Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

Teatro

La vita che non è un quiz dei Soliti Ignoti

Il primo appuntamento del 2020 di “Gran Teatro” ha visto in scena al teatro Remondini l'omaggio a I soliti ignoti di Vinicio Marchioni

Pubblicato il 14-01-2020
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Il primo appuntamento del 2020 della rassegna bassanese “Gran Teatro” ha visto in scena ieri sera, lunedì 13 gennaio, al teatro Remondini I soliti ignoti, un adattamento per il palcoscenico del celebre film del 1958 diretto da Mario Monicelli. Vinicio Marchioni ha diretto e interpretato il remake di questo capolavoro della commedia all’italiana rendendogli omaggio in una messa in scena molto fedele alla splendida sceneggiatura originale firmata Monicelli, Age & Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico, riletta per l’occasione da Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli.
I soliti ignoti tornano sul palco — stavolta non vent’anni, ma più di sessant’anni dopo — a colori, senza i chiaroscuri dettati non solo dal bianco e nero, ma pieni di note tragiche che parlano di fame, di povertà e di degrado ma soprattutto di fallimento.
Il film racconta uno spaccato italiano del dopoguerra pieno di personaggi la cui cifra è la miseria, che annaspano per sopravvivere, ma a cui non manca quasi mai il sorriso. Visti sfilare sotto gli occhi ai nostri tempi, gli eventi di cui erano protagonisti gli Ignoti di Monicelli farebbero di sicuro meno simpatia — gente che delinque e che entra e esce di prigione, ladri di auto e di carrozzine, uomini che scippano le anziane, che minacciano con una pistola il cassiere di una banca, che trattano come schiave le donne… truffatori truffati dalla vita, solo per essere sommari.

da I soliti ignoti di Vinicio Marchioni (foto Lanzetta Capasso)

In teatro, nella pièce prodotta da “Gli Ipocriti”, viene raccontata più una favola fuori dal tempo che narra l’arte di arrangiarsi e che è costellata di gag esilaranti. La resa è quasi fumettistica e diverte. Tra le risate, non amare, c’è tempo anche per momenti teneri, come quando Tiberio, lo stesso Marchioni, parla al figlio in fasce; Mario (Antonio Grosso) innamorato di Carmela (Marilena Anniballi) trova lavoro in un teatro e finalmente cambia vita; Cosimo (Augusto Fornari) si lamenta della sua morte “ridicola”, assurda, e parla al pubblico dall’aldilà. Ben caratterizzati Peppe er Pantera, interpretato da Giuseppe Zeno, il siciliano Ferribotte (Vito Facciolla) e Capannelle (Salvatore Caruso). La parte che fu di Totò-capo clan che pontifica e distribuisce perle di saggezza è stata affidata a Ivano Schiavi.
La scenografia creata da Luigi Ferrigno ha sullo sfondo una strada, di quelle che sanno di polvere e con poco traffico che quasi non ricordiamo e accampa un’imponente impalcatura metallica che sembra la cornice di uno schermo, o di un quadro, e che diventa carcere, vicolo, un ascensore “sociale” mimato, il tunnel che porta al muro da abbattere in via delle Tre cannelle per rapinare… una cucina.
I ruoli femminili sono quello della promessa sposa e della servetta, della madre carcerata e delle tre madri affidatarie (queste ultime evocate) e forse ne va aggiunta una quarta: un’Italia madre-matrigna.
Grandi applausi dal pubblico del teatro Remondini.

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