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Anzianità di servizio
Intervista in enoteca con Roberto Volpe, da 31 anni presidente di U.R.I.P.A., Unione Regionale Istituti per Anziani del Veneto. “La politica continua a fingere che il problema degli anziani non c’è”
Pubblicato il 15 giu 2023
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Quando si dice l’anzianità di servizio.
È da più di tre decenni, precisamente da 31 anni, che il bassanese Doc Roberto Volpe opera nel mondo degli anziani.
Dal 1992 è infatti il presidente di U.R.I.P.A., Unione Regionale Istituti per Anziani della Regione Veneto. Un pluriennale servizio che affianca alla sua attività professionale di amministratore delegato della Fondazione Marzotto di Valdagno.
Roberto Volpe (foto Alessandro Tich)
L’U.R.I.P.A., in sostanza, è un’associazione che svolge il ruolo di rappresentanza delle 351 Case di Riposo del Veneto, per un numero complessivo di 32mila posti letto, nei confronti delle autorità statali e regionali.
Volpe la definisce “un’associazione di categoria che si occupa in modo prevalente della rappresentanza delle strutture nel contesto dei rapporti istituzionali e tecnici con le Regioni, con le Aziende Ulss e coi vari Ministeri di competenza”.
È anche l’associazione che in ambito nazionale svolge il ruolo di coordinatore di tutte le associazioni regionali degli enti di assistenza, raccogliendo tutto il settore pubblico e il settore del privato no profit.
Di questo mondo così vicino e per molti versi così lontano parliamo con Volpe nella nostra nuova “intervista in enoteca” ospitata all’enoteca Sant’Eusebio presso l’Hotel Alla Corte a Sant’Eusebio di Bassano del Grappa.
Roberto Volpe, lei è presidente di U.R.I.P.A. da 31 anni. Come si fa a “reggere” un incarico del genere per così tanto tempo?
Con passione. C’è chi nella vita sceglie di fare attività extralavorative. Chi si dedica allo sport, chi agli scout eccetera. Io, in età giovanile e proprio cominciando dalla città di Bassano, non dimentico la telefonata alle 10.45 di quella sera con cui l’allora sindaco Antonio Basso, l’allora assessore regionale Pietro Fabris e l’allora assessore comunale Luigi D’Agrò mi chiamarono per dirmi che avevano pensato di nominarmi componente del Consiglio di Amministrazione della allora Casa di Riposo Cima Colbacchini di Bassano. E lì inizia questa avventura nel mondo degli anziani che poi mi porta ai vertici dell’associazione, non per meriti particolari ma penso all’inizio per mancanza di disponibilità di altri. Poi l’associazione cresce e oggi è un interlocutore importante in termini istituzionali. In questi tanti anni credo che qualcosa ho contribuito a fare. Avrò sicuramente mancato in molte cose però è nata una passione che mi ha fatto poi cambiare anche mestiere. Perché io vengo da una famiglia di architetti, facevo il geometra e a un certo punto ho virato la mia attività professionale. La prima avventura è stata alla Madonnina di Bassano, quindi ad Altavilla Vicentina, a Santa Maria del Rosario che era la struttura del Patriarcato di Venezia per poi arrivare, 21 anni fa, in Fondazione Marzotto che sicuramente è la più bella esperienza che ho vissuto nella mia vita lavorativa.
Quanto è cambiato il mondo delle RSA con la pandemia?
Tantissimo. Da un lato la pandemia ci ha fatto conoscere. In un modo non meritato perché eravamo comunque la parte fragile del sistema. Io ricordo sempre che i cinesi avevano detto poco della pandemia ma la cosa che avevano detto era “attenzione ai vecchi fragili”.
Noi siamo stati il supermercato del Covid, dove il Covid è venuto a prendersi le vite di tanti anziani. Anche se siamo stati molto bravi nella prima ondata, perché il Veneto nella prima ondata è stata la miglior regione d’Europa. Noi su 32mila posti letto abbiamo avuto un tasso di mortalità di 600 ospiti. Perché abbiamo fatto una scelta autonoma anche contro le indicazioni della Regione e di altri e ci siamo chiusi. Nel febbraio 2020, appena saputo del primo caso di decesso a Vo’ Euganeo, proprio su iniziativa dell’U.R.I.P.A. abbiamo invitato tutti gli enti a chiudersi. Abbiamo chiuso gli ingressi, abbiamo parlato con i famigliari e sostanzialmente ci siamo chiusi dentro. Siamo stati molto protetti dal lockdown, quando il nostro personale entrava e usciva, andava a casa e trovava il marito che non lavorava e i figli che non andavano a scuola.
Nella seconda ondata, invece?
