Massimiliano Cavallo

Massimiliano Cavallo
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Politica

Oltre il voto: l’analisi dell'On. Giovine (FdI) su giustizia e tenuta del Governo

Mentre l'Italia boccia la riforma, il territorio chiede efficienza: «Persa un'opportunità storica per le imprese»

Pubblicato il 30 mar 2026
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Il Veneto dice Sì, l’Italia nel suo complesso dice No. A distanza di giorni dal referendum, quella che inizialmente appariva come una semplice fotografia elettorale si rivela un segnale più profondo: un Paese che continua a muoversi a velocità diverse, soprattutto sul terreno della giustizia.
Sul piano politico, il voto ha avuto ricadute ben visibili. Nelle stesse ore, le dimissioni di tre esponenti della maggioranza e i conseguenti movimenti interni hanno restituito l’immagine di un equilibrio meno solido di quanto rivendicato pubblicamente. Un contesto che aggiunge pressione sulla tenuta dell’esecutivo e rafforza, per il presidente del Consiglio, la necessità di serrare le fila e proseguire senza scosse nell’ultima fase della legislatura.
Ovviamente l'incognita non riguarda solo la maggioranza.

Silvio Giovine è un esponente politico di Fratelli d’Italia, attualmente Deputato della Repubblica Italiana.

Dall'altra parte, il fronte del "No" si trova davanti a una sfida non meno complessa: capire se l'eterogeneo cartello che ha bocciato la riforma saprà trasformarsi in un unico corpo elettorale. Resta da sciogliere il nodo degli elettori 'silenti', quella quota di cittadini che ha partecipato rompendo gli equilibri consolidati: non è affatto scontato che questo elettorato si riconosca stabilmente nel perimetro del “campo largo”, ne condivida le future scelte politiche o, ipotesi ancora più concreta, torni a votare alle prossime scadenze. Il rischio che le opposizioni devono scongiurare è che quel voto sia stato solo un episodio isolato e non l'inizio di una reale coesione strutturale
Se il dato nazionale ha bocciato la riforma, a livello territoriale emergono orientamenti opposti: in Veneto il consenso al cambiamento ha sfiorato il 58,5%, con punte nel Vicentino vicine al 60%. Numeri che oggi appaiono meno come un’anomalia e più come l’indicatore di una frattura territoriale e politica da analizzare. Il passaggio dal merito della riforma allo scontro tra poteri dello Stato ha inevitabilmente condizionato il voto. Questa polarizzazione ha orientato molti cittadini verso un’identità di blocco, allontanandoli dall'analisi dei quesiti.
Ne abbiamo parlato con l’onorevole Silvio Giovine, deputato di Fratelli d’Italia eletto nel collegio uninominale di Bassano del Grappa.
Per Giovine il risultato rappresenta un’occasione mancata, ma anche l’avvio di una nuova fase in cui il tema della giustizia è destinato a tornare al centro del dibattito politico.

Onorevole Giovine, partiamo dai dati locali. Il Veneto e il Vicentino vanno in controtendenza rispetto al dato nazionale. Che lettura dà di questo risultato?
“L’esito delle urne va sempre rispettato. Per noi la sovranità popolare viene prima di tutto. Certo, l’amarezza per il dato nazionale è grande, soprattutto se lo confrontiamo con quanto accaduto nel nostro territorio: oltre il 59% di Sì in provincia di Vicenza e più del 58% in Veneto rappresentano un segnale chiaro. È un desiderio inequivocabile di modernizzare il sistema giustizia. Parliamo di una riforma attesa da decenni, dopo un primo passo compiuto già nel 1989. Questa era, a mio avviso, un’opportunità storica.”

