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La Grande Pochezza
Perché il Bicentenario di Canova del 2022 si profila già come una grande occasione mancata per la città di Bassano
Pubblicato il 16 feb 2020
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Ieri mattina, in un piacevole clima da Sabato del Villaggio, sono andato a farmi nuovamente un giro al Museo Civico di Bassano. È a pochi passi dalla mia redazione e ogni tanto mi sgancio dal tran tran quotidiano per recarmi a fare visita a Jacopo, a Canova, al grande Crocifisso del Guariento e a tutti gli altri amici che stanno qui pazientemente ad aspettarmi. Lo considero un momento di pace in un'oasi di bellezza in mezzo al deserto delle questioni cittadine che tutti i giorni o quasi impegnano le energie del mio lavoro di cronista. In realtà anche il Museo Civico è un deserto in sé, visto l'esiguo numero di visitatori che ne staccano il biglietto in rapporto a ciò che il Museo stesso offre.
Ma questa non è una novità e al problema dell'insufficiente quantità di riscontro del pubblico fa da positivo contrappeso la assoluta qualità delle collezioni esposte in questa nostra piccola “Grande Bellezza”.
Nell'occasione, mi sono soffermato più del solito nella sala dedicata ad Antonio Canova.
Antonio Canova, Venere Italica, 1812 c., calco in gesso (Bassano del Grappa, Museo Civico). Foto di Alessandro Tich
A forza di vedere Rinoceronti sulla terrazza di Palazzo Sturm e installazioni di arte contemporanea nel chiostro, si corre infatti il rischio di dimenticare il patrimonio artistico di valore mondiale che la città di Bassano conserva senza quasi rendersene conto.
Rispetto a Possagno, Bassano possiede solo una minima parte dell'opera del genio canoviano esponibile al pubblico, dal momento che l'ingente corpus degli oltre duemila disegni di Antonio Canova, raccolti in dieci grandi album e otto taccuini di viaggio, sono tenuti al sicuro nei cassetti dell'archivio del Museo - così come le incisioni di Albrecht Dürer appartenenti alla collezione Remondini e recentemente esposte in mostra - per esigenze di conservazione. L'intera collezione dei disegni di Canova, giunta a Bassano sempre grazie al munifico lascito del fratellastro dell'artista monsignor Giovanni Battista Sartori Canova, è stata comunque sottoposta nel 2017 a scansione tridimensionale ad opera degli specialisti della società Factum Arte e della Factum Foundation di Madrid.
Un'operazione di perpetuazione hi-tech del patrimonio esistente, resa possibile grazie al progetto “Atelier Canova”, © by l'accoppiata Cultura-Museo dell'epoca Cunico-Casarin. Anche se non è ancora chiaro, perlomeno ai non addetti ai lavori, se i diritti d'immagine delle opere replicate appartengano alla Città di Bassano oppure alla società multinazionale di mediazione digitale delle opere d'arte che ne ha eseguito la scansione e la clonazione. Ne è conseguita la realizzazione di un archivio digitale, costituito dalle repliche esatte in 3D dei disegni del sommo artista neoclassico, identiche agli originali anche nella profondità di incisione della matita e nel tipo di carta. Ma questa è una storia a parte, su cui comunque ritornerò fra poco.
Attualmente, la sala canoviana del Museo Civico di Bassano è un mix di elementi in sospeso tra quello che Antonio Canova è stato e quello che di lui si vorrebbe fare.
Assieme alle opere originali (in gran parte gessi, steli e monocromi, oltre ai due preziosi bozzetti in terracotta delle “Tre Grazie” e della “Maddalena Penitente”) sono infatti esposte anche le testimonianze contemporanee del Canova “digitalizzato”. A cominciare dalla replica in 3D, realizzata in resina sempre da Factum Foundation, del bozzetto delle “Tre Grazie”, a disposizione del pubblico - anche e in particolar modo dei non vedenti - e che “si può toccare”, come scritto su un cartellino. Un intero angolo della sala è dedicato invece al famoso e colossale Cavallo in gesso, modello per il monumento in bronzo di Ferdinando I di Borbone, già esposto in una sala del Museo, che nel 1969 fu fatto sezionare e smontare in accordo con la Sovrintendenza dall'allora direttore del Museo Civico Bruno Passamani.
