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I bambini e i piedi piatti
Le indicazioni del dr. Cosimo Gigante, referente per il Veneto della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia Pediatrica
Pubblicato il 14 lug 2011
Visto 10.813 volte
Il termine specialistico usato per indicarlo è “piattismo”. Ma le mamme e i papà lo conoscono meglio come il problema dei “piedi piatti”. Si accorgono che la pianta del piede dei loro figli - ovvero l' “arco plantare” - si appiattisce, diventa quasi “liscia”, e per questo giustamente si preoccupano.
Ma quali sono i meccanismi alla base di questa particolare conformazione del piede?
Il fenomeno è molto frequente nell'età evolutiva, come conferma l'alta percentuale di visite ortopediche pediatriche dedicate ai piattismi dell'infanzia e della pre-adolescenza.
Un problema che non va sottovalutato, ma che il più delle volte si risolve e si normalizza con la crescita stessa del bambino.
Ne parliamo con il dr. Cosimo Gigante, specialista in Ortopedia e Fisiatria, responsabile dell'Unità Operativa Semplice di Ortopedia Pediatrica dell'Azienda Ospedaliera di Padova e referente per il Veneto della S.I.T.O.P., Società Italiana Ortopedia e Traumatologia Pediatrica.
“Il cosiddetto piede piatto - spiega il dr. Gigante - è un condizione caratterizzata da un'alterazione del fisiologico appoggio plantare, con un incremento della superficie di appoggio nella regione mediale del piede e un abbassamento dell'arco plantare.
E' importante sapere che al di là della rara condizione di piede piatto malformato congenito, e cioè presente dalla nascita, la grande maggioranza dei piattismi nella prima e nella seconda infanzia sono da considerarsi espressione della fisiologica elasticità e plasticità del piede del bambino.”
“L'arco plantare “formato”, quale noi comunemente lo immaginiamo - prosegue lo specialista - matura nel bambino in età che possono essere molto diverse da soggetto a soggetto, e comunque in un intervallo temporale compreso fra il 4° e l'8°-10° anno vita del bambino. E' pertanto molto importante far sapere che la grande maggioranza dei piattismi infantili è destinata ad una favorevole evoluzione spontanea.”
“Esiste inoltre una particolare forma di piattismo, di natura malformativa - continua il dr. Gigante - che si manifesta nella pre-adolescenza e che è caratterizzata dalla presenza di anomale “sinostosi” congenite.
Le “sinostosi” sono delle anomale connessioni scheletriche tra le diverse ossa del retropiede che lo irrigidiscono, generando un piattismo doloroso. Inoltre in alcune particolari condizioni patologiche di matrice neurologica il piattismo plantare e la “valgo pronazione” del retropiede, con il calcagno deviato verso l'esterno, hanno una valenza compensatoria della spasticità dei muscoli della loggia posteriore della gamba. Anche una brevità costituzionale del tendine di Achille può concorrere a generare un appiattimento della volta plantare. E' quindi importante saper distinguere, nelle diverse età, se si tratta di un piattismo fisiologico, a carattere quindi transitorio, o di un piattismo patologico, meritevole di attenzione medica.”
Ma qual è il contributo degli ausili ortopedici, come ad esempio i plantari, per la correzione del problema?
“Il ruolo delle “ortesi”, e cioè plantari e scarpe ortopediche - risponde lo specialista - è molto discusso e anche controverso. Il problema è che in molti casi questi ausili sono probabilmente incapaci di incidere significativamente sull'evoluzione naturale del piattismo, ma possono certamente svolgere un'azione di supporto terapeutico in casi accuratamente selezionati.
Da qui la necessità di una valutazione specialistica competente, al fine di rivolgere le cure ai pazienti realmente bisognosi.”
Ci sono poi i casi per i quali il trattamento chirurgico dei piedi piatti diventa necessario.
“Quando si ritiene che ormai il piattismo sia diventato nel bambino una condizione irreversibile, ovvero non spontaneamente reversibile, e quando il piattismo sia di grado elevato e/o doloroso - conclude il dr. Gigante - allora può certamente trovare spazio anche la correzione chirurgica.
Questa si ottiene con un intervento mini-invasivo, eseguito in anestesia loco-regionale, e in regime di day hospital ospedaliero. Si tratta di una procedura ampiamente collaudata, che consente l'immediata e duratura normalizzazione della corretta morfologia dell'arco plantare. Questo intervento, detto “artrorisi” dagli addetti ai lavori, consiste nell'applicazione di una piccola vite nella regione del retropiede.
Il paziente, nel decorso post-operatorio, può immediatamente “caricare” e il ritorno alla normale deambulazione, come pure la ripresa dell'attività sportiva, avvengono entro 30-60 giorni.”
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