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Scusate se insisto. Mi ero ripromesso - anche per l'ampio e penso esaustivo resoconto che ne ho fatto nel mio precedente articolo “Per chi suona la campANAC” - di non scrivere più sulla delibera dell'Autorità Nazionale Anticorruzione in merito all'appalto del Ponte, a seguito dei due esposti presentati dalla ditta Vardanega e dal Comitato Amici del Ponte Vecchio di Bassano. Anche per non abusare della vostra pazienza e cortesia, trattandosi comunque di un argomento piuttosto “strong”.
Ma quando oggi (con un giorno di ritardo, lo ribadisco, rispetto ad altre testate locali) ho ricevuto in redazione il comunicato stampa dell'Amministrazione comunale di Bassano sulla stessa delibera, di cui riferisco nell'altro articolo “L'altra faccia dell'ANAC”, ho avuto un attimo di spaesamento. Facendomi sorgere il dubbio se l'articolo che ho scritto sull'atto deliberativo dell'Autorità e la nota stampa del Comune relativa al medesimo oggetto parlino della stessa cosa. Anche perché le 20 pagine del documento firmato da Raffaele Cantone me le sono lette e rilette da cima a fondo, e c'è qualcosa che non quadra.
A cominciare da quello che l'Amministrazione comunica riguardo agli obiettivi del procedimento istruttorio: “Le questioni sollevate riguardavano tre punti: la bontà del progetto di restauro; la disponibilità del materiale, in particolare il legno; la disponibilità della spalla Nardini.” Non è esatto. Le tre questioni oggetto della verifica dell'ANAC erano le seguenti, in ordine di istruttoria: la concreta disponibilità delle aree di proprietà della ditta Nardini necessarie per l'esecuzione dei lavori; la concreta reperibilità dei materiali da costruzione con caratteristiche aderenti alle specifiche di progetto e ulteriori diverse problematiche progettuali e/o esecutive venute in rilievo.
Foto Alessandro Tich - archivio Bassanonet
“La bontà del progetto di restauro” non rientra pertanto nei criteri di valutazione della delibera e non era compito dell'Autorità entrarne nel merito, dichiarandone o meno la validità. Lo specifica a chiare lettere lo stesso testo del documento, in cui si precisa che in merito alle “presunte criticità progettuali segnalate dal Comitato Amici del Ponte” l'ANAC non ha competenza in materia: “L'azione del controllore (...) non può comunque estendersi fino alla censura dell'idea progettuale poiché ciò costituirebbe un'indebita ingerenza nella sfera di responsabilità del progettista.”
In altre parole: l'Autorità si occupa della regolarità dei procedimenti amministrativi dei pubblici appalti. Travi reticolari, travi di fondazione, tiranti di spalla, ponti Bailey e via dicendo fanno parte di un altro mondo. “Le verifiche operate in sede istruttoria - afferma comunque la delibera - consentono di ritenere congrui all'importanza e alla delicatezza delle opere a farsi i requisiti di professionalità del progettista strutturista incaricato”. Attenzione: “professionalità del progettista” e non “bontà del progetto”.
Quello che scrive il comunicato del Comune (“l'Autorità evidenzia che il progetto è adeguato all'importanza e alla delicatezza del monumento”) rappresenta pertanto una libera interpretazione sul tema.
I punti oggetto della verifica dell'ANAC, come già detto, erano tre.
Ma il capitolo delle “considerazioni” dell'Autorità derivanti “dall'analisi della documentazione complessivamente acquisita” ne prende di fatto in esame soltanto due.
Il primo è la “non disponibilità sul mercato del legname”, a cui le “considerazioni” dedicano in tutto appena 13 righe. Come già scritto, le contestazioni della Vardanega sulla presunta irreperibilità del legname di progetto vengono rispedite al mittente poiché “lo stesso progettista ha asserito che l'impresa, in accordo con Direzione Lavori e collaudatore, può proporre una fornitura che possa soddisfare per quanto possibile i requisiti di resistenza definiti dal progettista”. Cosa che in realtà è accaduta anche con l'ex appaltatore, con varie e animate “interlocuzioni” e corrispondenze con la Direzione Lavori. Ma non se ne è cavato un tarlo dal buco. Un aspetto messo chiaramente in evidenza dal comunicato stampa di via Matteotti (“Non si evidenziano particolari problemi nemmeno per quanto riguarda i materiali lignei”), trattandosi di un punto a favore della cosiddetta “stazione appaltante”.
