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Sweet Home Solagna
Codogno: prima “zona rossa” d'Italia e città-simbolo del dramma del virus nel 2020. Intervista al sindaco Francesco Passerini, in visita a Solagna per rinsaldare lo storico gemellaggio tra i due Comuni
Pubblicato il 24 lug 2021
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Emilia Gheno ha 103 anni, compiuti giovedì scorso. È nata infatti a Codogno il 22 luglio 1918. È l'ultima ancora in vita dei 50 bambini solagnesi nati a Codogno tra il dicembre 1917 e l'aprile 1919. L'accoglienza che le viene riservata al municipio di Solagna è come quella per una regina: e - come si vede dalle foto pubblicate in basso - ci sono ben due sindaci a darle il benvenuto. Uno è il primo cittadino di Solagna Stefano Bertoncello, di cui Emilia afferra la fascia tricolore quasi per toccare con mano ciò che sta vedendo.
Quando poi le dicono che quel secondo signore con la fascia tricolore è il sindaco di Codogno Francesco Passerini, si commuove.
Un piccolo comitato d'onore tutto per lei: il minimo che si può fare per questa anziana donna che rappresenta l'ultima testimonianza vivente del momento storico all'origine dell'incredibile storia di amicizia che lega Solagna e Codogno da 104 anni.
Il sindaco di Codogno Francesco Passerini (foto Alessandro Tich)
In sala consiliare i due sindaci le omaggiano due mazzi di fiori per il suo 103simo compleanno. Emilia, sulla sua carrozzina, è un po' confusa per tutta quella gente che la sta guardando - assessori e consiglieri comunali, giornalisti e fotografi -, ma regge la scena alla grande prima di uscire tra gli applausi di tutti.
Francesco Passerini, che è anche il presidente della Provincia di Lodi, è qui a Solagna per rinsaldare lo storico gemellaggio tra i due Comuni dopo il blocco degli scambi di amicizia imposto dall'annus horribilis del virus, di cui Codogno è stata purtroppo una città-simbolo. Non si tratta di un gemellaggio qualsiasi, ma di una pagina di storia tramandata ai posteri delle due comunità. La ricorda una lapide affissa nel 2017 all'ingresso del municipio di Solagna “nel centenario dei tristi avvenimenti bellici che portarono, dal dicembre 1917 alla primavera del 1919, la comunità di Solagna esule a Codogno dove trovò accoglienza e solidarietà da parte dell'intera città”. Una pagina indelebile del profugato delle nostre genti, costrette ad evacuare i loro paesi per l'avanzata austriaca dopo la rotta di Caporetto.
A Codogno 1200 profughi solagnesi trovarono una nuova abitazione provvisoria e un lavoro nelle cascine delle campagne circostanti, l'amministrazione pubblica di allora concesse l'istituzione del “Comune di Solagna a Codogno” e persino la chiesa della Ss. Trinità, in centro a Codogno, divenne sede temporanea della parrocchia di Solagna in esilio.
L'inizio di un rapporto speciale che continuò ad alimentarsi anche dopo il rientro dei solagnesi nel loro paese il 20 aprile 1919 e che è durato, grazie anche al gemellaggio siglato nel 1979, fino ad oggi.
Il sindaco Passerini giunge a Solagna nel tardo pomeriggio accompagnato dal vicesindaco Raffaella Novati e dall'ingegnere di Codogno Andrea Alloni. Quest'ultimo è un appassionato di storia e in serata racconterà al pubblico, nello spazio all'aperto degli impianti sportivi, le avvincenti e per molti versi sorprendenti vicende dell'esilio dei solagnesi in questa piccola città del Lodigiano in Lombardia, nel cuore della Pianura Padana, dove i profughi avrebbero anche scoperto le giornate di nebbia, sconosciute nella vallata. Sarà l'interessantissima ouverture della rassegna culturale “Veneto Barbaro - Festival di esistenze e territori a Solagna”, in programma fino a domani.
In municipio il sindaco Bertoncello inizia il suo intervento con la parola “finalmente”. “Codogno da noi è un nome familiare- prosegue - e il nostro intento è quello di riprendere gli scambi tra i nostri concittadini e i nostri giovani.” “Sono io che ringrazio voi”, afferma Passerini. Il sindaco di Codogno sottolinea come lo spirito di solidarietà che ha contraddistinto il suo Comune in quel momento storico di oltre un secolo fa nei confronti dei solagnesi è stato lo stesso spirito che l'anno scorso ha visto i solagnesi stringersi idealmente attorno ai gemelli di Codogno, prima “zona rossa” d'Italia, nella fase più drammatica dell'emergenza Coronavirus. “Emilia - prosegue, riferendosi alla signora di 103 anni - è la prova vivente di quell'unione e di quello spirito di aiuto.”
