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Cassata alla Bassanese
La Cassazione cassa in parte una sentenza della Corte d’Appello su una antica causa tra il Comune di Bassano e una ditta privata per lavori di ristrutturazione del Vecchio Tribunale. La ditta chiedeva oltre 1 milione di euro, ma…
Pubblicato il 31 mar 2025
Visto 12.021 volte
La Cassata alla Bassanese è una nuova specialità dolciaria pedemontana, che al posto della ricotta ha un ripieno di cavilli di legge.
A produrla è nientemeno che la Corte Suprema di Cassazione, che con una recente ordinanza della Sezione Prima Civile ha parzialmente cassato e cioè annullato una sentenza della Corte d’Appello di Venezia favorevole al Comune di Bassano del Grappa, in merito a una vecchia, anzi vecchissima storia di contenzioso tra l’ente comunale e un’impresa privata per i lavori di ristrutturazione di Palazzo Antonibon, vecchia sede del Tribunale di Bassano.
Il Comune di Bassano rischiava di pagare un corrispettivo molto salato ma… Ma andiamo per ordine.
Foto Alessandro Tich
Il linguaggio dell’ordinanza della Corte Suprema è un concentrato di alto arzigogolismo giuridico, farcito di richiami a disposizioni e articoli di legge nonché di complessi riferimenti alle precedenti fasi del contenzioso, e pertanto incomprensibile a prima vista ai non addetti alle liti giudiziarie.
Bisogna leggere e rileggere più volte con attenzione il documento, per poi condensarne i contenuti in modo chiaro e capibile da tutti.
Siete pronti per questo meraviglioso viaggio, ridotto ai minimi termini per non risultare pesante, nei tortuosi meandri della giustizia?
E allora partiamo.
Il contenzioso in Cassazione ha visto come controparti l’impresa A.A. Srl, rappresentata e difesa dagli avvocati Mario Calgaro e Paolo Panariti, e il Comune di Bassano del Grappa, rappresentato e difeso dall’avvocato Sebastiano Artale.
Le origini della vicenda giudiziaria risalgono ai tempi di Noè, ovvero esattamente a 40 anni fa: al 1985, quando a Bassano si svolgevano i Mondiali di ciclismo su pista, quando i conti si facevano ancora in lire e quando la ditta A.A. aveva stipulato un contratto di appalto pubblico con il Comune di Bassano del Grappa per i lavori di ristrutturazione del vecchio Tribunale per un importo pattuito di 1.176.633.000 lire (1 miliardo, 176 milioni e 633mila lire).
Durante i lavori erano intervenute varianti in corso d’opera ed erano sorti contrasti tra le parti che avevano determinato l’iscrizione di “riserve”, e cioè di dichiarazioni scritte con richiesta di revisione dei prezzi e di maggiori compensi, da parte dell’appaltatore.
Qui ha avuto inizio la storia infinita della lite giudiziaria tra l’impresa e il Comune.
C’è stata una prima richiesta di pagamento alla quale il Comune ha risposto con una delibera del 1993, accogliendo solo in parte le pretese economiche della ditta.
Quest’ultima, nel 1994, ha impugnato la delibera comunale presentando un ricorso al TAR, il quale nel 2004 (dieci anni dopo!) ha declinato la giurisdizione e cioè la competenza a giudicare in merito.
A fronte di un’ulteriore richiesta di pagamento avanzata dall’impresa nel 1997 per un importo complessivo di oltre 1 miliardo e mezzo di lire, nell’ambito della contabilità finale dei lavori e a seguito del collaudo effettuato sull’opera pubblica, in quello stesso anno un’altra delibera del Comune rispondeva picche riconoscendo alla ditta un importo inferiore alle pretese della medesima.
Nel 1998 l’appaltatore ha presentato quindi un nuovo ricorso al TAR, per l’annullamento della delibera comunale del 1997 e nel 2013 il TAR ha emesso una nuova “sentenza declinatoria della giurisdizione”, in quanto non competente a giudicare in merito.
Visto che la giustizia amministrativa non poteva dare risposte, l’intero contenzioso si è quindi trasferito nel campo della giustizia ordinaria.
Nel 2014 A.A. Srl ha citato in giudizio il Comune di Bassano del Grappa presso il Tribunale di Vicenza per ottenere il pagamento degli importi corrispondenti a tutte le “riserve” iscritte e a quant’altro ancora ritenuto dovuto in relazione al rapporto di appalto pubblico conseguente al contratto stipulato 29 anni prima (!) e ormai da lungo tempo anche concluso.
Da parte sua, il Comune di Bassano aveva invece “eccepito” l’intervenuta prescrizione dei crediti pretesi dall’azienda privata.
