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Terrae motus
I tre terremoti generati dall’esito del voto del consiglio comunale sull’atto di indirizzo per l’accordo Baxi/Pengo: politico, sociale ed ambientale
Pubblicato il 31 lug 2023
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Terrae motus.
È l’etimologia latina della parola “terremoto”.
Il significato è intuitivo, anche per chi non è avvezzo alla lingua di Cicerone: vuol dire “movimento della terra”.
Veduta parziale dell’area Pengo di San Lazzaro (foto Alessandro Tich)
È una parola che ben si presta - in senso metaforico - a descrivere la situazione che si è creata in città dopo la bocciatura da parte del consiglio comunale all’atto di indirizzo per giungere ad un accordo con Baxi e con Pengo, più per una generale levata di scudi di chi ha votato “no” contro l’insediamento di Pengo nella campagna di San Lazzaro che non per una opposizione di principio alle esigenze espansionistiche della produzione di Baxi.
E come i terremoti veri, l’esito del voto consiliare ha generato più di una scossa.
Tre scosse, per l’esattezza, con epicentro sempre localizzato in via Matteotti: un terremoto politico, uno sociale ed uno ambientale.
Il terremoto politico
Sul clamoroso strappo interno alla maggioranza in occasione del voto del consiglio comunale sull’atto di indirizzo Baxi/Pengo ho già ampiamente scritto e la mia esperienza di osservatore della politica cittadina mi porta ad affermare che dovrò scriverne ancora.
Ma va intanto detto che sotto il profilo puramente aritmetico, il sindaco Pavan e la sua giunta hanno ancora i numeri per governare.
In consiglio comunale la maggioranza è composta da 15 consiglieri. Più il sindaco, l’unico componente di giunta che può votare, sono 16 voti.
Sui banchi delle minoranze siedono invece 9 consiglieri. Anche nell’ipotesi che i tre consiglieri di maggioranza che hanno votato contro l’atto di indirizzo Baxi/Pengo passassero nelle file dell’opposizione (e uno dei tre, Stefano Facchin, è collocato già a metà strada) saremmo ancora 13 a 12.
Ma è innegabile che anche se i numeri rimanessero come oggi, e cioè 16 a 9, il cuore del problema non è costituito dai rapporti di forza tra chi governa e chi si oppone, ma dall’effettiva tenuta politica di una maggioranza che in alcuni suoi componenti dimostra evidenti segni di stanchezza e in altri (vedi Pietrosante, come dal suo ultimo intervento in consiglio) evidenzia un pensiero ormai totalmente rivolto alla formazione dei nuovi equilibri di coalizione per la prossima campagna elettorale.
Ciò che è accaduto nella notte del grande pareggio non è stato solamente un voto su una questione di importanza epocale per la nostra città: è stato anche e soprattutto, per la dinamica che ha portato al risultato finale, lo squillo di una sirena di allarme per il governo del #SiCambia, messo di fronte al terrae motus dei cambiamenti interni alla sua stessa maggioranza.
Quello che hanno dichiarato in sala consiliare i consiglieri del centrodestra Marina Bizzotto, Stefano Facchin e Lucia Fincato non è stata solo un’affermazione di contrarietà sull’argomento da votare ma è stato anche un attacco al metodo del sindaco e della sua amministrazione nella “gestione pessima di questa vicenda” (Marina Bizzotto), nell’aver rischiato di creare “un pericoloso precedente su un’intesa che ha creato una frattura tra i cittadini e all’interno del consiglio comunale” (Lucia Fincato) e nell’aver voluto favorire “la posa della prima pietra dell’operazione San Lazzaro, che andava invece trattata in maniera più organica e condivisa con tutti gli attori interessati” (Stefano Facchin).
Riprendendo il sistema di metafora utilizzato in consiglio comunale dalla Bizzotto, nel dizionario questa cosa si chiamerebbe “sfiducia”.
Con simili presupposti, capiremo presto se l’amministrazione Pavan potrà in qualche modo continuare a svolgere il suo compito fino alla scadenza naturale del mandato o se dovrà essere mantenuta in vita col polmone d’acciaio, con qualcuno sempre pronto a staccare la spina.
Il terremoto sociale
Nella nostra città, come ovunque del resto, dove viviamo principalmente a compartimenti stagni, ci siamo tutti improvvisamente accorti dell’esistenza degli oltre 800 lavoratori della Baxi e dei circa 2000 lavoratori dell’indotto che ruota attorno a Baxi.
Aggiunti i componenti delle loro famiglie, fanno diverse migliaia di persone del nostro territorio il cui destino è ora appeso a una pompa di calore.
I termini della questione sono noti ma in ogni occasione è utile ripeterli.
Baxi aveva la necessità urgente di allargare i propri reparti nel confinante stabilimento di Pengo in via Trozzetti (col contestuale trasferimento progressivo di Pengo in un nuovo polo logistico da costruire nell’area di sua proprietà a San Lazzaro) per il terrae motus, questa volta imposto dall’Europa, dello stop alla produzione di caldaie a gas, a partire dal 2029, a favore della riconversione produttiva dell’intero settore nel comparto delle pompe di calore.
