Pubblicato il 14-01-2020 08:42
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La vita che non è un quiz dei Soliti Ignoti

Il primo appuntamento del 2020 di “Gran Teatro” ha visto in scena al teatro Remondini l'omaggio a I soliti ignoti di Vinicio Marchioni

La vita che non è un quiz dei Soliti Ignoti

da I soliti ignoti di Vinicio Marchioni (foto Lanzetta Capasso)

Il primo appuntamento del 2020 della rassegna bassanese “Gran Teatro” ha visto in scena ieri sera, lunedì 13 gennaio, al teatro Remondini I soliti ignoti, un adattamento per il palcoscenico del celebre film del 1958 diretto da Mario Monicelli. Vinicio Marchioni ha diretto e interpretato il remake di questo capolavoro della commedia all’italiana rendendogli omaggio in una messa in scena molto fedele alla splendida sceneggiatura originale firmata Monicelli, Age & Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico, riletta per l’occasione da Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli.
I soliti ignoti tornano sul palco — stavolta non vent’anni, ma più di sessant’anni dopo — a colori, senza i chiaroscuri dettati non solo dal bianco e nero, ma pieni di note tragiche che parlano di fame, di povertà e di degrado ma soprattutto di fallimento.
Il film racconta uno spaccato italiano del dopoguerra pieno di personaggi la cui cifra è la miseria, che annaspano per sopravvivere, ma a cui non manca quasi mai il sorriso. Visti sfilare sotto gli occhi ai nostri tempi, gli eventi di cui erano protagonisti gli Ignoti di Monicelli farebbero di sicuro meno simpatia — gente che delinque e che entra e esce di prigione, ladri di auto e di carrozzine, uomini che scippano le anziane, che minacciano con una pistola il cassiere di una banca, che trattano come schiave le donne… truffatori truffati dalla vita, solo per essere sommari.
In teatro, nella pièce prodotta da “Gli Ipocriti”, viene raccontata più una favola fuori dal tempo che narra l’arte di arrangiarsi e che è costellata di gag esilaranti. La resa è quasi fumettistica e diverte. Tra le risate, non amare, c’è tempo anche per momenti teneri, come quando Tiberio, lo stesso Marchioni, parla al figlio in fasce; Mario (Antonio Grosso) innamorato di Carmela (Marilena Anniballi) trova lavoro in un teatro e finalmente cambia vita; Cosimo (Augusto Fornari) si lamenta della sua morte “ridicola”, assurda, e parla al pubblico dall’aldilà. Ben caratterizzati Peppe er Pantera, interpretato da Giuseppe Zeno, il siciliano Ferribotte (Vito Facciolla) e Capannelle (Salvatore Caruso). La parte che fu di Totò-capo clan che pontifica e distribuisce perle di saggezza è stata affidata a Ivano Schiavi.
La scenografia creata da Luigi Ferrigno ha sullo sfondo una strada, di quelle che sanno di polvere e con poco traffico che quasi non ricordiamo e accampa un’imponente impalcatura metallica che sembra la cornice di uno schermo, o di un quadro, e che diventa carcere, vicolo, un ascensore “sociale” mimato, il tunnel che porta al muro da abbattere in via delle Tre cannelle per rapinare… una cucina.
I ruoli femminili sono quello della promessa sposa e della servetta, della madre carcerata e delle tre madri affidatarie (queste ultime evocate) e forse ne va aggiunta una quarta: un’Italia madre-matrigna.
Grandi applausi dal pubblico del teatro Remondini.

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