La sezione “equestre” della sala è dominata dall'enorme testa originale del Cavallo, alla quale sono stati di recente affiancati i frammenti dell'altrettanto imponente coda dell'artistico quadrupede, recuperati tra i “pezzi” dell'opera sezionata. L'elemento più importante di questo indefinito Ritorno al Futuro è però il minuscolo cavallino in bronzo che riproduce in scala le esatte fattezze del monumentale destriero canoviano.
È stato realizzato sulla base di un modellino in resina creato sempre da Factum Foundation, dopo che la stessa ha operato una “ricostruzione digitale” (o, se preferite, un “restauro virtuale”) del “Cavallo che fu” a seguito di scansione in 3D di tutti i frammenti della scultura smontata. “Factum - si legge in inglese nel sito factum-arte.com - possiede dati e modelli sufficienti per consentire la ricostruzione della statua di Canova nelle sue dimensioni originali.” La chimera della riproduzione del “Cavallo colossale” in scala 1:1, da collocare in qualche angolo della città di Bassano, riemerge periodicamente agli onori delle cronache come un fiume carsico. Il più recente ritorno in auge della megalomane idea risale allo scorso mese di novembre, quando il sindaco e assessore alla Cultura Elena Pavan aveva anticipato sulla stampa locale il progetto, condiviso “con la direttrice dei musei”, di realizzare una copia in bronzo a grandezza naturale del gigantesco Cavallo (4,5 x 5 m), quale “segno duraturo alla città” per il Bicentenario di Canova del 2022.
A parte il fatto che è lecito chiedersi se sia tecnicamente possibile predisporre, progettare, organizzare ed eseguire un simile intervento nei tempi utili in previsione del Bicentenario - e senza considerare se la città di Bassano abbia realmente bisogno di un nuovo enorme monumento a matrice digitale -, rimane scoperta la questione dei costi.
Già nel 2014 (quando però Factum Foundation e i suoi modelli in 3D non avevano ancora fatto la loro comparsa nella terra degli Asparagi) la questione del restauro e della restituzione alla città del grande Cavallo in gesso del Canova era stata affrontata dall'allora direttrice dei Musei Civici dott.ssa Giuliana Ericani. Nell'occasione era anche emersa un'ipotesi di spesa per eseguire l'operazione: circa mezzo milione di euro. Praticamente come il dito mignolo di Cristiano Ronaldo, ma per le casse pubbliche - al netto di illuminatissimi sponsor privati - sarebbe veramente troppo.
C'è però una cosa, nella sala canoviana del nostro Museo Civico, che mi ha colpito più del resto. In una teca di vetro con due cassetti estraibili sono collocati i due album-facsimile, realizzati ancora e sempre da Factum Foundation, che riproducono tali e quali i due album dei disegni di Antonio Canova riguardanti, rispettivamente, le posizioni femminili e le proporzioni maschili. Basta fare richiesta a uno degli addetti alle sale del Museo e, con un guanto in lattice, il visitatore può sfogliare le copie perfette delle due raccolte, i cui originali sono conservati nel Gabinetto dei disegni. Ma anche in questo caso è utile fare un rinfresco della memoria. Di ciascuno dei due album originali dell'artista di Possagno sono state infatti realizzate cinque copie. Dieci facsimili in tutto, due dei quali sono appunto esposti al Museo Civico per la consultazione del pubblico. E i rimanenti otto? Come aveva dichiarato nel 2017 la allora direttrice del Museo Chiara Casarin, “potranno essere acquistati dalle principali istituzioni internazionali che espongono opere di Canova”.
Il problema è che, da allora, dell'eventuale acquisto di tale materiale da parte di qualche museo italiano o estero non si è avuta notizia. I casi sono due: o le otto copie giacciono ancora invendute negli archivi del Museo Civico oppure qualche copia è stata venduta ma la notizia non è stata comunicata, il che sarebbe ancora peggio. In ogni caso, è il chiaro segno di una carenza di rapporti scientifici e più in generale di efficaci relazioni esterne con le istituzioni museali, extra-Possagno, che conservano ed espongono in Italia e nel mondo le opere del grande scultore neoclassico. Come ad esempio il Louvre di Parigi o l'Ermitage di San Pietroburgo, tanto per citare due museucoli di poco conto.
Lo scrivo con dispiacere, perché proprio in previsione del Bicentenario canoviano del 2022 si profila sempre più netta la sensazione dell'incapacità di Bassano del Grappa di saper valorizzare Antonio Canova, per usare un termine oggi molto in voga, come “brand”.
