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Il Libro della Giungla
Operaestate Festival all’Orto Botanico di Padova: con la coreografia “Stand Alones” coi Liquid Loft una sinfonia di movimenti e suggestioni tra le piante di tutto il mondo nelle grandi serre del Giardino della Biodiversità del sito UNESCO
Pubblicato il 25 ago 2022
Visto 8.004 volte
Piccolo preambolo personale.
Ho studiato e mi sono laureato all’Università di Padova, ho girato e frequentato l’esteso centro storico della città di Padova in tutte le sue vie e i suoi pittoreschi angoli, lì ho trascorso cinque anni straordinari della mia gioventù e per questo mi sento nel cuore patavino forever.
Ma fino ad oggi non avevo mai messo piede nell’Orto Botanico di Padova, meraviglia ubicata tra il Prato della Valle e il Santo, il più antico orto botanico del mondo nella sua collocazione originaria e Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Foto Alessandro Tich
Ringrazio quindi Operaestate Festival Veneto per avermi offerto l’occasione di colmare finalmente questa mia lacuna.
Merito di Stand Alones (Polyphony): coreografia firmata da Chris Haring con i danzatori della compagnia di Liquid Loft di Vienna, in co-produzione con ImPulsTanz e col Vienna International Dance Festival, ispirata alla natura dell’Orto Botanico e sostenuta dal Forum Austriaco di Cultura.
Inserito nel cartellone di Operaestate Festival e realizzato in collaborazione con l’Università di Padova che gestisce l’Orto Botanico, lo spettacolo esplora la relazione tra danza, poesia e ambiente naturale e propone una suggestione di immagini e di situazioni artistiche davvero unica nel suo genere. Ma ve la racconto per gradi, così come l’ho vissuta.
È un percorso di luci lungo i vialetti della parte antica e storica dell’Orto che come i sassolini di Hänsel e Gretel nel bosco accompagna ed instrada il pubblico nell’oscurità della sera verso il luogo della rappresentazione. Tutt’attorno e sopra le nostre teste, tronchi e chiome di alberi secolari e alte e fitte siepi di rari arbusti, affiorando dalla penombra, fanno da sentinelle silenziose al nostro passaggio. Fino a che il percorso non si apre di colpo su un vasto spiazzo circondato da moderne architetture e illuminato per l’occasione da riflettori colorati.
È l’area del Giardino della Biodiversità dell’Orto Botanico, che all’interno degli edifici comprende degli ambienti omogenei per umidità e temperature che simulano le condizioni climatiche dei biomi (le “suddivisioni” della biosfera) del nostro pianeta: dalle aree tropicali alle zone subumide e dalle zone temperate a quelle aride.
Qui sono presenti circa 1300 specie di piante di tutto il mondo e aggirarsi tra le grandi serre equivale a compiere un viaggio attraverso la vegetazione della Terra.
Sulle pareti pannelli informativi, filmati, esposizioni interattive e reperti raccontano il millenario rapporto delle piante con l’uomo.
L’area esterna è invece caratterizzata da lunghe e strette vasche che riproducono l’habitat delle piante acquatiche, alimentate da cascatelle d’acqua che sgorgano a ciclo continuo.
Èd è attorno alle vasche che il pubblico si accomoda in attesa dell’inizio di uno spettacolo che porterà in realtà gli spettatori a muoversi dal loro posto e a spostarsi di continuo.
Qualcuno chiude il rubinetto delle cascatelle ed è il segnale che qualcosa sta per accadere.
E mentre parte la musica di sottofondo, appaiono uno alla volta i danzatori.
Appaiono separati e dislocati a turno in diversi punti del giardino. Ciascuno di loro è illuminato da un riflettore che poi si spegne per spostare la luce sul danzatore successivo.
Compaiono all’improvviso sull’erba, sugli orli delle vasche, vicino alle siepi esterne.
La compagnia Liquid Loft crea così un’atmosfera quasi ipnotica lasciando al buio tutto ciò che è “ornamento” per far emergere la forza espressiva del corpo in movimento.
E che si tratti di uno spettacolo in movimento lo scopre subito anche il pubblico: per seguire da vicino le evoluzioni di questi “corpi solitari e illuminati” si deve camminare.
