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Lorna GeremiaLorna Geremia
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Cinema

Perché odiamo Marty Supreme ma non riusciamo a non tifare per lui

Tra truffe e ambizione, il nuovo film di Josh Safdie esplora il confine sottile tra il genio sportivo e il vuoto emotivo di un manipolatore seriale

Pubblicato il 11-02-2026
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Marty Mauser è un ragazzo arrogante, presuntuoso, in psicologia verrebbe definito un manipolatore seriale. Ambizioso fino all’ossessione, disposto a truffare, ingannare, tradire la donna da cui aspetta un figlio pur di vincere.
Eppure, nonostante tutto, non possiamo fare a meno di tifare per lui.
Non perché sia simpatico, né perché meriti la nostra compassione: ma perché vogliamo vedere se riuscirà davvero a realizzare il suo folle sogno: vincere i campionati mondiali di ping pong.

Marty Mauser (Timothée Chalamet) in una scena del film.

Ambientato negli anni ’50 a New York, diretto da Josh Safdie, il film “Marty Supreme” si ispira alla vita reale di Marty Reisman, campione di tennistavolo dal carattere sopra le righe e cresciuto in una famiglia di immigrati ebrei.
Timothée Chalamet, alle prese con il suo primo ruolo adulto, non interpreta soltanto, ma si fonde letteralmente con il personaggio di Marty: magrissimo e superbo, occhialini tondi da nerd, acne finta studiata nei minimi dettagli, Chalamet trasforma un ragazzo comune che lavora nel negozio di scarpe dello zio in un individuo pronto a tutto, senza limiti apparenti.
Il cuore del film è il viaggio di Marty verso il campionato mondiale di ping pong. All’inizio sembra un sogno innocuo, al limite del ridicolo, ma la vicenda evolve rapidamente in una corsa folle e concitata di azioni sempre più audaci: truffe, scommesse, inseguimenti rocamboleschi, manipolazioni emotive.
Marty è l’anti-eroe, non lotta onestamente, usa qualsiasi mezzo per vincere, la sua non è solo bravura, è fame, è bulimia emotiva che lo porta a sfruttare le persone intorno a sé.
Qui non stiamo parlando di sport, ma di una vera ossessione.
Fino a che punto sei disposto ad arrivare per ottenere ciò che vuoi?
Eccolo il motivo che ci porta a non odiare Marty, perché, nel profondo, lo invidiamo, sogniamo il suo coraggio di inseguire un obiettivo “nonostante tutto”.
Non vorremmo forse tutti fuggire dalle nostre responsabilità di adulti? Usare la casa della madre come un albergo, fare l’amore con una donna sposata senza pensare alle conseguenze?
Il climax del film non coincide con la vittoria sportiva, ma con il momento in cui Marty deve confrontarsi con la responsabilità di essere padre. È qui che la storia assume una dimensione emotiva più profonda: Marty finalmente smette di correre, si ferma e piange.
La domanda però resta: si ferma per amore del figlio o perché capisce finalmente i suoi limiti? La sceneggiatura non dà una risposta precisa, ma la canzone finale dei Tears for Fears offre una possibile interpretazione. “Sta a noi decidere”.

So glad we′ve almost made it,
So sad they had to fade it,
Everybody wants to rule the world.

Felice di avercela quasi fatta
Così triste che abbiano dovuto farlo svanire
Tutti vogliono governare il mondo

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