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Si conclude con l’intervento di Toni Capuozzo la rassegna “Il maggio dei libri” organizzata dalla Fondazione Aida nell’Auditorium Vivaldi a San Giuseppe di Cassola.
Il reporter di guerra Toni Capuozzo ha attirato moltissime persone a teatro.
Il giornalista è noto al grande pubblico per i reportage sulle guerre più sanguinose del mondo e per aver condotto programmi televisivi in Mediaset come “Terra” e “Mezzi Toni”. All’attivo 13 libri e 25 premi giornalistici.
Toni Capuozzo, reporter di guerra
Com’è cambiato il modo di raccontare una guerra?
Che cosa significa nascere in un confine?
E sollevare dubbi sugli episodi di Buča?
Non significa schierarsi, ma saper raccontare una guerra. Le mie domande hanno trovato risposta in questa intervista.
Lei è entrato nelle case degli italiani come reporter di guerra: dall’ex Jugoslavia, ai conflitti in Somalia, Medio Oriente, Afghanistan e non ultima l’Unione Sovietica. Aveva un punto di osservazione spesso vicino a luoghi pericolosi. Come ci si prepara emotivamente?
Non si è mai preparati davvero. La guerra anche se ha segnato l’umanità è una condizione innaturale perché è un momento in cui, quello che è vietato e moralmente sancito in tempi pace, diventa la norma: uccidere ed essere ucciso. Temo che nessuno si abitui mai fino in fondo, neppure i combattenti. Le lapidi parlano di eroi, in realtà la guerra è solo una condizione innaturale dell’uomo.
Quale è stata per lei la guerra più difficile da raccontare?
Quella dei Balcani, perché era in Europa. Avevo già coperto guerre in America Latina, Africa, Medio Oriente però erano lontane.
Questa era sotto casa.
Infatti, credo ci sia differenza nel raccontare una guerra vicina, da una che si svolge in territori remoti.
Sì, perché in luoghi lontani sei protetto dalla distanza. La gente è in pena lo stesso. Ma la famiglia è al sicuro e il tuo paese continua a vivere tranquillo.
La Jugoslavia era a un’ora di volo dall’Italia.
Lei ha dichiarato che le notizie che provengono dal fronte sono spesso distorte. Quanto la propaganda pesa su un conflitto?
La propaganda c’è sempre. Pesa molto, soprattutto adesso. Un tempo le cronache della guerra arrivavano dopo giorni, oggi sono materia per il telegiornale, ogni giorno.
In “Guerra senza fine” lei si confronta con il giornalista Francesco Borgonovo sul tema della guerra tra dialoghi, articoli e interviste. Due generazioni che dialogano. Qual è la caratteristica che non vi accumuna.
L’esperienza. Facciamo due lavori molto diversi. Io l’inviato lui ha ruoli dirigenziali. Lo ritengo un bravo giornalista e un grande opinionista. È la natura del lavoro ad essere diversa, ma è stato interessante il confronto.
Possiamo affermare che lei è figlio della guerra.
Pensi alla mia generazione. Sono nato nel 1948 a ridosso del confine orientale italiano. Siamo cresciuti con l’eco della guerra anche se i miei genitori non me la raccontavano. Le dico che mia madre chiudeva la porta della cucina quando gli argomenti si facevano troppo pesanti per noi bambini. Quando ero piccolo non c’era la correttezza politica, ci si insultava con facilità. Per noi “scemo di guerra” era un’offesa che rientrava nel nostro vocabolario. Oggi i ragazzi non saprebbero definire di cosa stiamo parlando. Per fortuna. aggiungo. Siamo la prima generazione che è diventata vecchia senza aver visto una guerra e dovremmo essere grati ai nostri genitori, ai nonni, alle classi politiche che hanno segnato la storia di questa Repubblica. Ora è difficile parlare di guerra a persone che non sanno cosa sia e cosa significhi avere dei “vuoti” in una generazione. Ed è una fortuna, guai lo sapessero.
Nell’intervista che ha lasciato a Francesco Borgonovo ha toccato molti temi, uno fra tutti il confine. Essendo nato e cresciuto in una terra di confine come il Friuli, che cosa rappresenta per lei il confine.
Il confine mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Andavo a trovare mia nonna a Trieste prima che fosse riammessa all’Italia e il confine era Monfalcone. Ricordo che mi controllavano i documenti e avevo una miriade di timbri nel mio passaporto. Poi ho testimoniato il giorno in cui hanno alzato le sbarre. Si era perso l’incantesimo del controllo, del passare “dall’altra parte”. Con la nostra Fiat 127, al di là del confine, facevamo benzina e compravamo la carne, costava tutto meno. Questa storia mi ha insegnato che l’impossibile può succedere.
Nel suo libro “Guerra senza fine” indaga le ragioni della guerra in Ucraina. Qual è l’ipotesi più tranquillizzante per noi, secondo lei?
Non esiste. È un conflitto dove usciamo tutti perdenti. L’idea stessa di un Europa che arrivi fino agli Urali, di un'Europa che ama una politica indipendente da quella di Washington. Temo che ci troveremo ad avere una specie di Medio Oriente al centro dell’Europa.
Nel suo giudizio ha usato la prudenza prima di ogni cosa. Non le è mai mancata la buona abitudine di verificare le fonti e di farsi domande. Per esempio, quando ci fu il caso di Buča e i crimini di guerra commessi dall’esercito russo, lei fu uno degli unici a dire che prima di trovare un colpevole bisognava verificare i fatti.
La verità è che su Buča ho sollevato dei dubbi sulle fosse comuni perché so bene cosa sono. Ho sollevato dei dubbi sui morti a favore di telecamera sulla strada. La mia convinzione, ancora oggi, è che lì ci siano stati massacri da parte dei russi e rappresaglie da parte degli ucraini, molti dei quali erano considerati collaborazionisti. Quell’episodio ha rappresentato il giro di boa: i russi hanno sorpassato il segno. Lo dico sulla base dell’esperienza. Come successe in Kosovo. Vennero ammassati 41 morti nella stessa piazza raccolti in un territorio esteso. Fa fa più effetto di tre, due o quattro dispersi. Ed è quello cha ha deciso l’intervento della Nato, all’epoca.
Ogni guerra ha avuto i suoi “casus belli”, montato ad hoc per indignare spingere, giustificare.
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