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La “teoria del gender” nelle scuole: dove il “genere” non è il sesso biologico, ma un ruolo sociale. Interviene il sindaco di Romano d'Ezzelino Rossella Olivo: “A Romano si insegna il rispetto della persona, non le esagerazioni”

Pubblicato il 04-08-2015
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“Teoria del gender”: apriti cielo. E' bastato che sulla Rete abbiano cominciato a diffondersi notizie sull'introduzione degli “studi di genere” nelle scuole, su indicazione della legge Buona Scuola recentemente approvata, ed ecco che un vespaio di reazioni a livello nazionale ha riscaldato il già canicolare clima di quest'estate.
L'argomento non è semplice da spiegare e reca in sé ancora molte cose da chiarire. Il comma 16 del ddl Buona Scuola assicura infatti l'attuazione nei programmi scolastici dei principi delle pari opportunità tramite “l'educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93”.
Nella legge in questione, tali tematiche comprendono - tra le altre cose - “la prevenzione della violenza sulle donne e della discriminazione di genere”.

Il sindaco di Romano d'Ezzelino Rossella Olivo (archivio Bassanonet)

Nulla di trascendentale, apparentemente. Senonché il quadro della situazione cambia radicalmente quando si analizzano i documenti normativi a cui il testo di legge si richiama. In primis la Convenzione del Consiglio d'Europa (Convenzione di Istanbul) sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, siglata l'11 maggio 2011.
Cos'ha di tanto particolare la Convenzione di Istanbul, che viene di fatto recepita dalla legge nazionale n.93 del 14 agosto 2013? Ha una cosa particolarissima: non definisce infatti il “genere” come “sesso biologico”. Maschi e femmine? Uomini e donne? Una distinzione biologica secondaria, al limite buona per un programma televisivo di Maria De Filippi.
Secondo quanto stabilito dal Consiglio d'Europa, specificatamente, il “genere” è l'insieme dei “ruoli socialmente costruiti, comportamenti, attività e attributi che una data società ritenga appropriati per le donne e gli uomini”.
Ed è quanto sostengono proprio i gender studies (“studi di genere”), secondo i quali il sesso non sarebbe un'attribuzione biologica e naturale, ma una costruzione sociale. “Portare i pantaloni”, dunque, è un concetto variabile a seconda della società che lo esprime.
Un approccio che in Italia sta già facendo breccia. Il “Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, a cui fa riferimento sempre la stessa legge del 2013, prevede l'educazione “al superamento degli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne o uomini (…) mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa”.
Cosa che trova adesso attuazione con la possibile inclusione della “Teoria del gender” nei piani formativi a partire dal prossimo anno scolastico.

La “teoria del gender”? Non abita a Romano

Tra le varie reazioni di dissenso, soprattutto dal fronte Lega Nord, che stanno infiammando il dibattito sugli “studi di genere” da introdurre sui banchi scolastici, si leva anche una voce dal nostro territorio.
E' quella del sindaco di Romano d'Ezzelino Rossella Olivo, che si è sentita in obbligo di diffondere al riguardo un comunicato stampa alle redazioni.
“Si ad una scuola capace di raccontare ai giovani la realtà nella sua interezza. No a un metodo di insegnamento discriminante o spinto da mode ed esagerazioni - commenta il sindaco di Romano -. A scuola va insegnato il rispetto della persona; un’educazione totale e assoluta che non deve però toccare esasperazioni di alcun tipo. Bisogna smettere di inseguire le mode, di esasperare tutto e di esagerare.”
“Credo in una scuola in cui insegnare ai ragazzi il rispetto della persona - precisa il primo cittadino -. Non devono esserci discriminazioni ed è giusto e normale che ognuno sia libero di essere sé stesso. A Romano d’Ezzelino so per certo che sono questi i concetti trasmessi dagli insegnanti agli studenti; e sono altrettanto certa che nell’insegnamento non c’è e non ci sarà nessuna esasperazione, nè saranno adottati metodi in linea con la cosiddetta “teoria del gender” che considero più che altro una moda, un’estremizzazione inutile.”
“Ai bambini, ad esempio, è giusto insegnare che stirare è un qualcosa che possono fare sia gli uomini che le donne, così come pilotare un aereo, aggiustare un’auto o tagliare l’erba. Ma da qui a voler eliminare le differenze, esasperando concetti sui quali ciascun individuo ha il diritto di farsi una propria opinione, lo troverei fuori luogo - aggiunge il sindaco -. Ciò che credo sia importante è sottolineare che l’insegnamento scolastico, anche a Romano d’Ezzelino, punta ad una cultura inclusiva e solidale nel rispetto della persona, in tutte le sue diversità e specificità. Le differenze sono evidenti e vanno spiegate: il colore della pelle, la religione o molti altri aspetti ad esempio. Sono tutte caratteristiche che delineano e rendono unico ogni individuo.
“Alla scuola - conclude Rossella Olivo - va il compito di far capire ai giovani che tutto ciò esiste e che ci sono molteplici possibilità di essere. Il tutto però senza esagerazioni ma con l’obiettivo di fornire agli studenti un quadro il più completo possibile affinché poi, in futuro e seguendo le inclinazioni personali, possano essere in grado di scegliere e di essere ciò che sono e di rispettare ciò che un altro individuo è.”

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