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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 2 - n.5
Una recensione del romanzo di Walter Tevis La regina degli scacchi, col suo God save the Queen
Pubblicato il 18 apr 2021
Visto 5.114 volte
La regina degli scacchi (Oscar Absolute Mondadori, gennaio 2021, 322 pagine, 14 euro) di Walter Tevis, è un libro che moltissimi hanno “visto”, che ha generato un boom di vendite di scacchiere e di libri di strategie, meno persone l’hanno sfogliato e letto. La miniserie Netflix approderà anche a teatro in un musical, segno che la materia del romanzo di cui si intuiscono gli ingredienti si presta a essere tradotta in diversi linguaggi.
Dato alle stampe nel 1983 negli Stati Uniti, col titolo The Queen’s Gambit, il romanzo è arrivato in Italia solo da qualche anno grazie a Minimum Fax e a Neri Pozza, prima di Mondadori. Tevis aveva in progetto un seguito mai scritto (morì nel 1984) per la vicenda che ha per protagonista Beth Harmon e la sua passione per il gioco degli scacchi.
Donne scacchiste e discriminazione sessuale: ci ricorda Tommaso Pincio — scrisse la prefazione all’edizione Minimum Fax — che come la Storia insegna il maschilismo scacchistico è un fenomeno relativamente moderno e che nell’Europa medievale gli scacchi erano un simbolo dell’amor cortese, i loro natali vengono da lontano.
Marostica, piazza degli Scacchi
Nel romanzo di Tevis, ambientato attorno agli anni ’50 del secolo scorso, ci sono ancora orfanotrofi dove vengono distribuiti giornalmente come caramelle tranquillanti che generano dipendenza nei piccoli ospiti, e Beth che è una bambina molto intelligente e precoce, un numero primo, è assolutamente votata all’abuso delle pillole verdi e poi d’altro che sa stordire i pensieri troppo acuti; ci sono poi genitori che adottano bambine per riempire vuoti pneumatici abilmente nascosti dietro tendaggi con le trine e tailleur con motivi pied de poule; ci sono uomini non che odiano le donne ma che le considerano a turno statuine da presepio, compagne di letto o solo di stanza, perché sanno rimettere bene a posto ogni cosa, di sicuro mai al pari loro.
Tevis, a questa eroina improbabile che a poco più di vent’anni, spesso mezza stordita dagli antidepressivi e dall’alcool, diventerà campionessa mondiale di scacchi, dà in dote un talento precoce e ineguagliato con cui fare i conti. Ci consente di seguire le partite che intraprende, compresa quella della vita, passo passo, mossa su mossa, rendendo appassionante anche per chi non conosce materia e gioco degli scacchi la lotta soprattutto contro se stessa di Beth.
Lo scontro senza esclusione di colpi è combattuto grazie e contro facoltà mentali prodigiose che fanno a pugni con la vita “normale” e gli esseri che la popolano. Beth trova pace solo durante terribili partite dove tutto il resto attorno si spegne, dove esistono solo case bianche e nere e pedine che vorticano in un caleidoscopio di possibilità e di probabilità a ogni tocco di dita.
Una lettura psicologica parlerebbe di una messa in scena dell’ansia del controllo, di un'Harmon (è il suo cognome) in cerca d’armonia; una lettura critica che guarda all’autobiografia e alla bibliografia di Tevis troverebbe delle forti corrispondenze con altri personaggi creati dallo scrittore (l’alieno Thomas Jerome Newton, in L’uomo che cadde sulla terra; Fast Eddie, de Lo spaccone); una lettura votata all’intrattenimento, come quella della serie tv, punta molto sul raccontare la piccola donna che cresce che è Beth e la sua lotta col drago, rappresentato sul finale (in piena seconda ondata di guerra fredda) dal campione russo Borgov.
Ma a fare più leva sul consenso dei lettori è il personaggio dell’eroe pieno di tarli, che sia uomo o donna non è rilevante, tutti nel regno di carta dei libri ci riconosciamo in loro. Lontane le atmosfere cupe da Settimo Sigillo, Beth è sempre in bilico e sul punto di dissipare in liquidi torbidi il proprio talento, e seguire le mosse di una partita così difficile contro la vita — che non è mai del tutto amica o nemica, spesso solo indifferente ai nostri sforzi di farcela piacere — guardandola dentro a uno specchio e lasciando a un’altra indubbiamente più arguta di noi la facoltà di scegliere le mosse, anche di fare patta o di abbassare la pedina del re in segno di sconfitta senza che cadano troppe teste, la nostra compresa, in fondo… ci piace.
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