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Pizza al taglio
Sul referendum per il taglio dei parlamentari e sull'inconsistente rappresentanza territoriale dei nostri eletti al parlamento
Pubblicato il 04 feb 2020
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Scusate se insisto. Prendo oggi spunto per ritornare sul tema del taglio dei parlamentari, oggetto del referendum costituzionale confermativo del prossimo 29 marzo. Ne avevo già scritto ieri, riportando il comunicato di presentazione del comitato “A Bassano non si taglia”, sorto in città a favore del “No” sulla scheda referendaria. Ma oggi i miei polpastrelli stanno bollendo sulla tastiera per una frase di quel comunicato che mi spinge a dire due o tre cose sulla cosiddetta “rappresentatività” dei “nostri” politici, eletti a Roma grazie al consenso espresso nel Collegio uninominale di Bassano del Grappa o nella Circoscrizione plurinominale di Vicenza di cui Bassano fa parte. Costringendomi ad occuparmi di un argomento che, in sé e per sé, è una pizza. Pizza al taglio.
Personalmente io sono favorevole a uno sfoltimento delle file di Lorsignori. Non per un generico e qualunquistico sentimento “anti-casta”, alimentato dall'indignazione per il trattamento economico, per i benefit e per i vitalizi di cui godono i Lorsignori medesimi.
L'on. Germano Racchella, la sen. Barbara Guidolin, il sen. Niccolò Ghedini
E neppure per un supposto risparmio nei conti dello Stato conseguente al taglio - se al referendum vincesse il “Sì” - di 345 stipendi da deputato e da senatore. Non sono queste le cose che influiscono sul nostro dissestato bilancio statale.
Mi piacerebbe avere un parlamento molto più snello, e quindi con molti meno rappresentanti, semplicemente per la pia illusione che ci vadano veramente le persone migliori, e possibilmente più competenti, in base a quella legge della selezione naturale che nella politica italiana di oggi non esiste. Per il semplice fatto che la selezione dovrebbe essere fatta dagli elettori, che dovrebbero avere il diritto di tracciare sulla scheda, sempre e comunque, il nome che preferiscono. E meno posti ci sono a disposizione, più selezionati sono inevitabilmente gli eletti. L'attuale involuzione (attenzione: involuzione, e non evoluzione) della politica italiana ci ha portato invece a non considerare le persone, ma il carro su cui queste persone salgono. Innanzitutto, oggi noi votiamo prevalentemente il simbolo e in seconda battuta l'eventuale coalizione di cui questo simbolo fa parte: e che chi lo rappresenti in lista abbia più o meno la capacità e la competenza per fare il parlamentare della Repubblica Italiana non è per nulla un fattore rilevante. Secondariamente, non potremo mai aspirare a dare un senso compiuto al nostro voto fintanto che, con l'attuale legge elettorale del piffero, il nostro compito sarà limitato a quello della fantozziana ratifica di nomi già scelti, già imposti e già prestampati sulla scheda elettorale. Una incongruenza grazie alla quale noi bassanesi, e in senso più ampio noi elettori del Collegio uninominale di Bassano del Grappa, abbiamo riportato in parlamento, e nella fattispecie al Senato, l'avvocato Niccolò Ghedini, che prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 forse non avrà mai visto la città di Bassano neppure sulle carte geografiche. Un caso eclatante dei cosiddetti candidati “paracadutati” e cioè provenienti da altri mondi, ma catapultati dal loro partito nei collegi cosiddetti “sicuri”, auspicando - come è successo - che si confermi il consenso del popolo passivo.
