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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 1 - n.15
Una recensione della pubblicazione edita da Mondadori, ora anche negli Oscar, che raccoglie i diari di Kurt Cobain
Pubblicato il 28 giu 2020
Visto 2.147 volte
Diari, Kurt Cobain (Mondadori, Oscar 2018, 285 pagine, 15 euro): per raccontare nel merito non tanto questa raccolta di testi, poesie, appunti, schizzi ma appunto loro, oggi nel 2020, sotto gli occhi una riedizione lontana 18 anni dalla prima pubblicazione ma purtroppo identica quanto a difetti imperdonabili di traduzione, bisognerebbe poter dimenticare o ricordare solo in sottotraccia lo stato di icona addossato a chi dice “io” e parla di sé e del suo progetto tra le pagine. La sfida è quella di non inserire a sparo pre-testi che vadano a riaffermare, se fosse necessario, l’apologia dei Nirvana e del suo leader. La tentazione è forte, un giro di basso continuo ad affermare l’impulso incongruo teso a monumentalizzare il ricordo di questo giovane uomo e del suo magnifico progetto, col solo risultato di renderlo marmoreo e distante: invece che illuminato dal sole, come piacerebbe a lui, ancor più sepolcrale.
La critica più diffusa alla pubblicazione e ai suoi curatori è stata quella di non essersi presi a cuore i materiali cartacei lasciati da Cobain e di averli assemblati senza dare ragione al lettore della datazione e della scelta operata tra tanto materiale sfuso rinvenuto in taccuini e appunti dopo la morte del giovane artista. Tra le pecche più gravi, l’approssimazione nella traduzione che rivela una conoscenza non adeguata dell'habitat socioculturale e musicale di riferimento. A disturbare è anche l’attualità, con la sua spinta a capitalizzare ogni cosa e le sue aste folli (la chitarra utilizzata da Cobain durante la registrazione del celebre concerto "Unplugged" dei Nirvana nel 1993 è appena stata venduta per sei milioni di dollari, ma prima c’era stato il suo cardigan preferito… ); c’è anche la qualità delle interviste rilasciate dalla figlia di Cobain, Frances Bean, che ha appena superato l’età in cui il padre è morto — i famigerati 27 anni — e detiene buona parte del patrimonio accumulato insieme ai diritti sul suo nome e l’immagine.
L’immagine intatta, assolutamente bionda e bella, e così controversa, da angelo-grunge, di Cobain manca nel libro se non affacciata in copertina: nessun materiale fotografico, tanti disegni e schizzi spesso firmati “Kurdt”, i testi di canzoni diventate celebri, lettere agli amici e a impresari, case discografiche e riviste, riflessioni ed esercizi da cut-up… il tutto stampato e maltradotto senza commenti, con qualche parca annotazione delucidativa buttata lì a fine libro.
Kurt Cobain
La prima pagina contiene quattro righe di monito: «Non leggere il mio diario quando non ci sono. Ok, adesso vado a lavorare. Quando ti svegli stamattina, leggi pure il mio diario. Fruga tra le mie cose e scopri come sono fatto». L’essenza della scrittura autobiografica: non leggere, ma leggi per favore, così saprai davvero chi sono. La prima lettera a Dale (un ex batterista dei Nirvana, in seguito bassista di un gruppo molto amato da Cobain) parla di un demo piratato e di primi importanti approcci per le serate e i concerti nei posti “giusti”: «Oh, our last and final name is Nirvana», è stato deciso. Le ultime note taglienti, come sempre piene di giochi di parole, sono scritte sulla carta intestata di un paio di hotel, l’ultimo quello romano dove Cobain rischiò di morire per overdose. Nel mezzo tanti frammenti di una vita straordinaria condotta con la determinazione di un funambolo sulle note di una passione vera, totalizzante, vita e opere che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della musica contemporanea. Fondamentale è leggere le fotografie degli appunti, facendosi aiutare in minima parte dalla traduzione: lì si può assistere quasi in presa diretta e senza tanti chiarimenti fuorvianti al fermento creativo di un artista. Le cancellature sono interessanti quanto il testo scritto a mano, le annotazioni sghembe e gli schizzi a corredo del testo disegnano un mondo, compresi assi e massi portati a spalle con fatica per la sua costruzione.
Tanti gli elenchi e le scalette, dalle azioni ossessive per la manutenzione del furgone in tour, alle classifiche delle preferenze musicali, alla progettazione dei video; tra i disegni, cavallucci marini e mostri, fumetti, caricature e progetti di gadget: niente di scontato. I testi delle canzoni di colui che compose «l’inno di una generazione» appaiono discretamente tra le pagine, pieni di correzioni e scarabocchi, maledetti e fulgidi, nella loro bellezza. In tante riflessioni una scrittura che rivela approfondite conoscenze musicali e non solo («non leggo molto ma quando leggo, leggo bene») e sempre originale, che scarnifica pensieri e azioni alla ricerca del limite dove si incontra il vero, il resto, all Apologies.
Dalla lettura dei diari appare chiaro che Cobain fosse un bambino dotato, precoce e precocemente triste; un ragazzo determinato che decise di suonare da mancino e che attraverso la musica voleva esprimere l’infinità; una stella mondiale che si dava spesso dello stupido (and contagious) e un uomo molto dolente, minato per lungo tempo da dolori fortissimi vissuti senza sconti, lui così sottile e leggero; non ultimo un artista tenutario di un’ironia tutta sua non sempre pronunciabile come convenzionalmente si fa. Molti testi delle sue canzoni e poi la sua musica sono disturbanti, potenti, come ebbe modo di affermare anche David Foster Wallace, e tanta energia così incanalata a estuario deve aver provocato una sorta di dissanguamento di cui abbiamo osservato da lontano impotenti gli effetti. L’ultima apparizione televisiva qui in Italia dalla Dandini, a farsi sbeffeggiare da Guzzanti, tanto per dire la tristezza di certi obblighi da star system.
Alcune donne per lui importanti, Tracy, Courtney, gli sono state amiche, l’hanno anche “appeso fuori ad asciugare”, ma Kurt è morto da solo, a 27 anni, un'altra croce inchiodata da troppa grace under pressure: dei fucili per avere una chitarra, la chitarra abbandonata per un colpo di fucile.
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