Nella seconda ondata ci siamo invece piegati al Covid perché non c’era più il lockdown e quindi i nostri 25mila dipendenti tornavano a casa e trovavano il marito o la moglie che rientrava dal lavoro e i figli che tornavano da scuola. Oggi c’è il rammarico di aver visto arrivare i vaccini forse con sei mesi di ritardo. Fossero arrivati prima, non avremmo avuto i 4200 decessi che ci sono stati complessivamente per Covid nelle nostre strutture: circa 600 nella prima ondata, oltre 3500 nella seconda. Poi la gente si dimentica, perché nel 2015 il caldo ha fatto il 70% dei morti che ha fatto la pandemia. Dispiace che siamo stati attaccati da tutti. Abbiamo letto le dichiarazioni di mons. Paglia che ci ha chiamati “luoghi di morte”, c’era Speranza che ci mandava i carabinieri e chi più ne ha più ne metta. In quei giorni eravamo il bersaglio perché convergeva tutto su di noi, la gente non capiva che non avevamo personale neanche per assistere gli anziani perché anche i dipendenti erano contagiati. Io ricordo dei ragazzi che hanno lavorato anche per 24 ore al giorno. Chiamavano “eroi” quelli che lavoravano nelle rianimazioni, ma i nostri non erano da meno.
Cos’è cambiato dunque?
Il Covid ha fatto venire a galla un mondo che era ai più sconosciuto perché quello degli anziani è un tema che spaventa, perché è una cosa più grande di noi. Oggi siamo il secondo Paese più vecchio al mondo. Abbiamo circa 4 milioni e 800mila anziani ultraottantenni. Nel 2050 saranno 7 milioni e 9. Sono numeri spaventosi, se ci pensiamo. Vuol dire che una città come Bassano, che oggi ha indicativamente il 7% di anziani ultraottantenni, quindi 3500 persone, nel 2050, mal contati, ne avrà 5500.
Quanto questa drammatica esperienza ha cambiato la gestione di oggi delle Case di Riposo? Io recentemente sono stato all’Isacc e dovevo ancora indossare la mascherina…
Sono quegli aspetti di prudenzialità che dipendono dalle norme del governo. L’Istituto Superiore di Sanità ci dice di tenere ancora le mascherine in ospedale e nelle strutture e le teniamo. Non ci sono più le procedure di prima anche se dall’evidenza epidemiologica emerge che sarebbe una buona pratica usare le mascherine per il futuro, ad esempio nei mesi in cui le epidemie influenzali possono essere significative, a cavallo tra dicembre e febbraio, perché sicuramente creiamo una barriera di protezione nei confronti degli anziani che oggi non sono più gli anziani di ieri. Oggi noi siamo quelli che erano le geriatrie e le lungodegenze di vent’anni fa. Il 75% dei nostri ospiti ha disturbi comportamentali, quindi non sono assistibili a domicilio. Il 60-65%, e forse la gente non lo sa, sono disfagici: vuol dire che non possono bene un bicchier d’acqua perché soffocano e dobbiamo gelatinare l’acqua con gli addensanti. Queste sono oggi le strutture per gli anziani. E all’impatto con i boomers che diventeranno anziani noi non siamo assolutamente pronti.
Cioè la generazione nata nell’era del boom economico e demografico tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60?
Sì, è tutta gente che arriverà in una quantità numericamente elevata in condizioni probabilmente di solitudine, perché due boomers su tre sono separati e hanno sì e no un figlio e mezzo di media per coppia. Questo Paese, nel PNRR, ha messo 4 miliardi per l’assistenza domiciliare e non ha messo un centesimo per le strutture per anziani. E la politica continua a fingere che il problema non c’è. Io sono anche un po’ stanco di sentire la politica che dice che “è il problema di chi viene tra vent’anni”. E quindi io credo che il vero grande problema che avrà questo Paese è proprio questo: l’invecchiamento della popolazione nei prossimi anni, che è già iniziato e che ha trovato una tempesta perfetta nella mancanza di personale nel mercato del lavoro.
Ha anticipato la mia domanda. Le aziende cercano personale. I ristoranti e le imprese del turismo cercano personale. Lo cercano anche le Case di Riposo?
Noi è da anni che lo cerchiamo. Adesso si sono accorti tutti che manca personale. E perché manca a tutti? Perché questo è il primo effetto del calo demografico del fine secolo scorso. Oggi mancano i “non nati” di 20-25 anni fa. E tra vent’anni mancheranno i “non nati” di oggi. Quest’anno vede nascere 400mila bambini in tutta Italia e 400mila adulti lavoratori nel 2050 non basteranno neanche per il Veneto. Poi è cambiato il contesto sociale. A tutti i convegni a cui partecipo chiedo al pubblico “alzi la mano chi ha l’ambizione che il figlio faccia l’operatore socio sanitario”. Non alza la mano nessuno. Perché oggi abbiamo una società che è minata nei valori, con un livello di valutazione sociale sull’assistenza agli anziani tendente al basso.