Mi soffermo su questi aspetti perché, nella nota stampa di presentazione del comitato “A Bassano non si taglia”, ricevuta e pubblicata ieri, c'è una cosa che ha colpito in particolare il mio impulso alla riflessione. Si tratta del seguente passo del comunicato dei due coordinatori Vittoria Gheno e Matteo Bizzotto, a sostegno del “No” al taglio dei parlamentari: “La nostra maggiore preoccupazione, quella che ci spinge ad attivarci, è il timore che vaste zone del Paese vengano private dei propri rappresentanti con una potenziale deriva verso il centralismo statale, incapace di rispondere ai bisogni particolari delle comunità locali come la nostra.” Eccoli qua, i due concetti chiave: i “propri rappresentanti” e il fatto che costoro debbano “rispondere ai bisogni particolari delle comunità locali come la nostra”. Riemerge ancora una volta la tesi dell'onorevole di turno che non deve andare primariamente al parlamento per cercare di far progredire questo nostro meraviglioso e disgraziato Paese, concentrandosi quindi sulle politiche nazionali, ma per portare a Roma le “istanze” del territorio che lo ha eletto e agire di conseguenza per riportare a casa i risultati. Trattasi di un vecchio e ancora incrollabile retaggio della Prima Repubblica, quando i nostri eletti al parlamento e al governo riportavano veramente a casa i risultati (strade, ospedali, servizi, infrastrutture). Ma erano anche i tempi in cui il loro cosiddetto “peso politico” si misurava a tonnellate, rispetto ai pesetti da bilancia di cui sono dotati i nostri rappresentanti eletti di oggi.
Ma è proprio sulla parola “rappresentanti” che mi voglio soffermare. “Rappresentanti” di che cosa? Parto dal presupposto che chi è stato eletto nel territorio di Bassano del Grappa (qui, per non tediarvi, non faccio distinzioni tra il Collegio uninominale e la più ampia Circoscrizione plurinominale) sia dunque il “mio” rappresentante alla Camera e/o al Senato, indipendentemente dal simbolo che io ho votato, e che quindi chi mi rappresenta a Roma debba rendere costantemente conto di ciò che fa in funzione del mio territorio.
Aderisco cioè, temporaneamente e ipoteticamente, alla corrente di pensiero secondo la quale la prerogativa di costui o di costei sia quella di “rispondere ai bisogni particolari delle comunità locali come la nostra”. Ma quanto, e come, i nostri eletti riescono a farlo?
È ora di fare nomi e cognomi.
Cominciamo dal più conosciuto tra i “nostri” parlamentari: il deputato della Lega Germano Racchella che, nei ritagli di tempo, fa anche il sindaco di Cartigliano.
“Sparato” all'uninominale secco per la coalizione di centrodestra e quindi in posizione blindata, nell'intraprendere il suo incarico elettivo a Roma non si può dire che gli sia mancata una certa dose di buona volontà. Ancora in campagna elettorale si era appuntato in agenda le tematiche sulle quali si “sarebbe battuto” in parlamento: pressione fiscale alle imprese, ripartenza del progetto del Tribunale della Pedemontana, mantenimento a Bassano dell'Agenzia delle Entrate e di altri presìdi, eccetera. Quando poi la Lega è andata al governo, in coabitazione coi 5 Stelle, sembrava cosa fatta: l'impressione era quella di avere l'uomo giusto al posto giusto per portare le famose “istanze” del territorio all'attenzione delle stanze dei bottoni. E invece Racchella non ha avuto il tempo, e neanche il modo, di dimostrare alcunché. Con il cambio della maggioranza di governo nel post-Papeete, si è ritrovato tra i peones dell'opposizione parlamentare. Tuttavia è l'unico, tra i nostri eletti, a meritare un posto nell'album delle figurine Panini dedicato ai parlamentari che almeno una cosa per il loro territorio l'hanno fatta. È stata infatti sua, nella veste di primo firmatario, l'iniziativa di legge che ha portato al riconoscimento del Ponte di Bassano Monumento Nazionale. Un risultato che va condiviso, per quanto riguarda l'approvazione delle stessa legge al Senato, con la senatrice vicentina ex PD e oggi di Italia Viva Daniela Sbrollini. Almeno questa cosa, dunque, il leghista Racchella l'ha portata a casa. Benché il sindaco leghista di Bassano Elena Pavan, alla presenza dell'onorevole, si sia dimenticata di ricordarlo nel suo discorso alla cerimonia di San Bassiano.
Oddio, quante gaffe da pelare.