Più potente di qualsiasi marketing territoriale e più efficace del Marchio d'Area.
Non sto parlando di un grande nome venuto da fuori, come Robert Capa o Guido Crepax, ma di un Grande della storia dell'arte con la “G” maiuscola che Bassano ha il privilegio di poter presentare tra le sue eccellenze. E che Canova sia un “brand” culturale di primissimo ordine non lo dico io, ma lo dicono i numeri.
L'anno scorso la mostra “Canova e l'Antico”, allestita dal 28 marzo al 30 giugno al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha registrato in soli tre mesi circa 300mila visitatori, per una media di oltre tremila ingressi al giorno. La mostra “Canova. Eterna Bellezza”, in corso dal 9 ottobre e fino al prossimo 15 marzo al Museo di Roma, in data 23 gennaio aveva già fatto staccare oltre 100mila biglietti. La mostra “Canova / Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, dedicata al confronto artistico tra “il nuovo Fidia” di Possagno e il suo collega-rivale, lo scultore neoclassicista danese Bertel Thorvaldsen, è allestita dal 25 ottobre e fino al prossimo 15 marzo alle Gallerie d'Italia di Milano e nei primi due mesi di apertura aveva già superato gli 80mila visitatori. E non è vero che i “grandi” numeri sono solo prerogativa delle “grandi” città: ne è la prova la mostra “Canova”, indimenticabile evento espositivo - curato da Sergej Androssov, Mario Guderzo e Giuseppe Pavanello - svoltosi tra il 22 novembre 2003 e il 12 aprile 2004 al Museo Civico di Bassano e alla Gypsoteca di Possagno, per un successo di pubblico quantificato in oltre 145mila visitatori. Per riesumare un modo di dire abusato, dal punto di vista del turismo culturale poter disporre di un “marchio” come Antonio Canova equivale ad avere il petrolio sotto i nostri piedi. Ma il fatto è che non ce ne stiamo accorgendo.
Non voglio nuovamente occuparmi in questa sede delle vicissitudini ancora irrisolte che riguardano le direzioni tuttora vacanti, nonché il presunto e difficilmente realizzabile disegno di “direzione unica”, delle due istituzioni canoviane per antonomasia: il Museo e Gypsoteca Antonio Canova di Possagno e il Museo Civico di Bassano del Grappa. L'argomento è centrale per la valorizzazione del “brand” Canova, ma ci porterebbe lontano e penso, egregi lettori, di avere già abusato della vostra cortese pazienza.
Voglio solo dire, dopo le ennesime suggestioni raccolte nella sala canoviana del nostro Museo, che il Bicentenario di Canova del 2022 sta già prendendo con largo anticipo la forma di una grande occasione mancata per la nostra città. Per il semplice fatto che almeno uno straccio di programma di eventi per l'atteso anniversario dovrebbe essere già pronto e non limitato all'intenzione di accodarsi alle cose che saranno organizzate a Possagno, sul cui fronte peraltro - dopo lo scoppiettante inizio 2020 targato Sgarbi-Casarin - non vengono al momento captati segni di vita.
Già da adesso, inoltre, l'amministrazione comunale bassanese e il suo sindaco e assessore alla Cultura Elena Pavan dovrebbero coinvolgere gli altri “attori” della città - categorie economiche, istituzioni scolastiche, associazioni culturali, operatori commerciali, Pro Bassano e quant'altro - per preparare il terreno in vista proprio di Canova 2022.
Ovvero in vista di quando, anche in assenza di mostre dedicate, Bassano del Grappa potrebbe diventare “la” città di Antonio Canova. Rassegne culturali, concorsi per le scuole, contest mediatici per scrittori e blogger, itinerari turistici concentrati sul Museo, vetrine dei negozi a tema, menù “canoviani” nei ristoranti, un'edizione straordinaria di “Bassano Fotografia” dedicata al genio dello scultore, eccetera: sono diverse le opzioni da inventare dal nulla per far sgorgare due goccette di petrolio, richiamando interesse, anche nella città che più di ogni altra nel Veneto, al di là di Possagno, può vantare il diritto di essere associata al nome del più grande artista neoclassico della storia.
So bene che quanto sto scrivendo assomiglia ad una pia illusione, ma è un tentativo di pensare a qualcosa per poter dire fra due anni al mondo “ci siamo anche noi” e per prevenire la Grande Pochezza che sta apparendo all'orizzonte.
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