Tradotto in linguaggio semplice: per il Comune i termini erano scaduti e quindi l’ente pubblico non era più tenuto al pagamento dei soldi in più richiesti dalla controparte.
Nel 2018 il Tribunale di Vicenza ha emesso una sentenza non definitiva e, per così dire, interlocutoria.
In sostanza, per motivi e cavilli che qui vi risparmio, i giudici hanno dichiarato prescritti i diritti di credito dell’appaltatore esaminati nella delibera comunale del 1997, che sono stati pertanto estinti.
Ma non quelli trattati nella delibera comunale del 1993, che sono rimasti a debito del Comune di Bassano.
Per questo motivo il Comune di Bassano del Grappa, messo di fronte all’ingiunzione di pagare comunque le “riserve” della ditta del 1993, ha immediatamente impugnato la sentenza del Tribunale di Vicenza avanti alla Corte d’Appello di Venezia.
Ma ad impugnare la sentenza in Appello, in seconda istanza, è stata anche la ditta privata che si è vista prescrivere dal Tribunale i crediti richiesti nel 1997.
Tutto chiaro fin qui? Spero ardentemente di sì.
Mi fermo un attimo e vado a prendermi un Moment per il mal di testa, prima di avviarmi alla conclusione.
Col passaggio del contenzioso in Corte d’Appello, entriamo in un autentico ginepraio di giurisprudenza per stomaci forti.
Ma anche questo ve lo risparmio, state tranquilli.
E arrivo subito all’esito del giudizio: con sentenza del 2020, la Corte d’Appello di Venezia ha accolto “l’appello principale” (quello del Comune di Bassano del Grappa) e ha rigettato “l’appello incidentale” (quello di A.A. Srl).
Per tutta una serie di motivazioni giuridiche che noi umani non potremmo immaginare, i giudici della Prima Sezione Civile della Corte d’Appello hanno dato ragione al Comune di Bassano del Grappa e determinato “l’estinzione del giudizio e la prescrizione dei diritti di credito pretesi dall’appaltatore anche in relazione alla delibera del 1993”.
Privato dunque dal Tribunale di Vicenza delle “riserve” richieste nel 1997 e dalla Corte d’Appello di Venezia anche di quelle richieste nel 1993, l’appaltatore della ristrutturazione del Vecchio Tribunale era rimasto con il classico pugno di mosche in mano.
Da qui l’ulteriore e inevitabile capitolo di questa storia di giustizia all’italiana trascinatasi per 40 anni: A.A. Srl ha presentato un ricorso in Cassazione, contro la sentenza della Corte d’Appello.
E in questa che non è ancora la puntata conclusiva dell’infinita telenovela, la Corte Suprema di Cassazione gli ha dato solo parzialmente ragione, con ordinanza della Sezione Prima Civile del 19 dicembre 2024.
Anche qui non cito la giungla - nella quale anche Tarzan alzerebbe bandiera bianca - di cavilli giudiziari che hanno motivato la decisione dei giudici di terzo grado.
Vado al dunque: il ricorso dell’appaltatore dell’opera pubblica, avverso al Comune di Bassano, è stato parzialmente accolto.
Nel senso che è stata confermata la “intervenuta prescrizione” dei diritti di credito pretesi dall’impresa nel 1997.
Ma è stata invece cassata la sentenza della Corte d’Appello di Venezia nella parte in cui dava ragione al Comune di Bassano circa la prescrizione anche dei crediti pretesi dalla ditta nel 1993, che vanno pertanto pagati dalla pubblica amministrazione.
Tutto l’incartamento finale di questa Guerra dei Quarant’Anni è stato quindi nuovamente rinviato alla Corte d’Appello di Venezia, “affinché, in diversa composizione, provveda anche sulle spese del presente giudizio di cassazione”.
Morale della favola: il Comune di Bassano del Grappa non può sottrarsi alla pluriennale “eredità” giudiziaria, tuttavia lo scenario si rivela meno pesante di quanto si possa pensare.
Come conferma a Bassanonet il sindaco Nicola Finco, da noi interpellato, dopo essersi informato presso gli uffici competenti, le “riserve” pretese dalla ditta appaltatrice nei confronti del Comune, tenuto conto della rivalutazione economica e degli interessi maturati nel corso dei decenni, ammontavano a più di 1 milione di euro.
“L’avvocatura comunale mi ha riferito che andremo in Corte d’Appello a luglio e che la Corte di Cassazione ha ridotto gran parte delle pretese della controparte - afferma il sindaco -. Adesso siamo intorno ai 40mila euro, al massimo 50mila.”
Meglio così. Anzi, molto meglio così.
Praticamente 1000 euro per ogni anno in cui questa vicenda si è trascinata dal suo inizio.
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