Il secondo e ultimo aspetto messo sotto la lente dell'Autorità è stata la “non disponibilità/accessibilità della cosiddetta spalla Nardini”, a cui le valutazioni finali del consiglio dell'ANAC dedicano invece la bellezza di 6 pagine piene.
Così scrive il comunicato stampa del Comune: “Per quanto riguarda la spalla Nardini, l'ANAC evidenzia che la disponibilità dell'area prevista dalla convenzione, che avrebbe dovuto essere già risolta, si inserisce in un rapporto con la proprietà che prevede delle verifiche prima di concordare eventuali interventi di rinforzo e chiede che questa situazione venga definita quanto prima per evitare prolungamenti dei tempi di cantiere.”
Quello che il Comune non dice è che l'Autorità Anticorruzione, invece, proprio su questa cruciale questione elenca tutta una serie di incongruenze.
Tra queste: validazione del progetto esecutivo in assenza della convenzione tra Comune e Nardini per l'occupazione delle aree necessarie al cantiere, firmata successivamente; procedimento di gara avviato prima della firma della stessa convenzione; le condizioni poste nella convenzione (articolo 16 sulla verifica strutturale su spalla sinistra e fabbricato ancora in corso da parte dell'ing. Rizzo) che “riducono considerevolmente i margini di ragionevole certezza di eseguibilità del progetto”; le opinioni discordanti tra il consulente del Comune e il consulente di Nardini “riguardo lo schema di calcolo adottato dal progettista” ad appalto in corso. Da cui la conclusione della delibera secondo la quale “la problematica dell'effettiva accessibilità alla spalla Nardini per l'esecuzione dei lavori come da progetto appaltato (...) non è ancora adeguatamente risolta”.
Un evidente vicolo cieco che dalle parti di via Matteotti e di piazza Castello (Ufficio Tecnico) sta portando alla predisposizione del Piano B, alias Bye Bye Modena, con la proposta di variante avanzata dal nuovo appaltatore di eliminazione dell'ancoraggio della trave reticolare di impalcato alle spalle del Ponte, elemento distintivo dell'ormai ex inviolabile progetto esecutivo.
In più - ma non è certo interesse dell'Amministrazione comunicarlo urbi et orbi - ancora l'ANAC prende di mira “l'eccessivo frazionamento degli incarichi” per le “indagini e studi sul ponte, ancora oggi in via di completamento”.
Una sequela di affidamenti diretti a fronte della quale “sarebbe stata auspicabile una più accurata individuazione delle esigenze dell'Amministrazione ed una più adeguata quantificazione degli importi riferibili ai servizi di ingegneria e/o alle indagini e saggi da commissionare”. Il linguaggio è un po' contorto, ma il significato è chiaro: si poteva fare meglio spendendo meno.
La delibera dell'Autorità non è un provvedimento esecutivo, né il risultato di una partita di calcio. È tuttavia un atto di controllo che dice alcune cose e che non finisce qui, dando mandato all'Ufficio Vigilanza Lavori dell'ANAC “di monitorare l'ulteriore corso del procedimento”. Affermando, tra le altre cose, che la validazione del progetto esecutivo è avvenuta “in carenza dei presupposti di legge ed in difetto di una esaustiva valutazione dello stato dei luoghi”. Non proprio un complimento per la gestione pubblica di un appalto.
Ecco perché, leggendo il comunicato dell'Amministrazione comunale di Bassano, mi sono chiesto se quella descritta è la stessa delibera dell'Anticorruzione.
In Ponte veritas: ma è una veritas sempre più relativa.
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