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Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it
Iraq tra conflitto e petrolio: le rotte alternative
Il conflitto tende a destabilizzare il Paese e mette a rischio le rotte energetiche globali
Pubblicato il 04 apr 2026
Visto 9.095 volte
L'Iraq ha alle spalle tre decenni di turbolenze politiche e conflitti armati che hanno avuto un profondo impatto sulla sua popolazione. Sebbene le operazioni militari siano cessate e alcune regioni stiano progressivamente stabilizzandosi, il conflitto ha lasciato oltre un milione di sfollati interni, mentre migliaia di persone faticano ancora a reintegrarsi in aree ancora prive di infrastrutture, sicurezza e servizi di base.
Secondo UNHCR, solo nel 2024, 56.000 sfollati interni sono riusciti a tornare nelle loro zone di origine; tuttavia molti altri rimangono in campi o insediamenti informali, impossibilitati o non disposti a tornare a casa a causa di problemi ancora irrisolti.
L'oleodotto Kirkuk-Ceyhan – Pipeline & Gas Journal
Tuttavia, la guerra degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta trasformando l'Iraq in un campo di battaglia secondario riaccendendo nel Paese profonde tensioni interne.
Il governo guidato da Al-Sudani sta cercando di mantenere una posizione neutrale ed evitare il coinvolgimento in un conflitto regionale che sta già paralizzando un’economia, fortemente dipendente dal petrolio.
Si tratta di un delicato equilibrio tra due alleati contrapposti: da un lato gli Stati Uniti, con una presenza militare nel Paese, e dall’altro l'Iran, con cui l'Iraq condivide legami storici, commerciali, politici e religiosi, oltre a un confine di 1.400 chilometri.
Questo equilibrio si sta facendo sempre più fragile, poiché milizie filo-iraniane e gruppi anti-iraniani operano dal territorio iracheno in un contesto di fuoco incrociato di missili e droni, ulteriormente complicato dalle azioni di Stati Uniti, Israele e Iran, che di fatto hanno sigillato lo spazio aereo iracheno.
Paesi e organismi internazionali mantengono livelli di allerta molto elevati nei confronti dell’Iraq, anche se con sfumature diverse a seconda delle aree. L’Iraq è attualmente considerato una destinazione ad altissimo rischio per cittadini statunitensi e, in generale per viaggiatori stranieri, a causa di minacce concrete e imprevedibili.
Mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran è giunta alla quarta settimana, la pressione sui mercati del petrolio e del gas sta aumentando a causa delle gravi interruzioni della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e degli attacchi contro e intorno alle principali infrastrutture energetiche del Golfo. In tempo di pace, il 20% del petrolio e del gas mondiale prodotto dai Paesi del Golfo passava attraverso lo Stretto di Hormuz – l'unica rotta dal Golfo all'oceano aperto – per un totale di 20 milioni di barili di petrolio al giorno.
La persistente minaccia di chiusura dello Stretto ha spinto, nel corso degli anni, i paesi del Golfo a sviluppare rotte di esportazione alternative.
Le rotte alternative
L'Iraq è uno dei paesi più colpiti dalla chiusura degli scambi commerciali nello Stretto di Hormuz, poiché il bilancio statale dipende dalle esportazioni di petrolio, che si sono ridotte del 70% a causa della guerra. Stanno cercando delle alternative, anche se queste forniranno entrate molto esigue rispetto alla loro capacità produttiva. Stanno implementando nuove misure per il trasporto del petrolio via terra e riattivando l'oleodotto ITP Iraq-Turchia (Kirkuk-Ceyhan), attraverso il quale possano esportare circa 170.000 o 180.000 barili al giorno, prima della guerra l'Iraq esportava circa 3,4 milioni di barili al giorno attraverso i suoi terminali meridionali a Bassora, passando per Hormuz.
L'Iraq è tra i primi cinque produttori mondiali di petrolio ed è il secondo produttore all'interno dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), con oltre 4 milioni di barili al giorno.
Come già riportato recentemente su Bassanonet.it anche l'Arabia Saudita dispone di un‘alternativa allo Stretto di Hormuz, poiché gestisce un oleodotto lungo 1.200 km in grado di trasportare fino a 5 milioni di barili di petrolio greggio al giorno. Riyadh sta cercando di deviare parte delle esportazioni di greggio verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per aggirare lo Stretto di Hormuz.
Proprio il 4 marzo scorso il Ministero dell’Energia del Pakistan, in un comunicato stampa, ha dichiarato che Islamabad ha chiesto all’Arabia Saudita di convogliare le forniture di petrolio proprio attraverso il porto di Yanbu. Riyadh ha assicurato che sosterrà il Pakistan nel soddisfare il suo fabbisogno energetico di emergenza.
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno collegato i loro giacimenti petroliferi interni al porto di Fujairah (oleodotto Habshan-Fujairah), sul Golfo di Oman, con una capacità giornaliera di almeno 1,5 milioni di barili.
Tuttavia, secondo Reuters, anche deviando il petrolio lungo queste infrastrutture alternative si registrerebbe comunque un calo dell’offerta stimato tra 8 e 10 milioni di barili al giorno. Si tratta di una rotta di esportazione già utilizzata, perché permette di evitare i costi assicurativi e di sicurezza del transito attraverso lo stretto.
Sebbene questi oleodotti possano trasportare parte del carico che solitamente transita attraverso lo stretto, la loro capacità complessiva è di soli 9 milioni di barili al giorno, rispetto ai circa 20 milioni di barili al giorno dello stretto.
Inoltre, tali infrastrutture terrestri si trovano nel raggio d'azione dei missili e dei droni iraniani, il che li rende vulnerabili ad attacchi e danni tanto quanto le navi che attraversano lo stretto. Durante la guerra, gli impianti energetici di tutto il Golfo sono stati oggetto di attacchi.
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