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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Lo sciamare di Furore
Massimo Popolizio con una rilettura del capolavoro di Steinbeck ha inaugurato la 41^ rassegna di prosa del Teatro Comunale di Thiene
Pubblicato il 29 ott 2021
Visto 4.707 volte
A inaugurare la 41^ rassegna di prosa del Teatro Comunale di Thiene, che ha alzato il sipario in quest’ultima settimana di ottobre, è stato l’attore Massimo Popolizio, che accompagnato alla batteria e altre percussioni da Giovanni Lo Cascio ha narrato dal palco l’esodo di Furore. L’appuntamento è stato proposto in tre seguite repliche serali. Liberamente tratto dal romanzo omonimo pubblicato nel 1939 da John Steinbeck rivisitato per l’adattamento drammaturgico da Emanuele Trevi, lo spettacolo prodotto dalla Compagnia Orsini con Teatro di Roma-Teatro Nazionale racconta la morte lenta e dolorosa di un’illusione e della fiducia nel futuro (qui l’affondamento parla dell’America minata dalla grande Depressione).
La voce a tratti quasi cantata di Popolizio ha raccontato per capitoli (“la polvere”, “la banca”, “il trattore”…) la massiccia migrazione interna di cui furono protagonisti tanti agricoltori e manovali costretti dalle circostanze ad abbandonare le pianure inaridite del Midwest e del Sud ovest degli Stati Uniti. La celebre Route 66, che ha convogliato i braccianti in un esodo tragico che aveva come meta-miraggio la California — l’abbocco: volantini e cartoline a colori, si rivelò invece un inferno ghignante — con il suo viaggio che si snoda tra gli Stati che pare senza fine si apparenta a centinaia di altre rotte e vie che hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi cammini di speranza, e che spesso si rivelano trappole mortali.
Alle spalle del narratore, in un video curato da Igor Renzetti e Lorenzo Bruno, hanno preso la scena immagini d’epoca che imprimono nella mente volti prima felici poi stanchi, sofferenti, affamati: la povertà e la miseria, il disincanto e il furore raffigurati in bianco e nero e seppia. “Oggetti da vendere e da lasciare” è un capitolo penoso, dal respiro antico, in cui si abbandonano le piccole e grandi cose care per mettersi in viaggio, e con loro si perde ogni legame con la propria terra e la propria storia. Oggigiorno siamo abituati a soffermare lo sguardo su tratti scuri, in queste carovane in viaggio verso la speranza, nelle fotografie invece c’è tanto biondo, volti di bambini patiti con occhi color del cielo, le immagini parlano chiaro di sofferenza e di dolore, ma creano un certo straniamento: l’America che stride forte con la sua rappresentazione icastica tradizionale.
Massimo Popolizio in Furore (foto di Federico Massimiliano Mozzano)
Le parole del testo pronunciate al microfono, in qualche momento a più voci, quasi a diventare testimonianze registrate, si rincorrono, girano intorno, aiutate dai rullii della percussioni franano come pietre rotolanti. “Sciamare” è un verbo usato di frequente, dà l’idea della frenesia da insetto e insieme del carattere collettivo della storia che si vuole raccontare. Nella drammaturgia si omette quasi del tutto la parte della famiglia protagonista del romanzo, per distogliere i riflettori da un soggetto preciso — tranne nel finale, uno dei più memorabili della letteratura del Novecento.
Una lettura scenica basata su un testo forte, e di un’amara attualità non in sottotraccia, quella messa in scena a teatro. Dal palco allestito con postazioni che sanno di officina, di ferro arrugginito, di polvere e lavoro — tra queste una per la batteria che ritma i passi del narratore e dei migranti, e una per lo scrittore — Popolizio fa risuonare con intensità e ritmo il racconto pensato per il teatro, la musica di Locascio a fare da controcanto.
La resa non è al fosforo rispetto alla potenza della pagina scritta (quello ribattezzato in Italiano Furore è uno dei romanzi più venduti e letti del Novecento e il capolavoro di Steinbeck) dove si mescolano sapientemente reportage, Antico Testamento e miti millenari, ma merita un applauso fragoroso il progetto non solo artistico che guarda fisso il decorso di piaghe sempre purulente anche nelle società più moderne.
Commosso e partecipe, il pubblico del Teatro Comunale di Thiene.
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