Un caso a parte è rappresentato invece dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Guidolin. Desaparecida, perlomeno agli appuntamenti che non riguardino l'agenda politica e elettorale (Emilia Romagna e adesso Veneto) del M5S. Di recente dalle nostre parti non l'abbiamo più vista neanche ai tagli del nastro, ai quali invece Racchella partecipa puntuale, democristianamente. Come per lui, anche per la Guidolin rileggo l'intervista da lei rilasciatami nel corso della campagna elettorale del 2018. Anche quella era un concentrato di buona volontà: applicazione del modello francese a sostegno delle famiglie, sicurezza con potenziamento degli organici delle forze dell'ordine, eliminazione “di 400 leggi inutili” per il rilancio delle imprese, eccetera eccetera. Tutti argomenti che la allora candidata grillina considerava di impatto anche per il comprensorio bassanese.
Sono passati quasi due anni e il M5S è rimasto nella maggioranza di governo, ma i frutti delle “istanze” del nostro territorio ancora non si vedono. Quell'intervista sembra lontana anni luce, che del resto sono la misura della distanza che intercorre tra le Stelle.
Della pattuglia dei parlamentari de noialtri, ovvero più o meno gravitanti nella nostra zona, fanno anche parte l'onorevole della Lega Silvia Covolo, già sindaco di Breganze, e l'onorevole Sara Cunial, da Cismon del Grappa, eletta alla Camera col Movimento 5 Stelle e oggi iscritta nel Gruppo Misto dopo essere stata espulsa dal gruppo parlamentare del M5S per la sua presa di posizione integralista contro i vaccini. Per aggiornamenti sulla loro attività da deputate, basta cliccare sulle loro rispettive pagine Facebook, colme di post e (per la Covolo) anche di selfie. Ma se qualcuno mi porta le prove della loro effettiva e concreta utilità alla causa dei “bisogni particolari delle comunità locali come la nostra”, gli offro una cena a base di Sardine.
Lascio volutamente fuori da questa lista il già citato senatore Niccolò Ghedini, alla sua quinta legislatura in parlamento. Perché Ghedini è tutto, fuorché un nostro “rappresentante”. Il centrodestra lo ha candidato al Collegio uninominale di Bassano del Grappa da straniero e straniero è rimasto, facendo peraltro di tutto per rimanere tale.
Neanche lo sforzo di partecipare a qualche sporadico convegnino in città per ricordarci della sua esistenza e, se non altro, per ringraziarci di avergli fatto da trampolino per il nuovo tuffo nella piscina olimpionica di Palazzo Madama. Eppure il sen. Ghedini di tempo per venire a fare una capatina da queste parti ne avrebbe, eccome: già recordman in negativo tra i “timbratori di cartellino” nella passata legislatura con il 99,28% di assenze in Senato, nel primo anno della XVIII legislatura (quella attuale) è già mancato al 61,3% delle votazioni in aula. Ovvero: come gettare al vento il voto popolare.
Con tutto ciò non voglio dire che i nostri “rappresentanti” al parlamento - fatta esclusione per i paracadutisti e gli assenteisti - se ne stiano con le mani in mano. Tutt'altro: le loro cose da fare in aula e in commissione le svolgono, giustificando così il loro lauto stipendio (scusate, ho avuto un improvviso rigurgito di qualunquismo), e ci mancherebbe altro che non le svolgessero.
Ciò che invece intendo sottolineare è che costoro non ci “rappresentano”. Perché sono ben altre le loro priorità e i risultati della loro attività politica per le “istanze” del territorio locale sono impalpabili. Non lo fanno probabilmente neanche apposta, perché è il sistema che è così. Basti pensare ai nostri “rappresentanti” al parlamento delle ultime e più recenti legislature, e a quello che non hanno riportato a casa, per renderci conto che la figura retorica dell'“onorevole di Bassano del Grappa” è ormai solo un mito del secolo passato.
Per questo dico ai promotori del neo comitato “A Bassano non si taglia” - di cui democraticamente rispetto il punto di vista - che un eventuale taglio dei parlamentari italiani non avrà le annunciate nefaste conseguenze di deriva verso il centralismo statale, perché “l'incapacità di rispondere ai bisogni particolari delle comunità locali”, per quanto riguarda il nostro territorio, è già oggi un dato di fatto. Semplicemente, quindi, non cambierebbe nulla.
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