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Aaah…B.Motion Danza!
Una volta all’anno non posso perdermi l’incontro ravvicinato con almeno una rappresentazione della sezione Danza della rassegna dei linguaggi del contemporaneo, avanguardistica appendice agostana di Operaestate Festival.
È più forte di me.
Foto: Riccardo Panozzo
Come le opere e le performance dell’arte contemporanea, si tratta di spettacoli il più delle volte criptici, dal senso quasi mai immediato, dal significato nascosto e aperto all’interpretazione di chi ne è spettatore.
Insomma: “Stranger Things” (“Cose più strane”), per citare il titolo di una celebre serie televisiva. E ciò rappresenta per me una sfida: vediamo un po’ che cosa vedo sul palcoscenico ma poi, soprattutto, come riesco a scriverne.
Anche in questo caso è una sfida bella tosta.
Vado infatti a vedere “How to. Score”, rappresentazione di B.Motion Danza che nella palestra del Liceo Brocchi vede impegnati i sempreverdi (l’aggettivo non è casuale, e poi capirete perché) danzatori di Dance Well.
Ci vado per curiosità ma anche per ineluttabile spirito di famiglia: uno dei “Dance Well Dancers” è infatti mia moglie.
Lo spettacolo è stato creato dalla coreografa Mia Habib. La Habib, nata in Texas e nonostante il cognome di certo non di origine nord-europea, è norvegese.
E io - colto da un raptus di luoghi comuni - mi aspetto una rappresentazione cupa, mestamente scandinava, alla Ibsen, da lunga notte polare. Mi sbaglierò.
Arrivo all’appuntamento all’ora prefissata e, sotto un sole assai poco norvegese che cuoce bollente nel pomeriggio, rimango per alcuni minuti all’esterno della palestra scolastica assieme a tutte le altre persone del pubblico.
Sono in gran parte artiste e artisti (artist*, insomma) partecipanti agli altri progetti performativi di B.Motion Danza proposti nei quattro giorni di programma in giro per la città.
Lo si capisce subito - per le artiste - dai fisici tonici, dalle pettinature a chignon e dall’uniforme dress code a pantaloncini corti.
Ed è qui, sulle scale d’ingresso della palestra del Brocchi, che Mia Habib, in inglese e con traduttrice in italiano, tiene il suo discorso introduttivo.
La coreografa arrivata dal Paese dei fiordi spiega la genesi del progetto creativo che ha portato alla performance di oggi.
Fondamentalmente “How to. A score”, che appare come una coreografia di gruppo, è in realtà un insieme di “assoli” di danza che avvengono contemporaneamente.
La cosa nasce da pratiche di danza “per la creazione e coesione di nuove e diverse comunità”. Si dà un tema e questo tema viene interpretato dagli artisti/coreografi che a loro volta ne producono uno “score” (“risultato”, “esito”) con i danzatori delle rispettive comunità locali. Il percorso bassanese è generato dal precedente lavoro della Habib “How to Die - Inopiné”, indagine artistico-multidisciplinare sul lutto e l’ecologia (allegria).
Il tema è stato elaborato indipendentemente, nelle loro comunità di riferimento, da cinque artisti della danza di altrettanti Paesi: Julie Nioche (Francia), Thais Di Marco (Brasile), Tommy Noonan (Stati uniti), Filiz Sizanli (Turchia) e Thami Hector Manekehla (Soweto, Sudafrica).
A Bassano la Habib ha fortunatamente tolto dal focus della ricerca il tema del lutto, mantenendo quello più rinfrancante dell’ecologia, del rapporto con madre natura, del futuro possibile e di cosa vogliamo lasciare a chi resterà sul pianeta dopo di noi.
Ha coinvolto quindi i Dance Well Dancers di Bassano, la comunità danzante nata da Dance Well, la pratica di danza per persone con Parkinson e poi aperta a tutte e a tutti, o se preferite a tutt*.
Seguiti dall’assistente alla coreografia Ilaria Marcolin, i danzatori hanno contribuito - con le loro storie, i loro ricordi, le loro riflessioni e con i loro assoli - alla costruzione di un pezzo che li riunisce in una comunità, pur valorizzando l’unicità e la prospettiva di ciascuno.
Niente male, per una introduzione raccontata sotto il sole di agosto.
Finalmente entriamo alla rinfrescante ombra della palestra del Brocchi, ma non è ancora il momento dell’inizio della performance.
Prima il pubblico viene invitato a visitare, nella sala a sinistra dell’ingresso, la mostra dell’“archivio vivente” del progetto “How to. Score”, curata dallo scenografo Liam Al Zafari.
Vi è esposta solo una parte delle foto e dei documenti relativi ai progetti indipendenti sviluppati dagli artisti della danza dei cinque Paesi sopra citati.
Ci vorrebbe del tempo per approfondire il tutto, ma il tempo non c’è. La visita alla mostra avviene quindi inevitabilmente con modalità toccata e fuga.
Sulle pareti delle scale che, scendendo, portano alla palestra dove si svolgerà lo spettacolo sono affissi altri fogli scritti che raccontano l’impostazione artistica e la filosofia concettuale della coreografia di Bassano. Ma anche in questo caso, avvicinandosi l’inizio dell’evento, prevale la modalità “non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
In palestra sorprende l’allestimento per la performance.
