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Laura VicenziLaura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it

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Disonorata società

L’ultimo appuntamento della stagione “Il teatro siamo noi” ha portato in scena al Teatro Remondini il nuovo spettacolo di Patricia Zanco dedicato al Vajont

Pubblicato il 25 apr 2014
Visto 2.564 volte

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Al Teatro Remondini, l’ultimo appuntamento della stagione “Il teatro siamo noi” ha portato in scena Onorata Società. Patricia Zanco, autrice e interprete anche di A perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin e di Tina Merlin, una voce libera, in questo spettacolo scritto da Francesco Niccolini (autore con Marco Paolini della versione televisiva dello celebre testo sul Vajont) con la consulenza storica di Toni Sirena e dell’Associazione culturale “Tina Merlin”, narra “il Vajont dopo il Vajont” facendo la spola tra le voci note, in qualche modo eroiche, che hanno raccontato la tragedia, quella allarmata e inascoltata della giornalista dell’Unità e quella di Sandro Canestrini, avvocato di parte civile che denunciò i soprusi e le manovre perpetuate dall’Onorata Società – autore anche del libro Vajont: genocidio dei poveri, Cierre Edizioni – e tra il coro di tanti che dopo la notte del 9 ottobre 1963 hanno dato la loro versione del dramma e di quello che ne seguì.
«Genocidio è un termine corretto» ha spiegato l’attrice all’Aperitivo teatrale ospitato al Color Cafè che ha preceduto lo spettacolo «ci sono stati quasi duemila morti, un assassinio di massa dai caratteri mafiosi – da qui il titolo mutuato dal linguaggio della criminalità – che è rimasto in gran parte impunito, e poi una deportazione che ha ferito e a tratti ucciso un’intera comunità».
Nella rappresentazione, diretta dalla stessa Zanco insieme a Daniela Mattiuzzi, si aggrovigliano impastate dalla stessa ondata di fango voci diverse: bassi che riferiscono parti di un processo che non rese giustizia, il lamento alto dei sopravvissuti, il jazz stridente che narra la nascita e lo sviluppo virale – tradotti sul palco in un cabaret danzante, circense, da milleluci appunto – della volontà di infierire, di unire le forze non per risolvere, curare e prevenire, ma per arricchire, corrompere, truffare, vendersi e accettare i più bassi compromessi in nome del denaro. «Morire, dormire, sognare forse», cita Amleto a un certo punto l’interprete, a sottolineare la presenza in sottofondo di una tragedia antica quanto l’uomo in questo fatto di cronaca che forse, purtroppo, è stato il capostipite di altri disastri che di “ambientale” hanno solo le circostanze: Zanco cita il rogo alla Thyssen-Krupp, la strage dovuta al crollo di una fabbrica in India, il filo nero che lega il destino del Vajont con L’Aquila (che ospitò fino al 1969 il processo contro i colpevoli della tragedia). Cita i nomi, tanti, in risposta un coro muto: alla chiamata all’appello nessuno alza la mano e abbassa la testa, c’è poca umanità nella sfilata di industriali, scienziati, tecnici, avvocati, giudici, commercialisti, professori, notai, giornalisti, funzionari dello stato in parte correi se non per altro per omissione di cura e di civiltà di tante morti.

Patricia Zanco con Mattia Pontarollo all'Aperitivo teatrale di Color Teatri

«Il sottotitolo dello spettacolo era “primo movimento”», ha spiegato Patricia Zanco nell’intervista «in realtà quello rappresentato qui a Bassano è il “secondo movimento” perché il nostro progetto sta crescendo e maturando in scena, a contatto col pubblico». In parte è un'altra denuncia quella dell’attrice e ricorrendo al linguaggio della musica, dichiara che l’obiettivo è quello di riuscire a fare dello spettacolo una sinfonia. Lo spettatore percepisce qualche scollamento nel corso della rappresentazione che introduce accanto alla narrazione una commistione di linguaggi – quello delle immagini, l’apporto dei brani musicali molto rock – ma l’aspetto del work in progress si percepisce e piace nel suo allontanare dalla perfezione marmorea delle celebrazioni istituzionali che spesso impongono le briglie della retorica alla forza della testimonianza.
L’ascolto e l’informazione accurata, qui per fatti distanti cinquant’anni, altrove più ravvicinati, rimangono gesti da interpretare a cura dello spettatore.


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