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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Onesto, tra le montagne
A tu per tu con Francesco Vidotto, ospite a Cortina della rassegna culturale Una montagna di libri. La nostra intervista all'autore
Pubblicato il 23 gen 2025
Visto 8.437 volte
Presentato all’interno della 31ª Edizione di “Una Montagna di Libri”, rassegna culturale che ha un suo momento speciale tra dicembre e gennaio e poi d’estate, ma che anima tutto l’anno a Cortina, Onesto è il nuovo libro, appena uscito in edizione Bompiani, di Francesco Vidotto.
Tra le altre cose vincitore con Siro della prima edizione nel 2011 del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo, Vidotto da allora ha pubblicato con successo diversi romanzi, anche una raccolta di racconti per bambini, ed è un volto noto sui canali tv — è spesso invitato come ospite a “Linea Bianca”, trasmissione seguitissima condotta da Massimiliano Ossini, intervenuto alla presentazione.
Francesco Vidotto, ospite di Una montagna di libri 2025, a Cortina
I suoi libri arrivano da spunti raccolti durante chiacchierate e conversazioni con le persone che abitano, come lui, la montagna, e in particolare il Cadore.
Piace, a Vidotto, dialogare con i vecchi e dare nuova vita attraverso la scrittura a racconti di vita vissuta intrecciati alla memoria dei luoghi, la sua un’attività di cantastorie nell’ambito della letteratura che tratta di montagna. Protagonisti del nuovo libro sono una donna, Celeste, e i gemelli Onesto e Santo — i nomi dei protagonisti del romanzo non casuali.
La vicenda è ambientata tra le vette dolomitiche e il racconto è nato grazie a Guido Contin, detto “Cognac”, persona reale che ha l’abitudine di scrivere lettere indirizzate alle cime delle montagne. “Quando si scrive si racconta alla persona a cui scrivi chi sei”, ha detto Vidotto, un torrente in piena le sue parole, nel corso dell’incontro condotto da Francesco Chiamulera.
Ci sono molti accadimenti nel libro, legati alla memoria e alla Storia con la maiuscola, e tante parole che viaggiano in forma di lettera, sullo sfondo il panorama dolce, come l’effetto leggendario del “giardino di rose”, di una delicata storia d’amore. Onesto, uno dei gemelli, è stato rapito da piccolo da una donna che non poteva avere figli, ed è finito a vivere a Padova. Avuto lei dopo anni un figlio naturale, il bambino è stato restituito alla famiglia, e a cinque anni ha scoperto di avere un gemello che è sempre rimasto a vivere tra le montagne. Questo l’esordio.
Di sé, l’autore scrive nel suo sito (www.francescovidotto.com/): “Spendo la settimana scrivendo e andando per monti. Cerco di guardare le persone diritto negli occhi. Mi piace stringere la mano e credere nella parola data, anche se è fuori moda!”. Saranno prassi fuori moda, ma a noi piacciono.
La nostra intervista all’autore.
La scrittura di Onesto è stata definita “rock”. Le piace il ritmo potente, nel narrare?
Per “rock” intendo libera, perché sai, la scrittura è metà di chi scrive e metà di chi legge e per far realizzare questo equilibrio scrivendo devi togliere le parole: per esempio, potrei descrivere gli occhi di qualcuno, un personaggio, dicendo come sono per me, ma facendo così lo sottraggo all’immaginazione del lettore. “Aveva gli occhi che stavo aspettando”: allora i lettori andranno a pescare nella memoria gli occhi della ragazzina compagna di scuola di cui si erano innamorati segretamente e di ciò non avevano mai parlato a nessuno e allora sì, diventa una cosa emozionante e libera, come un pezzo rock, coinvolgente ma non invasivo, di cui ci si appropria ciascuno a modo proprio, sulla base di vissuto ed esperienze personali.
Lei scrive che scalare, come vivere, è “una questione di lasciar andare”. Come si riflette questa filosofia nella sua vita e nella sua scrittura?