Durante la campagna, però, il confronto è sembrato spesso spostarsi dal merito al piano politico. È stato questo il vero limite?
“Sì, ed è il punto centrale. Avremmo voluto una campagna orientata ai contenuti, non alle contrapposizioni ideologiche. In Veneto abbiamo cercato di mantenerci su quel piano, spiegando nel merito il quesito. A livello nazionale, invece, il referendum è stato percepito da molti come un voto sul Governo e sul Presidente del Consiglio. Questo ha semplificato il messaggio: quando si riduce tutto a una contrapposizione politica, diventa più facile orientare gli elettori verso scelte di campo, più che verso una valutazione nel merito.”

Quindi si è creata una frattura non solo politica, ma anche istituzionale?
“Diciamo che si è alimentata una narrazione in cui sembravano emergere due piani distinti: quello politico e quello della magistratura. Questo ha inevitabilmente contribuito a polarizzare l’elettorato. Noi abbiamo sempre ribadito che non esiste ‘una’ magistratura monolitica: le correnti rappresentano solo una parte e ci sono tanti bravissimi magistrati. La riforma nasceva con l’obiettivo di valorizzare il merito di quei magistrati che non si riconoscono in logiche correntizie.”

A livello nazionale ha prevalso il No. È stata una bocciatura della riforma o un voto politico?
“La sensazione è che sia stato soprattutto un voto politico. Quando un fronte si compatta per dire ‘No’, è più semplice raccogliere consenso. Più complesso è costruire un progetto e governare insieme. Noi avevamo escluso fin dall’inizio che fosse un referendum sul Governo: per quello ci sarà il giudizio degli italiani nel 2027. Volevamo un confronto sui contenuti, come la separazione delle carriere e su una magistratura che si visualizzasse sulla meritocrazia.”

Il Veneto resta però un territorio produttivo che chiede efficienza. Quanto pesa il tema giustizia sull’economia reale?
“Pesa moltissimo. I dati della CGIA di Mestre parlano di oltre 2,6 miliardi di euro di costi legati alla lentezza della giustizia. Di questi, circa 2,1 miliardi derivano dai ritardi procedurali. Parliamo di risorse bloccate, che potrebbero essere investite. In una regione come il Veneto, questo tema è percepito in modo molto concreto.”

Ha fatto discutere anche la reazione di una parte della magistratura al risultato del referendum. Come l’ha vissuta?
“Comprendo che ci possano essere posizioni diverse, ma vedere esultanze così esplicite ha dato una sensazione particolare. Proprio per questo ribadisco: la riforma non era contro la magistratura, ma per migliorarne il funzionamento e valorizzare il merito. Su questioni così importanti, credo sia fondamentale mantenere un approccio unitario, nell’interesse del Paese. E il risultato del Veneto ha evidenziato quanto il nostro territorio credesse nel percorso di modernizzazione proposto dalla riforma. ”

Infine, il quadro politico: dimissioni e tensioni hanno accompagnato queste settimane. Che segnale dà il Governo?
“Il Presidente del Consiglio ha voluto dare un segnale chiaro: niente polemiche strumentali, ma attenzione al mandato ricevuto dagli italiani. Le dimissioni di esponenti come Delmastro, Santanchè e Bartolozzi vanno lette in questa chiave: permettere all’azione di governo di proseguire senza ostacoli. Andremo avanti fino al termine della legislatura, nel rispetto degli impegni presi.”

Il referendum sulla giustizia lascia in eredità più di un semplice risultato numerico. Restituisce l’immagine di un Paese diviso non solo politicamente, ma anche nella percezione delle priorità. Il Veneto — e con esso il tessuto produttivo del Nord — chiede efficienza, rapidità, cambiamento. Il resto del Paese esprime cautela su tematiche così importanti come quella della giustizia. Nel mezzo, una dinamica che resta aperta: quando il confronto si semplifica e si polarizza, il rischio è che il merito passi in secondo piano. E che le scelte degli elettori siano guidate più dalla contrapposizione tra “poteri” che dai contenuti delle riforme. La partita, in ogni caso, non è chiusa. Si è solo spostata in un livello superiore.

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