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"La rivoluzione è nella tua testa"
Intervista telefonica con Bob Rifo, deus ex machina del progetto Bloody Beetroots.
Pubblicato il 31 dic 2009
Visto 5.444 volte
Tutti sanno chi è, nessuno sa chi è. Con una telefonata, qualcosa qui a Bassanonet siamo riusciti a strapparlo. Bob Rifo, sulla cresta dell'onda con il fenomeno Bloody Beetroots, ci confida da Milano idee, progetti e opinioni per circa una mezzora. Ci vuole poco per capire di avere di fronte un artista intelligente e determinato, di una lucidità straordinaria: “non ho limiti, non me li sono mai posti. È questo forse che mi ha reso artisticamente incomprensibile, anche a me stesso. Quello che sono in realtà poi è quello che vedi, anche se coincide con un continuo e libero spostamento di fuoco. Mi piace fare così da sempre”. Non male come inizio.
Un attesto ritorno al punk. Scambiamo subito due parole sul progetto molto atteso che vedrà la pubblicazione nel 2010, RIFOKI, nato dalla collaborazione di Bob con Steve Aoki (già membro dei This Machine Kills, band americana molto impegnata nel sociale, e fondatore della label Dim Mak): “è un ritorno alle nostre radici punk-hardcore. I brani sono stati registrati con l'aiuto di Giulio Favero (al mixer) e Franz (alla batteria) del Teatro degli Orrori. La release sarà internazionale con l'etichetta francese April77 records, poi avrà anche una distribuzione Dim Mak e La Valigetta per l'Italia. Faremo una prima data live a Los Angeles, in primavera”. Bob non nasconde un certo stupore per l'attesa che si è creata intorno al progetto, assolutamente al di fuori di ogni programma: “il progetto è piccolo, perché vuole rimanere tale. Non vogliamo in alcun modo abbandonare quello che siamo. Tutto questo hype non era né voluto né aspettato, siamo stupiti e felici ma davvero non era nei piani”.
Bob Rifo
Frustrazione e creatività. Ormai trapiantato nella Grande Mela d'Italia, Milano, Bob Rifo torna raramente e per motivi squisitamente personali nelle terre d'origine bassanesi. Viene da dire che qui, di stimoli, ce ne sono pochi. Viene da dire che in questi posti fatti di lavoro, di industrie, di culto della produttività, un musicista non potrà mai essere considerato un vero professionista. Bob non sembra essere d'accordo, la sua visione è diversa: “il problema della musica come professione è un problema molto più diffuso, non solo veneto o nordestino: è un problema italiano. La verità è che io abito a Milano perché ci sono gli aeroporti: posso spostarmi molto più facilmente. Ma se dovessi cercare gli stimoli, la provincia è un'altra cosa. È più frustrante, è vero, ma proprio per questo spinge alla creatività. Nella metropoli, il rischio di perdersi è decisamente più reale: un'inflazione di input non aiuta a creare”. Il concetto è interessante, e chiediamo a Bob di spiegarlo meglio.
“La rivoluzione è prima di tutto nella tua testa, e richiede un'estrema riflessione e meditazione. La Storia ce lo ha insegnato molto bene. In una piccola città, vai fuori di meno e crei di più. E porti dentro sentimenti molto più vitali. È paradossalmente la frustrazione di cui mi hai parlato che avvantaggia la produzione artistica, ne sono convinto”.
Superficialità diffusa. Bob, in un certo senso, abbraccia l'idea del microcosmo come genesi della volontà e dell'idea e il macrocosmo come sua realizzazione: provincia e internazionalità sono gli stimoli, e forse per questo non si sente italiano. “L'Italia non la rappresento, né tanto meno la supporto. Ho sempre pensato in modo decisamente poco italiano. Me ne sono accorto leggendo le critiche italiane fatte a Romborama: nella pressoché totalità dei casi mancano le basi culturali per poter esprimere un giudizio. Andatevi a vedere le recensioni italiane del disco e quelle straniere! E poi non mi interessa neanche fare politica con la mia musica, in alcun modo, non voglio lottare per cambiare qualcosa. Io porto soltanto il disordine”. Questa vocazione anarchica, molto vicina al punk, descrive con grande lucidità l'ordine sociale allucinato del dancefloor: la musica diventa un mezzo e non più l'oggetto del divertimento. Con alcune conseguenze molto particolari. In quella che sembra essere un'attitudine al divertimento completamente diversa rispetto alle generazioni passate, Bob però ci vede qualcosa di più: “Alla base c'è una superficialità molto, troppo diffusa. Oggi reperisci informazioni di qualsiasi tipo in cinque minuti, e in cinque minuti le hai già dimenticate: pensa a Wikipedia! È questa superficialità che fa si che ai ragazzi non interessi vedere la gente suonare. Non è soltanto un diverso accostamento al divertimento, ma uno schema sociale più profondo, in cui tutto è ad un livello superficiale”.
Cultura del dj. La musica è in crisi anche perché, dalle grandi major al bar di periferia, non ci sono più soldi. L'ondata di concerti nella forma di djset rientra certamente in questo meccanismo. “Certo, si cercano soluzioni economiche e alternative. Il dj, fondamentalmente, costa meno. Però così sulla consolle ci vanno persone che fingono di girare i dischi, utilizzando Ableton (software che permette di emulare due giradischi collegati ad un mixer con il proprio pc, ndr) o cose simili. La cultura del dj ne esce distrutta! Il vero dj è protagonista di un live intenso e dinamico con il pubblico, dove la sua azione reale sui dischi stimola la reazione di chi ascolta”. Le parole di Rifo sono lucide, senza mezzi termini, da sincero difensore della categoria: “è per questo che cerco di inserire sempre contenuti in quello che faccio, anche in un djset dei Bloody Beetroots. Proprio per la visibilità che ho in questo momento, ho l'onere di portare cultura laddove sta precipitando”.
Una questione di qualità, cantavano i CCCP. Bob Rifo ne è convinto. “Essere di nicchia in questo momento funziona, perché sai perfettamente qual è il tuo pubblico, e si crea un rapporto stretto e sincero con chi ti ascolta. A te e a chi ti segue interessa la qualità: è per questo che nelle piccole etichette indipendenti i dischi si vendono ancora. L'mp3 non dà qualità dal momento in cui è un dato evanescente”. Il paragone – interessante – è con la nascita del videoclip all'inizio degli anni ottanta: “la musica ha perso la purezza proprio quando sono state imposte delle immagini da abbinarci. Si è cominciata a perdere la qualità: il contatto diretto con il pubblico”. Ma si sono cominciati a fare anche molti soldi, d'altro canto. “Abbiamo il dovere di mantenere alto il livello di qualità, perché è fuori discussione che questo atteggiamento, in termini di soddisfazione, paga molto di più”.
Ci salutiamo con due parole sul futuro dei Bloody Beetroots: “per Capodanno e dintorni, farò gli ultimi djset del progetto a Kuala Lumpur, Singapore e Bangkok. Sto già allestendo uno show live per febbraio che avrà il nome di Bloody Beetroots Death Crew 77: al mio fianco c'è l'intelligenza e la bravura di Livio Magnini, storica chitarra dei Bluvertigo. Ci sarà da divertirsi, e non ne vediamo l'ora”.
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