La scalata: tutti credono, anche chi non scala, che sia uno sport che richiede forza, controllo… e ci vogliono in realtà, ma la prima caratteristica indispensabile per scalare bene è quella di lasciare andare la paura del vuoto: è quella che ti ferma, che mozza il respiro, e la senti quando arriva ai muscoli e questi cedono. Accade anche nella vita: le nostre scelte sono legate alle paure: si ha paura di fare brutta figura, di offendere, di morire… ma tutti moriamo, la vita ha un tasso di mortalità del 100%, non ne usciamo vivi, quindi è inutile avere paura, bisogna lasciare andare questi spaventi e vivere a pieno ogni minuto che abbiamo.
Mio nonno diceva spesso: “mai paura”. Era un’espressione bellissima.
Onesto scrive lettere indirizzate alle cime delle montagne. Un gesto struggente, poetico, che dice anche la scelta della solitudine.
Onesto scrive le lettere non per solitudine, ma per spiegarsi, per raccontarsi. Quando si scrive una lettera a qualcuno con cui per esempio si è litigato, ci si sente già sollevati prima ancora di inviargliela, si scrive a se stessi in realtà. In questo mondo legato alla comunicazione si dimentica di parlare con se stessi a volte. Onesto vuole mettere in ordine i fatti della vita, fare pace con la sua anima, e lo fa dialogando con le montagne. È un duetto di sguardi con una cima.
Il Cadore sembra essere un vero e proprio personaggio del romanzo.
Il Cadore è un personaggio dei miei romanzi. La montagna, al contrario delle città, trattiene ancora nelle valli, nelle soffitte, le vecchie storie. Ci sono i vecchi arnesi di lavoro, è un luogo dove c’è ancora la cultura del conservare, mentre oggi a causa del consumismo prevale la cultura dell’eliminazione, bisogna buttare vie le cose per non rimanere seppelliti, e cancellare le foto che scattiamo a migliaia. Un tempo si conservava.
La montagna fa questo: conserva nelle sue rughe di pietra le espressioni della gente. Sembra quasi che alcuni volti abbiano copiato le rughe delle montagne, per quanto sono incisi. Io amo le rughe, perché le rughe sono la calligrafia del tempo, calligrafia significa “bella grafia”. Il Cadore è un personaggio, col suo volto pietrificato.
In che modo il ruolo di “cantastorie della montagna” influenza la sua identità come autore? Nel corso dell’incontro ha nominato Cognetti e le sue recenti, drammatiche, vicissitudini. Difficile gestire insieme marchi di “scrittore di genere” e notorietà?
Scrivo storie ambientate qui perché sono di qui, e quindi mi viene facile. Perché conosco l’ambiente e riesco a dare alle storie una verità profonda, che arriva al cuore del lettore. Ma le mie non sono storie di montagna, come io non sono uno “scrittore di montagna”: scrivo storie di cuore ambientate in montagna, se fossi di Milano le ambienterei a Milano.
Pensa che la letteratura possa contribuire efficacemente a preservare la memoria di un territorio e delle sue tradizioni?
Assolutamente sì. Un libro è una fotografia che non sbiadisce mai. Lo colori ogni volta di tinte nuove e di sicuro tramanda al futuro una memoria che in questo momento sta drammaticamente scomparendo. Credo proprio che un libro sia l’ultima frontiera in un certo senso. In un mondo che corre e che scappa via, ti prende per le braccia e ti dice “adesso stai fermo qui, a leggere sei ore”, mentre siamo tutti abituati a scrollare velocemente.
Sta già lavorando a nuovi progetti?
Sto scrivendo un libricino che racconta una storia d’amore tra un abete e una betulla che vivono a distanza di mezzo metro, e mezzo metro per due alberi è un’eternità, perché sono esseri che non si muovono. È la storia di un amore a distanza.
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