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Oggi termina lo stato di emergenza sanitaria per il virus. Alcune veloci considerazioni a ruota libera su due anni, un mese e una settimana di vita nella pandemia
Pubblicato il 31 mar 2022
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Oggi, giovedì 31 marzo 2022, termina in Italia lo stato di emergenza sanitaria per il Covid-19. Da domani nuove regole e nuove libertà. Non mi illudo più di tanto e non penso che il film dell’orrore della pandemia, premio Oscar per gli effetti indesiderati, scriva definitivamente la parola “fine”. Anche perché già si parla - anzi già si scrive - insistentemente di una quinta ondata e non so se mi spiego.
Ma non sono le prospettive future del post-pandemia - o presunto tale - l’argomento al centro di questo mio intervento, anche perché le sfere di cristallo non sono il mio forte. Colgo invece l’occasione di questa data simbolica per riavvolgere velocemente il nastro di questi due anni, un mese e una settimana di convivenza con il virus.
Non c’è una data precisa di inizio di questa crisi epocale. Per convenzione giornalistica io fisso lo start dell’Era del Covid al 22 febbraio 2020, la data che rimarrà negli annali per la prima vittima italiana di Coronavirus, il pensionato di Vo’ Euganeo Adriano Trevisan.
Foto Alessandro Tich
Erano i giorni in cui nostro malgrado ci siamo resi conto che la Cina è vicina e che il virus che a gennaio sembrava un pericolo remoto stava invece bussando alle porte delle nostre comunità. Per poi entrare dalle porte, dalle finestre e da tutti i pertugi.
Troppo spesso - ora che i contrasti sociali si sono trasferiti su altri aspetti conseguenti alla pandemia, e sapete bene a cosa mi riferisco - tendiamo a dimenticare e anzi a rimuovere la fase iniziale di questo sconvolgente bivio del ventunesimo secolo, che ci ha portato su una nuova strada. Quei due mesi di ordinaria follia, marzo e aprile 2020, che ci hanno visti confinati agli arresti domiciliari nell’Arcipelago Gulag delle nostre case, trasformate in celle di isolamento. Sono tanti, per me come per tutti noi, i ricordi di quel periodo mai vissuto prima. Solo che, umanamente, il fatto di rievocarli rasenta l’autolesionismo psicologico.
E per quanto mi riguarda c’è un’immagine che emerge su tutte e che, nonostante la voglia di dimenticare che coinvolge anche me, mi ritorna spesso alla memoria. E l’immagine è quella di una domenica pomeriggio di lockdown a Solagna, il luogo dove abito, con un’auto della Protezione Civile che continuava a girare per le strade del paese e che dagli altoparlanti ordinava ripetutamente alla popolazione di restare chiusa in casa.
Effetto Chernobyl, preoccupante e soprattutto inquietante.
Non fa piacere ricordare quei momenti perché in quei momenti siamo cambiati, abbiamo pensato a sopravvivere e non più a vivere e siamo diventati quello che non eravamo mai stati prima. Nei comportamenti, negli atteggiamenti e nelle nuove situazioni del nostro vissuto: le mascherine (allora rare da trovare) su naso e bocca e il gel disinfettante sulle mani; le autocertificazioni per gli spostamenti “di necessità”; i controlli per strada e le multe salate a chi si muoveva senza un motivo oltre il proprio Comune di residenza; le lunghe file all’entrata dei supermercati; gli scaffali vuoti della pasta e di altri generi alimentari; le urla isteriche delle cassiere, di cui sono stato testimone oculare, a chi si avvicinava troppo; la paura degli altri che trasfigurava ogni nostro consimile in un potenziale portatore di contagio.
Una colata fumante di diffidenza reciproca che in forme diverse, e per motivi diversi, ci siamo trascinati fino ad oggi.
Poi - al netto delle migliaia di lutti che il Covid-19 ha provocato e che pure tendiamo a rimuovere, sempre per il naturale ed egoistico istinto di sopravvivenza -, siamo entrati in una nuova modalità di esistenza quotidiana, da una parte sospesa tra gli obblighi delle attività a distanza e la crisi economica generata dalla quella sanitaria e, dall’altra, sgretolata da un bombardamento mediatico sul Coronavirus senza precedenti.
Nello stesso tempo abbiamo imparato a convivere con le restrizioni e a destreggiarci tra avvisi, prescrizioni e divieti. Guardate la vetrina del negozio nella foto pubblicata sopra, che ho scattato in questi giorni: la quantità dei tazebao che impongono le regole per accedere all’interno del locale è impressionante.
Il distanziamento sociale non è stato solo una misura preventiva di contenimento del virus, fissata nella distanza di sicurezza di un metro lineare tra un essere umano e un altro: è anche il termine perfetto per definire la disgregazione dei rapporti nella nostra società.
Non ce ne rendiamo pienamente conto, ma noi oggi siamo ancora figli di quei due mesi di lockdown che hanno mutato radicalmente la percezione del nostro stare insieme su questa terra e in questo tempo, aspirando all’immunità di gregge ma assumendo in realtà i caratteri del lupo.
Da quel 22 febbraio 2020 sono dunque trascorsi due anni, un mese e una settimana.
Un lungo, lunghissimo periodo scandito a colpi di DPCM prima e di decreti governativi poi. “Andrà tutto bene”, scrivevano in quella prima fase gli striscioni esposti sui balconi di tutta Italia. È invece andata come è andata: seconde, terze e quarte ondate, varianti varie del virus che fanno imparare l’alfabeto greco anche a chi non ha fatto il Liceo Classico, sorrisi e tamponi, vaccini e green pass. E questa cosa ci è entrata nella testa, il luogo più difficile da cui gettare via la zavorra che ci impedisce di riprendere il volo.
Siamo ancora in preda al lockdown della coscienza, non sappiamo liberarci dal poco evangelico principio del diffida del prossimo tuo, c’è ancora chi continua a presentarti il gomito o l’avambraccio invece di stringerti la mano, sono ancora in moltissimi a portare la mascherina all’aperto nonostante non sia più obbligatorio e continueranno a portarla anche da domani.
Con la fine dello stato di emergenza sanitaria cambieranno gli aspetti normativi che regolano la nostra convivenza civile, compresa - tra un mese - la tanto dibattuta certificazione verde vaccinale. Ma non potrà cambiare in tempi altrettanto definiti la cultura del sospetto reciproco e del protezionismo individuale a oltranza che ci è stata inculcata in oltre due anni di pandemia e la cui dissoluzione dipende esclusivamente dalla nostra volontà. Il che è tutto dire. Servirebbe un’altra auto della Protezione Civile che giri continuamente tra le case e chieda ripetutamente dagli altoparlanti alla popolazione di ritornare ad essere noi stessi.
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