Sulla parte opposta al palcoscenico, dietro le sedie del pubblico, decine e decine di rami fogliosi d’albero sono appesi su dei fili paralleli, quasi a creare una foresta.
Tra un ramo e l’altro, accanto alle foto dei protagonisti, su dei fogli sono stampati i pensieri dei danzatori, elaborati nella fase preparatoria della danza: i loro ricordi, le loro emozioni, le loro visioni del mondo, la loro canzone preferita.
Io mi accomodo in prima fila, come l’abbonato Rai, e accanto a me nella sedia più vicina prende posto l’assessore comunale alla Cultura Giovannella Cabion, sempre presente dove bisogna essere presenti.
È il momento dell’entrata in scena dei Dance Well Dancers. Ho già assistito a spettacoli di questo tipo per B.Motion Danza: vediamo dove andranno a parare.
La particolarità della coreografia degli “assoli d’insieme”, della durata totale di mezz’ora, è che si svolge totalmente in silenzio, senza musica. Incredibile.
Verso la fine la musica, in un certo senso, comparirà ma in un modo del tutto insolito e inaspettato. La comunità dei solisti fa il suo ingresso lentamente in mezzo al pubblico, partendo dalla retrostante foresta dei rami appesi.
Poi l’intero gruppo raggiunge il palco, ai cui lati sono appoggiati alle pareti altri rami d’albero. Per diversi minuti i danzatori si muovono, sempre nel più completo “Sound of Silence”, e ciascuno, con le sue movenze, rappresenta sé stesso.
Poi una parte dei Dance Well Dancers se ne va, ritornando sotto la foresta dei rami e dei fogli appesi e, per buona parte della performance, scompare dai radar.
La scena principale viene presa dal gruppo dei “solisti tra i solisti” che impugnano, uno per ciascuno, i rami d’albero appoggiati alle pareti dando vita, sempre ciascun per sé, a una coreografia vegetale. Il silenzio continua a regnare sovrano, ma al posto della musica l’aria viene tagliata dal fruscio delle foglie e anche dagli schiocchi del legno dei rami, nel momento in cui i performers rappresentano una sorta di tempesta nel bosco.
Norwegian Wood, per citare la celebre canzone dei Beatles.
Poi, dopo tanti assoli di danza senza musica, si sente improvvisamente qualcosa.
Alcuni danzatori sul palco avvicinano i rami alla bocca e si mettono a cantare a bassa voce una canzone: “Mamma”. Il ramo d’albero diventa così microfono-registratore-amplificatore di ricordi. È il preludio che mi farà vedere cose che noi umani non potremmo immaginare.
Finalmente ritorna in scena, sempre lentamente in mezzo al pubblico, anche il gruppo dei Dancers rimasto relegato nella foresta retrostante.
Ciascun danzatore, con il suo ramo d’albero in mano, si avvicina a turno ad uno spettatore.
Gli chiede di appoggiare all’orecchio una cima del ramo. Sull’altra cima il danzatore soffia e gli chiede: “Senti delle vibrazioni?”. Succede anche a me: è vero, il ramo vibra, come un telefonino di legno con la suoneria silenziata.
Ma non finisce qui: il danzatore, sull’altra cima del ramo, sussurra una canzone. La “sua” canzone, a sua scelta. E la condivide con lo spettatore ramo-collegato. Nel mio caso, in connessione wood-fi con una delle danzatrici, è la canzone “Papaveri e Papere”, quella dei “papaveri alti alti alti”.
È il momento della performance in cui si abbatte la quarta parete tra gli artisti e il pubblico.
E tutto il pubblico, alla fine, viene invitato ad unirsi ai danzatori sul palcoscenico per eseguire tutti insieme un lungo girotondo a cerchi concentrici, dal ritmo progressivamente sempre più veloce.
Sono aperte le interpretazioni: forse è un richiamo all’età dell’asilo, legato al rispetto della natura, per domandarci che cosa vogliamo lasciare ai bambini che vivranno sul pianeta dopo di noi. Oppure è un riferimento allo spirito dell’infanzia per spogliarci delle sovrastrutture dell’esistenza adulta e riappropriarci dell’essenza delle cose. Oppure…?
Comunque sia, la conclusione comunitaria dell’evento artistico farà scattare alla fine un prolungato e sonoro scroscio di applausi. Clap Well.
E così, giro-girotondando, mano nella mano, assieme a tutte le danzatrici e i danzatori di Dance Well e a tutte le persone del pubblico, cantando tutti quanti all’unisono “giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra…”, dopo aver provato anche l’ebbrezza della trasmissione di emozioni cantate via ramo d’albero, entro in una dimensione di catartico ritorno all’innocenza primordiale che fa dileguare i pensieri del presente.
Genius Center, relazione DIPE, la Baxi e la Pengo, quartiere San Lazzaro, Teatro Astra, Tribunale della Pedemontana, maggioranza e minoranze, elezioni comunali 2024, persino l’auto dell’assessore Mazzocco… tutto si dissolve nel vorticoso ipnotismo fanciullesco della filastrocca girevole.
Sono le “Stranger Things” che possono materializzarsi con i titoli e con gli artisti di B.Motion e questo è il mio “score” personale in salsa norvegese.
Egregi lettori: la mia sfida, ai limiti del possibile, per raccontare lo spettacolo di B.Motion Danza termina qui.
E tutti giù per terra!
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