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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 4 - n.7
Una recensione di Alessandra Caron di Le piccole virtù, raccolta di racconti di Natalia Ginzburg
Pubblicato il 09 mar 2025
Visto 6.016 volte
Questo numero domenicale della nostra rubrica riporta l'attenzione ai libri e propone la recensione a cura di Alessandra Caron, che ringraziamo, di un'interessante raccolta di racconti scelti, tra memorie e riflessioni a carattere saggistico, di cui è autrice Natalia Ginzburg.
Uscita per Einaudi nel 1962, la raccolta riunisce scritti pubblicati su riviste italiane dal 1944 al 1960, scritti sempre attuali di stampo autobiografico che parlano di affetti, di relazioni umane, della società.
Natalia Ginzburg
Le piccole virtù… Perché piccole? Per definizione le virtù sono collegate a concetti di grandiosità. La risposta – di Natalia Ginzburg, con la quale si può essere d’accordo in tutto o in parte – si trova alla fine del libro (Giulio Einaudi Editore, 2015, pag. 151, 11,00 euro).
È una raccolta di saggi scritti in luoghi e anni diversi che la Ginzburg dettaglia nell’introduzione dove si rivolge a noi con umiltà scusandosi per la variabilità di stile presente nel libro. Inoltre, con riservatezza, rivela che il libro è dedicato a un amico di cui tace il nome. Chi era questo amico? La risposta non è certa perché l’amico, ci tiene a precisare, “Non è presente in nessuno di questi scritti”.
Del resto, non ha nessuna utilità indagare sul nome e commuove sapere di una “vera amicizia” dove si fondono affetto e divergenze infervorate. E come in ogni vera amicizia anche nella scrittura di Natalia Ginzburg si combinano modi d’espressione diversi: frasi interlocutorie accompagnano opinioni definitive; ricordi malinconici cedono il passo a constatazioni realistiche; toni pacati si alternano a espressioni che lasciano filtrare un coinvolgimento personale e radicato.
Non è necessario leggere i testi nell’ordine in cui sono stati collocati nel libro, ognuno sta in piedi da sé. E, soprattutto, ognuno è un compendio di saggezze e consigli che fanno la spola tra scrittura e vita.
Nel racconto “Le scarpe rotte”, Natalia parla di se stessa e di un'amica, entrambe hanno le scarpe rotte, ed è subito evidente che le scarpe sono un simbolo, così come confermato dalla conclusione, un concetto pedagogico che ogni genitore ed educatore potrebbe e dovrebbe condividere avendo a cuore la realtà dell’infanzia.
Leggendo “Ritratto d’un amico” si ha la prova che per esprimere gli affetti non servono frasi sovrabbondanti e mielose, ma equilibrio di sentimenti e ragione. Natalia racconta di un amico, è assente fisicamente eppure nella vita terrena c’è la sua ideale presenza, rimangono i suoi pensieri, la sua personalità, il suo modo misterioso di accudire gli amici… Rivivono nei dettagli della città, nelle sue poesie, nella familiarità della natura.
I testi “Elogio e compianto dell’Inghilterra” e “La Maison Volpé” vanno letti per coglierne l’ironia, qualunque commento rischia di rovinarne la sottigliezza.
Il racconto “Lui e io” rende cinematografica una questione di quotidianità e sembra di vederli, moglie e marito, una di fronte all’altro pronti al confronto tra il serio e il faceto, per evidenziare le reciproche caratteristiche e personalità.
Per consigliare il saggio “Il figlio dell’uomo” è sufficiente dire che ci ricorda ciò che dovrebbe sempre essere ricordato, cioè che la vissuta “esperienza del male” condiziona in modo irreparabile le esistenze. Sembra una valutazione scontata, ma è necessario ripeterla all’infinito perché non cada mai nel dimenticatoio.
Il racconto “Il mio mestiere” porta a riflettere sulla bellezza, sull’umanità, sulle fatiche del mestiere-di-scrivere e può magnetizzare, per somiglianza o per differenza, chi si cimenta in poesie e prosa, e fantastica. Però a tempo debito riporta con i piedi per terra, sottolineando l’accortezza di non attribuire alla scrittura un potere taumaturgico.
In “Silenzio” il ragionamento procede in modo filosoficamente quieto per buona parte del testo: c’è la distinzione tra il “silenzio con se stessi” e il “silenzio con gli altri”, per poi passare alla “sola scelta” consentita all’essere umano. Ma, d’improvviso, ecco pararsi davanti a noi una frase che non lascia via di scampo tanto è perentoria, perfino nel corsivo di due parole deciso dall’autrice: “Non ci è dato scegliere se essere felici o infelici. Ma bisogna scegliere di non essere diabolicamente infelici”.
Nel saggio “I rapporti umani”, Ginzburg usa la prima persona plurale per riferire alcuni fatti che, si intuisce, fanno parte del suo passato. Forse usare il noi, invece di io, serve a prendere le distanze da alcuni disagi dell’infanzia e dell’adolescenza. Oppure mira a rendere universali alcune esperienze personali, in modo speranzoso perché da adulti c’è la possibilità di diventare capaci di cercare le parole giuste. E trovarle? Chissà, magari con timidezza.
E infine c’è il racconto “Inverno in Abruzzo” che in realtà nel libro è al primo posto. È il racconto dell’esilio di Natalia la cui biografia è inscindibile dal primo marito Leone Ginzburg, dalla sua “morte solitaria” e violenta nel carcere di Regina Coeli.
Il paragrafo finale si legge e si rilegge diventando monito a vivere ciò che di vitale c’è nel presente per non avere rimpianti in futuro. Parole che si materializzano, che diventano immagini ancor più struggenti, se collegate alla poesia “Memoria” che Natalia ha scritto in ricordo di Leone. Poesia contenuta nel libro “Un’assenza. Racconti, memorie, cronache” (di Natalia Ginzburg, 2016 Giulio Einaudi editore s.p.a. Torino) e che è possibile ascoltare su YouTube dalla voce di un’attrice (scrivendo nella barra di ricerca: “Lella Costa legge Memoria di Natalia Ginzburg”), dal minuto 1:34.
Una virtù, una grande virtù, saper fissare emozioni nella memoria delle persone.
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