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Aurora Bertollo
Contributor
Bassanonet.it
Il pennello spontaneo dei Nasocchi
Tra la seconda metà del Quattrocento e il Cinquecento, emerge nel campo dell’arte una sconosciuta famiglia di pittori che conquisterà una notevole importanza locale diventando, in parte, una leggenda
Pubblicato il 20 mar 2026
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Agli esordi di ciò che si può definire una scuola pittorica locale, si afferma in città un curioso nome di cui ancora si conosce molto poco: i Nasocchi, appellativo derivante molto probabilmente da una caratteristica fisionomica.
Si tratta di una famiglia che oggi verrebbe detta di self-made men, a causa della rapida ascesa sociale che le consentì di passare dalle umili origini a una rilevante notorietà locale, stringendo significativi rapporti, anche matrimoniali, con importanti casati dell’epoca e conquistando ricchezze e possedimenti non scontati.
La loro storia nel mondo della pittura inizia con i fratelli Giacomo e Nicolò, figli di un certo Bartolomeo da Marostica che verso la metà del Quattrocento si trasferisce a Bassano.
Gli affreschi di Casa Michieli nel lato di Piazza della Libertá ( Foto Bassanonet.it )
Qui, i due fratelli vivevano assieme in contrà Cornorotto, occupandosi di affreschi, dorature, ritocchi e decorazioni di casse e cofani, almeno fino al momento in cui Giacomo decise di aprire una bottega nell’attuale Piazzotto Montevecchio, luogo strategico per un pittore grazie alla presenza, all’epoca, di un pozzo. Nonostante nei documenti d’archivio emergano alcuni incarichi rilevanti, tra cui l’impegno di Nicolò nel 1477 per la facciata della loggia comunale, dei due fratelli nulla sembra essersi conservato nel tempo, salvo una certa inclinazione artistica che, in modo più o meno modesto, continuerà a manifestarsi nei discendenti per almeno sei generazioni.
Ed è proprio nell’edificio tra piazzotto Montevecchio e piazza della Libertà, che ancora oggi è possibile scorgere il passaggio di alcuni di questi successori.
Si tratta in particolare degli affreschi nella parte destra di Casa Michieli, risalenti agli anni Trenta del Cinquecento.
Essi si sviluppano su quattro livelli, e presentano un ciclo legato alle storie di Giuseppe ebreo, il figlio prediletto di Giacobbe, venduto come schiavo in Egitto dai propri fratelli a causa della loro gelosia, fatto qui ingiustamente prigioniero, e poi liberato dal faraone grazie alla sua particolare dote di interprete dei sogni. Ben conservate, risultano le pitture superiori, comprendenti una cornice di puttini in movimento sormontata, in piazza della Libertà, dall’episodio in cui Giuseppe viene ingannato dagli undici fratelli; mentre in piazzotto Montevecchio dall’incontro con il padre Giacobbe; dall'inganno della moglie di Putifar, ufficiale del faraone, che tenta di sedurre Giuseppe facendolo poi arrestare; e infine dalla rappresentazione del sogno premonitore del faraone, con sette vacche grasse che indicano fertilità, e altrettante magre che indicano carestia.
Del resto degli episodi, molto rovinati dal tempo, si riesce a malapena a distinguere la costruzione degli spazi, con arcate a tutto sesto, pavimenti geometrici e squarci di fondi campestri. Ciò che però può ancora aiutare l’occhio contemporaneo a immaginare come potesse apparire Bassano nel Rinascimento, sono sicuramente i colori vivaci e luminosi, caratteristica propria della pittura veneta di quegli anni.
Ma chi ha dipinto questi affreschi? Più fonti storiche parlano del leggendario Giuseppe Nasocchio.
Tuttavia, da accurati studi Novecenteschi, emerge che… questo Giuseppe non sembra essere mai esistito. Gli unici Nasocchi con questo nome furono infatti un notaio, nato nel 1523, e alcuni suoi discendenti vissuti però nei secoli successivi.
Più probabile è che il reale artista, di cui venne mal tramandato il nome, forse proprio in riferimento al ciclo di affreschi di casa Michieli, sia in realtà il figlio di Nicolò e padre del suddetto notaio.
Il suo nome era Francesco, visse tra il 1480 e il 1560 circa, e di professione era, appunto, depentor. Per quanto riguarda casa Michieli, probabilmente lavorò in collaborazione con il fratello Bartolomeo, come già fece in anni coevi anche per la pala di Primolano e per quella di Gallio, quest’ultima distrutta dai bombardamenti della Grande Guerra. Francesco godeva di buona reputazione, non solo per l’arte del pennello, ma anche per la sua versatilità, che gli permise di ricoprire numerossissimi ruoli pubblici e privati, spaziando dalle cariche politiche e diplomatiche, agli incarichi amministrativi e di contabilità, fino a responsabilità giudiziarie e di sorveglianza. Un’eccellente carriera, la quale senza dubbio ha contribuito a conferire prestigio locale a questa famiglia, a tal punto che, nel corso del tempo, numerose opere anonime vi furono forzatamente ricondotte.
Pur offuscato dall’incertezza delle attribuzioni e dal predominio dei Da Ponte, il nome dei Nasocchi conserva un fascino notevole per il territorio, poiché capaci di incarnare uno stile genuino e spontaneo, slegato da influenze esterne e profondamente radicato nella realtà locale.
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