le funzioni e la consistenza numerica delle due Camere e del Senato in particolare.
Così infatti stabilisce l'art. 55 della Costituzione: “Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione”.
La nuova legge costituzionale intende invece modificarlo con la seguente formula: “Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (...). La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell'operato del Governo. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica.”
Di fatto, il nuovo Senato continua a concorrere “all'esercizio della funzione legislativa”, ma in buona parte limitatamente “all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea”. Inoltre, “valuta le politiche pubbliche e l'attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori”.
Ci sono in realtà, per il ddl Boschi, alcuni ambiti per i quali “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”.
Ma si tratta di casi specifici: come le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni oppure le leggi che stabiliscono le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea. “Le altre leggi - stabilisce la riforma - sono approvate dalla Camera dei deputati”.
E il Senato che fa, se ne sta alla finestra? Non proprio: “Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva.”
Comunque sia, è sempre la Camera a tenere saldamente le redini del potere legislativo.
Per il Senato è inoltre prevista una consistente cura dimagrante.
L'art. 56 della Costituzione recita infatti, tra le altre cose: “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale (...). Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici (...)”. Con la riforma l'art. 56 viene modificato in questo modo: “Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica”.
Chi saranno i nuovi senatori, se passa la riforma? Non più rappresentanti eletti dal popolo: “I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”.
Asticelle, Province e competenze dello Stato
Il Senato ridotto a 100 rappresentanti, eletti in maniera indiretta, è solo uno dei tanti aspetti della riforma costituzionale.
Si alza ad esempio l'asticella sulle leggi di iniziativa popolare. Per l'art. 71 della Costituzione “Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”.
Con la riforma gli elettori proponenti diventano “almeno centocinquantamila”.
E con la seguente aggiunta: “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d'iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”.
Viene anche introdotto un nuovo tipo di referendum: il referendum “propositivo” o “di indirizzo” permetterà ai cittadini di richiedere al Parlamento di emanare una nuova legge su un particolare tema.
Si alza l'asticella, invece, anche sui referendum abrogativi delle leggi.
Secondo l'art. 75 della Carta costitutiva, “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.
Così invece la nuova legge costituzionale: “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Complicato, ma è così.
Il nuovo assetto proposto dalla riforma elimina la fiducia “bicamerale” nei confronti del Governo: l'Esecutivo deve avere la fiducia “della Camera dei deputati”, punto e basta.
Viene abrogato l'art. 99 che ha istituito il CNEL (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro), “organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge”.
Si passa quindi alla “revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.
Tra i provvedimenti rilevanti: l'abolizione delle Province. La parola “Province” viene soppressa in tutti gli articoli della Carta che riguardano gli enti territoriali autonomi.
La nuova legge aumenta inoltre - in relazione a quanto attualmente previsto dalla Carta costituzionale - le materie per le quali “lo Stato ha legislazione esclusiva” rispetto alle Regioni. Tra queste ci sono anche “tutela della salute”, “protezione civile”, “ordinamento sportivo” oppure “ordinamento della comunicazione”, fino ad oggi definite invece costituzionalmente come materie di “legislazione concorrente” Stato-Regioni.
La “competenza concorrente” viene soppressa, con una redistribuzione delle materie tra competenza esclusiva statale e competenza regionale.
Viene introdotta anche una “clausola di supremazia”, che consente alla legge dello Stato, su proposta del Governo, di intervenire in materie non riservate alla propria legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell'interesse nazionale.
Una novità della legge oggetto del quesito referendario riguarda anche i “limiti agli emolumenti dei componenti degli organi regionali”, che vengono stabiliti “nel limite dell'importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione”.
Infine la riforma prevede - tra le altre cose - lo stop “ai rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali”. Camera e Senato “riformato” provvederanno inoltre a integrare le amministrazioni parlamentari “mediante servizi comuni e impiego coordinato di risorse umane”. Inoltre per gli enti di area vasta, evoluzione delle attuali province, le ulteriori disposizioni in materia saranno adottate “con legge regionale”.
Sicuramente abbiamo omesso diverse altre cose, ma l'impianto della legge costituzionale che andremo a confermare o a disdire col voto del Referendum sostanzialmente è questo.
E ora che si fa?
E ora che si fa? Bisogna mettersi un po' d'impegno e cercare di capire il “perché” e il “cosa” si va a votare, nell'ambito di una consultazione che fino ad oggi è stata fin troppo semplificata con un “Sì” o un “No” a prescindere nei confronti del governo Renzi. Le posizioni dei diversi schieramenti politici sono note, ma un voto motivato e libero del cittadino elettore non può prescindere da una presa di coscienza se non altro di base della complessa tematica che richiede il nostro segno sulla scheda referendaria.
Si moltiplicano fortunatamente - in questi giorni e anche nel nostro territorio - gli appuntamenti informativi per la cittadinanza in merito alla riforma su cui dovremo dire la nostra. Alcuni li abbiamo già segnalati nella nostra rubrica delle “brevi”. Ora si aggiunge un ciclo di tre appuntamenti promosso dal Circolo di Bassano del Grappa del Partito Democratico, intitolato “Incontri Democratici - Il SI' ed il NO alla Riforma Costituzionale”.
Scopo della rassegna, mettere a pubblico confronto esponenti politici favorevoli e contrari alla legge di riforma, che illustreranno alla cittadinanza le ragioni della loro posizione.
Si inizia domenica 20 novembre alle 17 in sala Tolio in via Jacopo da Ponte in città. Interverranno l'on. Filippo Crimì del PD (Sì) e Giorgio Conte di AN (Coordinatore provinciale dei Comitati per il No).
Modera l'incontro Andrea Frison de “La Voce dei Berici”.
Si prosegue lunedì 21 novembre alle 20.30 in saletta Bellavitis in via Beata Giovanna in città. Interverranno il sen. Enrico Capelletti del M5S (No) e il consigliere regionale Stefano Fracasso del PD (Sì).
Modera l'incontro chi vi scrive.
Terzo e conclusivo incontro lunedì 28 novembre alle 20.30 sempre in saletta Bellevitis, con un faccia a faccia tra la sen. Rosanna Filippin del PD (Sì) e l'eurodeputata on. Mara Bizzotto della Lega Nord (No).
Modera Lorenzo Parolin de “Il Giornale di Vicenza”.
È tempo di prendere appunti. Ascoltando, possibilmente, con molta attenzione.
Dopodiché, carissimi politici - e intendo “carissimi” in tutti i sensi -, decideremo noi.
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