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Lorna Geremia

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Cinema

David di Donatello: “Le Città di Pianura” batte Sorrentino 8 a 0

Il film ambientato nella provincia Veneta e diretto dal regista bellunese vince tutto portando in scena l’autenticità dei bar di paese

Pubblicato il 09 mag 2026
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Recensione

Avevamo bisogno di Francesco Sossai, regista classe 1989, bellunese, per farci vedere la cerimonia di premiazione dei David di Donatelo, la versione italiana della Notte degli Oscar.
Avevamo bisogno di un film che raccontasse la vita vera, con autenticità e senza filtri, quella della provincia veneta che tiene in moto l’Italia intera, quella provincia dove la vita si impara anche al bar, “bevendo l’ultima”.
“Le Città di pianura” ha ottenuto 16 candidature e vinto 8 premi, tra cui miglior film e miglior regista, con una produzione a basso budget e con volti lontani dal solito showbiz italiano.

Il trailer del film.

Ha vinto perché ha saputo intercettare un’esigenza profondamente contemporanea: offrire uno sguardo fresco e libero, capace di riportare al centro della scena chi resta ai margini dell’inquadratura, i “non visti”.
Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due cinquantenni che vivono alla giornata, l’idea controtendenza nasce da qui, i due non hanno alcun obiettivo di vita da raggiungere, nessun mondo da salvare, solo l’ultimo bicchiere da bere insieme ripercorrendo il viale dei ricordi alcolici.
Finché incontrano Giulio (Filippo Scotti) giovane studente di architettura impacciato, uno di quelli che prende la vita troppo sul serio.
Da lì prende forma un trio improbabile e tenerissimo, in cui le generazioni si scambiano continuamente i ruoli: i vecchi finiscono per educare il giovane, mentre il giovane restituisce ai vecchi uno sguardo nuovo sulla vita: la speranza.
“Le città di pianura” è un road movie del Veneto: Feltre, Noale, la campagna di Treviso, i vicoli di Chioggia, il memoriale Brion a San Vito d’Altivole, Villa Roberti a Brugine, e Venezia, ma non la Venezia delle gondole per i turisti no, quella vera abitata dagli studenti che vanno al bacaro da Lele a bere un ombra de vin a un euro.
I locali non sono instagrammabili, le case sono sgarrupate e la cementificazione ha fatto letteralmente “sparire” i sogni delle persone, è la poesia imperfetta della quotidianità ben descritta in “Marcovaldo” di Calvino.
E in quel “Giuliooooo” che i due urlano alla fine del film troviamo tutto questo e molto di più: vai Giulio che sei giovane e puoi realizzare ciò che vuoi, non avere paura, noi restiamo qui, ci abbiamo provato, ma questo siamo, gente di provincia. Ed è giusto così.

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