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Concerto in fa
“Notti Bizantine”. Quando la luce e la ceramica si sposano. Alla Chiesetta dell’Angelo la sorprendente mostra di Daniele Pianezzola Neno, figlio d’arte che ha sviluppato un suo originale percorso di ricerca nella ceramica contemporanea
Pubblicato il 18 feb 2025
Visto 11.171 volte
Dodici grandi totem luminosi di ceramica collocati in cerchio, con un effetto alla Stonehenge, più un tredicesimo totem posizionato in mezzo.
Tutt’attorno, quadri in cui la luce esalta le varie e raffinate tecniche pittoriche e lampade da terra accese, realizzate in ceramica traforata a mano.
La musica non sanremese di Giorgio Salomon diffusa nell’ambiente contribuisce poi ad aggiungere un tocco di sana inquietudine all’esperienza visiva.
Daniele Pianezzola davanti alla sua installazione alla Chiesetta dell'Angelo
Tutto questo, ma non solo questo, è l’impatto sensoriale proposto da “Notti Bizantine”, la sorprendente mostra di Daniele Pianezzola Neno (Neno è il soprannome che lo accompagna fin da piccolo) allestita alla Chiesetta dell’Angelo in città e aperta al pubblico dal venerdì alla domenica fino al prossimo 2 marzo.
Al di là dei suoi contenuti espressivi, la mostra è anche l’occasione per riscoprire un artista del nostro territorio davvero interessante e originale.
Diplomatosi al liceo artistico di Padova nel 1975, Daniele Pianezzola ha iniziato la sua carriera lavorando presso diverse manifatture di ceramica a Nove, dove ha acquisito competenze tecniche preziose.
Alla fine degli anni '70 ha esposto le sue prime opere alla Fondazione Bevilacqua La Masa, segnando l'inizio di un percorso artistico che lo ha portato ad esplorare diversi orizzonti.
La sua ricerca artistica è sempre stata caratterizzata dall'esplorazione di tecniche e materiali diversi, con una particolare attenzione all'elemento della luce, che utilizza sia nelle sue lampade in ceramica traforata a mano, sia nelle sue opere pittoriche, dove la luce esalta le varie tecniche materiche.
Neno è anche un “ceramista del mondo”. Un'esperienza significativa della sua vita è stato il periodo di due anni trascorso nelle Virgin Islands, dove ha collaborato con ceramisti toscani nell'apertura di un laboratorio di ceramiche artistiche, insegnando le tecniche ceramiche agli abitanti del luogo. Ha anche trascorso un mese nel villaggio dei vasai di Bhaktapur, in Nepal, che ha arricchito la sua esperienza artistica, permettendogli di lavorare a stretto contatto con ceramisti locali.
Durante la sua carriera, l’artista si è sempre avvalso dell'ospitalità presso Ceramiche Artistiche Zanolli, a Nove, dove ha continuato a perfezionare il suo lavoro.
Ha creato linee di design e decori unici per aziende di ceramica e tessili, dimostrando una versatilità che si riflette anche nelle sue opere d’arte, che negli anni sono state esposte in gallerie importanti.
Nel 2023 ha celebrato una mostra personale a Palazzo Bonaguro a Bassano, coronando una carriera di grande dedizione e costante sperimentazione artistica.
Ma la sua ricerca non si è mai fermata ed oggi, alla Chiesetta dell’Angelo, ne abbiamo la conferma.
Anche se negli anni non ci siamo visti tante volte, io e Daniele in realtà ci conosciamo da una vita, ovvero da quando io ero un ragazzino e lui era di due anni più grandicello di me, per merito dei rispettivi padri.
Daniele è infatti figlio di Pompeo Pianezzola, il grande artista novese della ceramica contemporanea a cui quest’anno il nostro Museo Civico dedicherà una mostra in occasione del centenario dalla nascita e di cui mio padre, Edmondo Tich, era il fotografo delle opere.