Urgente perché Baxi non è padrona del suo futuro, ma purtroppo lo è il gruppo multinazionale olandese BDR Thermea - leader mondiale nella produzione di soluzioni per la climatizzazione - che la controlla e che decide dove investire tra le sue aziende controllate in Europa.
Altro che spada di Damocle. Qui siamo alla doccia olandese.
Sia in gruppo di maggioranza che in consiglio comunale qualcuno (Stefano Facchin) ha riferito di non meglio specificati “rumors” secondo i quali Baxi avrebbe un piano B per salvare capra e cavoli, per dirlo con parole terra-terra.
Ma non posso dubitare della buona fede del direttore generale di Baxi SPA, ing. Alberto Favero, persona conosciuta e stimata, nel momento in cui ha messo in guardia l’amministrazione comunale sul fatto che il non giungere alla sottoscrizione del protocollo d’intesa proposto al Comune da Baxi insieme a Pengo - e cioè il non consentire a Baxi di ampliarsi nello stabilimento di Pengo per l’obbligata riconversione produttiva - comporterebbe forti tagli occupazionali non nell’immediato ma nel medio termine.
Da ieri è partita la raccolta firme promossa da alcuni quartieri a tutela dei lavoratori della Baxi che sarà consegnata, come ha detto la presidente di quartiere San Marco Lara Bosi, “a chi di dovere”. Sono accorsi a firmare il sindaco Pavan e altri esponenti di giunta e maggioranza ma ha firmato anche, esponendosi a inevitabili critiche, qualche consigliere di opposizione.
Personalmente, per quanto meritoria sia l’iniziativa, io non penso che una raccolta firme possa smuovere i piani industriali dei vertici della multinazionale olandese - perché i veri “chi di dovere” sono loro - che possono giocare a scacchi con le loro controllate come e quando vogliono.
L’unica cosa certa, al momento, è che il conto della decisione presa in sala consiliare sarà presentato in campagna elettorale.
Il terremoto ambientale
Come per i lavoratori della Baxi, ma da più tempo, ci siamo tutti improvvisamente accorti dell’esistenza dell’area agricola di San Lazzaro, nella periferia a sud della città.
“L’ultima campagna a sud di Bassano”, secondo consolidata narrazione.
Non tutti la conoscevamo e per mesi - per chi non risiede in quartiere e per i non addetti ai raccolti - è stato persino difficile distinguere tra la zona “Riva Bianca” e la zona “Rambolina”, oggetto delle due distinte richieste di variante urbanistica produttiva che hanno fatto scrivere fiumi di inchiostro.
Poi, pian pianino, lo abbiamo capito. “Riva Bianca”, quella dell’operazione Meb-Agb-Brunello Salumi sul terreno ex Campagnolo Commercio in liquidazione, è la grande porzione ad ovest dell’estensione agricola mentre “Rambolina”, quella interessata dall’insediamento Pengo su terreno di sua proprietà, è la grande porzione ad est.
Minimo comune denominatore: l’immediata vicinanza delle due aree confinanti al casello di Bassano Ovest della SPV.
Qui il concetto di terrae motus ha raggiunto il suo apice, nel senso figurato di un movimento (di opinione) per la difesa della terra.
Ed è stato un fatto quantomeno inedito assistere nella nostra città all’esplosione di un così grande movimento di interesse pubblico su un’area di proprietà privata: sia essa ex Campagnolo Commercio oppure Pengo Spa.
Non si tratta tuttavia di un “ambientalismo di cartapesta”, come lo ha bollato il leghista Nicola Finco, e neppure di “ideologia”, come ha dichiarato in consiglio comunale il meloniano Gianluca Pietrosante, perché frutto di un reale motus di preoccupazione di una parte della società civile.
Al netto delle diverse opinioni che ciascuno può liberamente avere su questa vicenda, il caso di San Lazzaro ci ha gettato letteralmente in faccia, facendo aprire gli occhi a chi ha avuto voglia di aprirli, il problema del consumo di suolo. Che non è più tanto un problema per noi, ma per chi in questa città vivrà dopo di noi.
Dall’atto di indirizzo Baxi/Pengo predisposto dall’amministrazione comunale e poi bocciato abbiamo appreso che la riduzione del consumo di suolo comunale è una priorità anche del Comune di Bassano, ma esiste una legge regionale che consente di trasformare terreni da agricoli a edificabili attingendo dalla riserva di suolo consumabile della Regione Veneto.
È la cementificazione che esce dalla porta e rientra dalla finestra.
La “moral suasion” portata avanti con convinzione da associazioni e cittadini, e arrivata fino a via Matteotti, ha fatto in modo che ciò non accadesse. Ma non è il caso di stappare bottiglie di spumante. Di tutta questa storia resta infatti l’amarezza di una comunità spaccata in due dal corso degli eventi.
Un filo invisibile, non necessariamente tessuto da qualche regia occulta, ha legato i destini della Baxi con quelli di San Lazzaro contrapponendo sui due distinti piatti della bilancia il lavoro e l’ambiente e dividendo le coscienze, i cittadini, i quartieri.
Un consiglio comunale diviso può ricomporre divergenze e fratture nelle segrete stanze del Palazzo oppure restare diviso per puro calcolo di opportunità elettorale.
Ma una città divisa necessita di molto più tempo perché la ferita creata da questa vicenda riesca a rimarginarsi.
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