E aggiunge, ricordando il dramma dell'anno scorso: “Pochi giorni dopo lo scoppio del casino ho continuato a ricevere chiamate dal sindaco di Solagna. Non ho potuto rispondere a tutte, immaginatevi in mezzo a quali enormi problemi mi trovavo. Ma questa cosa abbatteva le distanze: era come sentire il mio vicino di casa che mi chiedeva come stai.”
Sweet Home Solagna.
L'incontro in municipio si conclude col rituale scambio di doni e con la reciproca espressione della volontà di riprendere gli incontri tra i due Comuni a cadenza più frequente, in vista anche - ma non solo - dell'esito della candidatura di Codogno a Comune Europeo dello Sport 2023.
Prima della cena da Doro e della successiva serata inaugurale di “Veneto Barbaro”, i due sindaci coi rispettivi seguiti si recano nella chiesa parrocchiale di Santa Giustina.
Qui - sull'altare della sacra immagine della Vergine dell'Aiuto, anch'essa portata 104 anni fa “in esilio” a Codogno - si trova infatti il paliotto in bronzo argentato con il bassorilievo, realizzato nel 1928 dall'artista cremonese Arturo Ferraroni, che raffigura la Vergine con ai lati i solagnesi che partono quali profughi di guerra e che poi ritornano da Codogno dove furono quasi tutti ospitati. Un'ulteriore testimonianza di questo fulgido esempio, sul piano locale, di solidarietà nazionale.
Sindaco Passerini, riavvolgiamo il nastro all'anno scorso, quando si parlava di “emergenza Coronavirus” e non ancora di pandemia e Codogno era al centro di tutti i telegiornali in Italia e nel mondo. Cosa ha significato, per lei come sindaco, dover gestire una situazione del genere?
Ha significato trovarsi davanti a qualcosa che non ti immagini nemmeno. Significa trovarsi davanti a situazioni e prendere anche decisioni che mai ti saresti immaginato, non solo nel tuo mandato da sindaco ma probabilmente nella tua vita. Ti trovi davanti a qualcosa che cerchi di capire che cos'è ma che effettivamente non conosci bene, perché il Coronavirus il 21 febbraio in Europa era qualcosa che vedevamo di esotico, in Cina, lontano. Non doveva essere presente tra di noi e non doveva esserci alcun tipo di rischio. Però purtroppo da quel giorno in poi abbiamo capito che era già tra di noi, e in modo molto importante.
Qual è stato a Codogno il momento più critico?
È difficile trovare un momento, soprattutto nel primo mese. Nel primo mese, mese è mezzo, è stato qualcosa di inenarrabile. Ho ancora la pelle d'oca a pensarci. Soprattutto le prime settimane, quando nel silenzio si sentivano solo ambulanze e le uniche notizie che ti arrivavano erano di persone che venivano ricoverate, che venivano portate via in ospedale e purtroppo di persone che non ce l'avevano fatta. Lo considero il momento più drammatico perchè è stato il momento dei morti, dei tantissimi morti, che è stato il mese di marzo dove nella nostra città è triplicato il numero medio dei decessi, vale a dire un 300 % in più. C'è stato un momento in cui le camere mortuarie non bastavano. E per evitare di vivere le situazioni vissute a Bergamo, che sapevamo e che poi le immagini hanno palesato, la curia ha messo a disposizione una chiesa dove abbiamo ospitato tutte quelle persone in attesa di un ultimo viaggio. Ai tempi non si potevano fare né funerali né niente, quindi almeno un ultimo saluto abbiamo voluto darglielo e ci siamo riusciti.
Oggi nel suo Comune la situazione com'è?
Oggi è assolutamente tranquilla. Eravamo diventati Covid-free alla metà dello scorso giugno, che è stata la prima volta che nella nostra città da quel 21 febbraio non c'era più un positivo. Qualcuno ora c'è, siamo a 21, ma tutti asintomatici. Diciamo quindi che la situazione è tranquilla e c'è tantissima, ma tantissima voglia di ripartire.
Cosa resta nell'intimo dei cittadini, del sindaco e della vita pubblica di questo drammatico 2020?
Resta tanto. È chiaro che di ferite ce ne sono ancora tante, però quello che credo e che spero che resti è lo spirito di comunità, quella forza collettiva che ci siamo dati e che ci siamo trasmessi soprattutto all'inizio, quando sembrava che tutti i problemi partissero da Codogno. Lì veramente c'è stata una comunità che ha risposto, cercando di sostenersi e aiutarsi e con quello spirito sono sicuro che potremo affrontare qualunque battaglia.
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