La drammaturgia della composizione è infatti costruita a partire dal punto di vista dello spettatore che può scegliere il modo in cui fare esperienza delle performance spostandosi nello spazio, per cambiare punto di osservazione.
Una modalità di fruizione itinerante dell’esibizione che raggiunge il suo apice quando i danzatori, sempre di sorpresa, si trasferiscono all’interno degli ambienti delle grandi serre della Biodiversità - vicino, tra, dentro e anche sopra le piante - dove interpretano il loro personale Libro della Giungla.
Qui la coreografia di Stand Alones si ispira e si adatta al contesto dell’Orto Botanico: i movimenti dei danzatori, che fanno in modo di sembrare degli automi messi in contatto con la natura, sono modellati in relazione alle specie vegetali circostanti.
Gesti secchi e aridi - ad esempio - nell’area desertica dei grandi cactus, movenze più articolate nell’ambiente umido e rigoglioso della foresta tropicale dove tra le tante altre specie di fusto galleggiano sull’acqua le gigantesche e impressionanti forme rotonde della Victoria Cruziana di origine sudamericana.
I danzatori continuano a spostarsi a turno e secondo una predefinita successione da un punto all’altro delle grandi serre e ciascuno di essi dà vita ad una serie di brevi performance solistiche che utilizzano una musica, un linguaggio registrato o un suono molto specifico e che vengono eseguite contemporaneamente in una “porzione riprodotta della biosfera” o nell’altra.
Per circa un’ora il pubblico può così spaziare da un angolo all’altro di questo ampio e incredibile museo vivente della vegetazione e avvicinarsi di volta in volta al singolo artista che in quel momento di quelle piante sta facendo l’habitat della propria esibizione, diventando un tutt’uno con le stesse.
Verso la fine gli spettatori che si attardano nell’aggirarsi nel grande edificio della Biodiversità (è il mio caso) vengono discretamente invitati ad uscire e a ritornare dell’area esterna iniziale dello spettacolo in mezzo all’erba e attorno alle vasche.
Ai tetti delle serre subentra nuovamente il cielo stellato di Padova e si riapre il rubinetto delle cascatelle che riprendono a scrosciare a ciclo continuo.
Ed è a questo punto che gli “Stand Alones” (e cioè gli assoli di danza, chiamati con un termine informatico che indica un dispositivo che funziona in maniera indipendente da altre unità di elaborazione) diventano “Polyphony” e cioè polifonia.
I danzatori fino adesso solitari si muovono finalmente tutti in gruppo e all’unisono all’aperto per sincronizzarsi e sintonizzarsi su uno stesso ritmo fino a generare una polifonia di gesti, di segni e di emozioni, a simboleggiare la convivenza delle piante coltivate nel primo orto botanico del mondo.
È il gran finale della creazione di Chris Haring per l’esecuzione di Liquid Loft che genera prolungati e ripetuti applausi per gli uomini-pianta e per le donne-pianta che hanno dato linfa all’incantevole serata: Luke Baio, Stephanie Cumming, Dong Uk Kim, Katharina Meves, Dante Murillo, Arttu Palmio, Hannah Timbrell e Anna Maria Nowak.
Il pubblico ritorna lentamente alla base ripercorrendo a ritroso i vialetti illuminati dell’Orto Antico che a partire dalla celebre “Palma di Goethe” - messa a dimora nel 1585, decantata dal sommo poeta tedesco e oggi ancora qui a farsi ammirare - conserva una collezione eccezionale di specie botaniche e di alberi storici.
Mi riprometto di ritornarci un’altra volta di giorno per scoprirlo finalmente una volta per tutte, mentre passandoci sotto riconosco le inconfondibili piccole foglie a cinque punte dell’acero canadese.
Intanto mi riporto a casa le suggestioni visive e sonore di questo Libro della Giungla in forma di danza che Operaestate Festival ha inserito tra le chicche assolute del suo cartellone 2022. È stato istruttivo e sorprendente vedere come un’idea artistica possa realmente generare una situazione altrimenti impensabile come quella di trasformare in palcoscenico le serre coltivate di un sito UNESCO.
È l’Orto Botanico che è diventato coreografia: potremmo chiamarla Ortografia.
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