A casa a Mestre sono quindi cresciuto in mezzo alle fotografie delle straordinarie creazioni di Pompeo (ma anche degli altri big della ceramica contemporanea di Nove e Bassano) e ogni tanto accompagnavo mio papà in qualcuna delle sue frequenti trasferte nella casa-laboratorio di Pianezzola a Nove, dove incontravo anche il maestro, di cui ricordo sempre la brillante cordialità, e la sua famiglia.
Per me la ceramica è stata dunque il biglietto da visita di questo territorio e non immaginavo ancora che un bel po’ di anni dopo mi sarei trasferito definitivamente per lavoro nel Bassanese. Ma questo è il bello delle “sliding doors” che nella vita si aprono almeno una volta e possono portarti, come nel mio caso, laddove non avresti mai pensato di stabilirti.
È per questo che visitare una mostra come “Notti Bizantine” di Daniele Pianezzola detto Neno, dove la ceramica abbinata alla luce assume forme di antica modernità, mi infonde il senso di una piacevole rimpatriata.
Ma come è nato un progetto espositivo così particolare e suggestivo?
“È un progetto che avevo in testa da più di un anno - spiega Daniele -. Ultimamente mi sono interessato all’effetto che dà la luce nella ceramica, la luce che fa vivere questo materiale così antico. Avevo in testa di fare una specie di installazione, una cosa un po’ mistica e un po’ votiva. Avevo anche dei quadri luminosi e dei vasi luminosi e ho pensato quindi di fare questi totem con varie lavorazioni, proprio per ricordare anche il mio passato di viaggi asiatici dove ho trovato questa armonia e quel misticismo che in questo momento, in questa società, è un po’ abbandonato. Hanno tutti fretta, hanno tutti voglia di correre.”
E visto che oggi abbiamo tutti fretta, la gente che viene in mostra capisce questo messaggio?
“Devo dire che sono rimasto veramente sorpreso perché ho visto che quasi tutti, facendo un giro per questa esposizione, con la musica, sono stati colpiti - rivela l’artista -. Hanno avuto un’emozione. La gente si è fermata, ed è un po’ quello che volevo io, a meditare sui fatti propri con questa luce accogliente. Vuol dire che la gente ha bisogno di un po’ di bellezza, di luce e di cose che possono toccare l’animo, oltre che la vista.”
Non posso infine non chiedere a Daniele Pianezzola, in quanto figlio di Pompeo, se lo abbia aiutato o gli abbia pesato il fatto di essere un figlio d’arte.
Mi risponde con un pensiero orientale:
“Come dicono i giapponesi, per un giovane albero crescere all’ombra di una quercia è difficile. Però io devo dire che mio padre non mi ha mai insegnato niente, mi ha solo lasciato guardare quello che faceva.”
“E penso - aggiunge - che mi abbia trasmesso questo senso della ritmica, del modulo e questa sensibilità che va oltre il fatto di ricopiare o di fare delle figure o dei paesaggi, che non ho mai fatto fin da piccolo. Io ho sempre disegnato cose astratte, poi eravamo amici di grandi pittori come De Luigi e gli spazialisti.”
“Insomma - conclude Daniele -, ho sempre vissuto in un ambiente in cui non serviva fare un qualcosa che fosse ben definito, ma riuscire a creare sempre un movimento, una ritmica e un po’ un senso anche musicale delle cose che riusciamo a fare.”
E nella penombra ambientale della Chiesetta dell’Angelo, la visione di questa sorta di altare votivo laico strutturato come uno Stonehenge luminoso, circondato a sua volta da lampade da terra e da quadri di luce, infonde davvero la percezione di un ritmo delle forme e una sensazione di armonia.
È come una composizione di cui l’artista ha scritto la partitura ma che ciascun visitatore è chiamato ad interpretare con i propri occhi.
“Notti Bizantine” è un concerto in fa, voce del verbo “fare”.
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