Io ho perso ragazze giovani, che erano innamorate del lavoro, perché nel contesto del divertimento con gli amici, delle compagnie eccetera, loro erano giudicate come “quelle che puliscono il culo ai vecchi”. Si parla tanto di aumentare le scuole per infermieri. Probabilmente quest’anno i corsi di laurea in infermieristica non copriranno neanche tutti i posti. Dopo si continua a parlare del tema della retribuzione. Io sono assolutamente d’accordo. Ma chi è che in questo Paese è contento della retribuzione che ha? Noi in Fondazione abbiamo fatto degli sforzi grandissimi e credo che oggi siamo una delle strutture che paga meglio gli operatori socio sanitari. Però il problema di questo Paese, almeno per quanto riguarda noi, è che dobbiamo andare a prendere la forza lavoro in Paesi dove c’è la manodopera, dove ci sono donne e uomini disponibili a venire da noi e in Paesi dove effettivamente abbiamo anche un collegamento culturale.
Ovvero?
Per esempio noi abbiamo sperimentato l’ingresso delle infermiere dall’Albania, dalla Repubblica Dominicana e dal Brasile, ragazze bravissime. Dopo un anno hanno portato i mariti, i mariti hanno trovato lavoro dopo 24 ore e sono arrivati i figli che hanno iscritto a scuola. Si chiama “immigrazione guidata”. Però questo è un Paese in cui quando parli del tema dell’immigrazione scatta la partita della politica e del populismo. Ed è un Paese che in questo settore ha un bisogno estremo di manodopera.
Parliamo ad esempio del mondo alberghiero. Parlavo prima con Roberto Astuni: lui ha messo in piedi dei sistemi informatici per cui gli servono due persone in meno in portineria. Le aziende evolveranno tecnologicamente, ci saranno magari più robot nella manifattura. Altri tipi di manodopera saranno sostituiti dalle stampanti tridimensionali, eccetera. Ma da noi, dove c’è il rapporto umano, non avremo mai il robot che cambia il pannolone all’anziano.
E quindi questo è un tema di cui bisogna essere consapevoli. Io sono ammirato dal fatto che in questo Paese siano stati messi 4 miliardi per gli asili nido. Ma di strutture per gli anziani nel PNRR non se ne parla. Si fanno gli Stati Generali della natalità e va benissimo. Ma non c’è qualcuno che pensa che non sia il caso di fare anche gli Stati Generali degli anziani.
Abbiamo un ministero, peraltro con un ministro bravissimo che è Alessandra Locatelli che è una mia cara amica, della Disabilità. Non abbiamo un ministero della Non autosufficienza, dove i numeri sono dieci volte superiori. Un ministero che si occupi di anziani non c’è.
E l’anziano è una componente grandissima della nostra società, credo che siamo ormai oltre il 20%. Poi anche il tema secondo il quale “dopo i 65 anni sei anziano” droga tutte le statistiche. Dobbiamo anche spostare l’asticella. “Anziani” oggi si è dopo i 75 anni. Quindi c’è tutto un lavoro anche culturale da fare che secondo me non recupereremo più.
Anche a Bassano, per restare nel nostro piccolo?
Mi piacerebbe che Bassano fosse una città anche per i vecchi. Pensiamo anche agli anziani soli. Oggi il 7% della nostra popolazione residente è fatta di anziani soli che hanno più di 70 anni. Un anziano solo al quarto piano di un palazzo senza ascensore è in carcere.
Per esempio una bella cosa che mi piacerebbe per la mia città, ed è un invito che farei, è fare un censimento degli anziani soli. Ci mettiamo assieme, volontari e non volontari, e capiamo dove sono gli anziani soli nella nostra città. E se troviamo dieci anziani soli che abitano al quarto piano di un condominio senza ascensore, facciamo di tutto per trovargli una soluzione al piano terra. Gli regaliamo un pezzo di vita. Non gli regaliamo certo gli ultimi anni della vita in prigione.
L’accostamento del vino
Anche questa volta, come da prassi, dopo l’intervista spetta a Roberto Astuni, patron dell’enoteca Sant’Eusebio, associare un vino, in base alle caratteristiche, alla persona intervistata.
“Roberto Volpe è una persona che ha capacità organizzative e relazioni molto importanti, quindi è una persona ben strutturata - spiega Astuni -. Quindi sicuramente va associato un vino ben strutturato. Ho pensato a un vino che si chiama Urano, della cantina Le Carezze di Verona. È un vino rosso fermo, da uve di Cabernet Volos ed è un vino piwi, figlio del Cabernet Sauvignon.”
“Quello che mi ha fatto pensare a Roberto - prosegue - è la descrizione che danno i produttori di questo vino. Nel calice è solido, impenetrabile, ma restituisce un fruttato ancora fragrante e un’acidità che lavora bene con tutta quella sostanza che gli sta intorno. Ecco perché si abbina proprio a Roberto, perché lui lavora bene con la sostanza che gli sta intorno proprio per le capacità organizzative che ho citato prima.”
Un’altra intervista in enoteca, con abbinamento del vino incluso, si conclude qui.
Non ci resta che darci appuntamento al prossimo G8, alias Gotto.
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